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Fabio Della Pergola

Fabio Della Pergola

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  • Primo articolo sabato 09 Settembre 2011
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Ultimi commenti

  • Di Fabio Della Pergola (---.---.---.67) 19 aprile 2015 19:50
    Fabio Della Pergola

    Come dice Gad Lerner, per anni le commemorazioni della Liberazione si svolgevano esattamente con quel senso unitario in cui anche gli ebrei si riconoscevano, pur nella negazione reiterata che molti, anche gli storici, facevano della loro partecipazione alla Resistenza (da cui deriva l’insulso e ripetuto refrain offensivo che gli ebrei si sono fatti macellare come pecore senza muovere un dito).

    Poi, dopo, si è voluto internazionalizzare la giornata e la cosa non è né incomprensibile né criticabile, ma ovviamente - dicasi ovviamente (è bene ripeterlo) - ciò comportava una reazione identitaria da parte di chi non riconosce alla storia del conflitto israelo-palestinese quella univocità e unidirezionalità che gli attuali filopalestinesi vogliono leggerci. Basta pensare alla pulizia etnica dell’antica comunità ebraica di Hebron del 1929, con relativo massacro, per smascherare l’ambizione di essere sempre e comunque stati dalla parte del giusto e del puro.

    La conclusione è sotto gli occhi di tutti: si invita la Brigata Ebraica ad essere presente (perché - ovviamente - non se ne può fare a meno), ma nello stesso tempo se ne contestano le bandiere nascondendosi dietro al dito ipocrita e fasullo che la bandiera della Brigata Ebraica e quella di Israele sarebbero diverse. Smascherato l’inganno (e ci voleva davvero poco) rimane la contraddizione irrisolvibile. Che sta tutta in casa filopalestinese.

    E adesso che si fa? Niente. Si manifesta con in testa le bandiere sioniste e in coda quelle palestinesi (o viceversa, non me ne potrebbe fregare di meno) facendo attenzione ad evitare i contatti. Oppure ognuno lascia le bandiere a casa e si torna a bel tempo andato, quando il 25 aprile era roba italiana per italiani (anche ebrei) e i palestinesi non c’entravano una beata mazza.

    Così la memoria della Resistenza, che gli ebrei italiani hanno sempre ampiamente rispettato perché in essa hanno versato sangue, tornerà ad essere rispettata.

  • Di Fabio Della Pergola (---.---.---.67) 18 aprile 2015 11:06
    Fabio Della Pergola

    Tutto ciò non toglie che indubbiamente senza l’apporto degli angloamericani non ci sarebbe stata sconfitta del nazismo.
    Ma, prima ancora, sarebbe opportuno ricordarsi che senza Stalingrado difficilmente gli americani avrebbero poi potuto toccare terra in Europa.

  • Di Fabio Della Pergola (---.---.---.67) 18 aprile 2015 11:00
    Fabio Della Pergola

    Caro Libranti, non sono affatto d’accordo con lei. La sconfitta dello Stato italiano fu ben precedente al 25 aprile, per quanto sia comunque difficile distinguere lo Stato dal Regime. Con la Liberazione fu in ogni caso chiaro che quello che crollava era il sistema di alleanza/connivenza tra Repubblica di Salò e Germania nazista, non certo lo Stato italiano che a quel punto non esisteva più da tempo, almeno dall’8 settembre del ’43. Il grande lascito della Resistenza è stata proprio la possibilità di vantare un’identità diversa da quella del fascismo repubblichino a cui avevano aderito solo una minoranza di italiani, mentre al primo fascismo, come è ben noto, avevano aderito, con entusiasmo, grandi masse. L’Italia repubblicana è nata quindi per la non adesione di massa alla repubblichina di Salò ed alla resistenza contro la sua pretesa di voler rappresentare tutta la nazione. Nella Resistenza si legge anche il rifiuto alla prassi di rastrellamento degli ebrei italiani e al loro sterminio in combutta con i nazisti. Contro questa prassi e quella alleanza combatterono anche i partigiani ebrei, oltre che comunisti, liberali, socialisti eccetera. Quindi ben vengano, a pieno titolo, le bandiere rosse, ma anche le bandiere degli altri; di tutti quelli che hanno combattuto per la liberazione dal nazifascismo. La pretesa monopolistica del PCI sulla Liberazione deriva da una sottile prassi politica che, mentre esaltava i valori della Resistenza, ne smantellava sostanzialmente il significato. Un’operazione di accecamento collettivo mentre veniva portato avanti un restyling firmato da Togliatti. Il risultato lo conosciamo: l’Italia non ha fatto per nulla i conti con il suo passato fascista e le conseguenze si sono viste. E’ emblematico che il busto di uno dei maggiori promotori delle leggi razziali faccia ancora bella mostra di sé nei locali della Corte Costituzionale e che sia intoccabile.

    In questo articolo si affronta però un altro problema: cioè la pretesa di qualcuno di essere legittimato a impedire, insultare, ostacolare le bandiere in cui si riconoscono alcuni (non tutti) ebrei italiani. Cosa che, come si sarà capito, non mi trova d’accordo. Il fatto che, alla fine, il corteo non si faccia è una sconfitta grave per tutti, in primo luogo per l’ANPI romano che non ha saputo affrontare e gestire, è la mia opinione, le tensioni che si sono accumulate negli ultimi anni. Non ne sono affatto lieto.

  • Di Fabio Della Pergola (---.---.---.67) 17 aprile 2015 13:26
    Fabio Della Pergola

    Il primo punto credo che sia l’incapacità congenita di saper distinguere tra "sconfitta" e "fallimento".
    Qui si usa correttamente il secondo termine, ma mi chiedo quanti nella sinistra radicale, nei centri sociali eccetera, pervicacemente si cullino nell’idea di essere stati "sconfitti" e che, conseguentemente, non si tratti di fare una profonda re-visione (che sarebbe forse una "visione" ex novo perché mi pare che finora stiamo a zero) del proprio fallimento (culturale? ideologico? metodologico? antropologico? eccetera), quanto di valutare i motivi della sconfitta; che significa mantenere il proprio asset di fondo ritenuto tuttora corretto. Da cui segue la "teatralità" della prassi che si accompagna a uno zerovirgolazero di elaborazione teorica.
    Poi segue il resto.

  • Di Fabio Della Pergola (---.---.---.67) 31 marzo 2015 00:33
    Fabio Della Pergola

    Ottimo commento. E mentre si fa quelle quattro sacrosante risate pensi anche che, dopotutto, non è solo: ci sono quelli che "vogliono la mamma" fino a novant’anni e quelli che, a volte faticosamente, a volte dolorosamente, ma spesso anche gioiosamente, se ne separano. Per vivere la loro vita.

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