L’ipotesi che la guerra all’Irak del 2003 sia stato frutto di errori di valutazione è priva di fondamento. E’ infondata perché era sufficiente un minimo di conoscenza del contesto in cui si sarebbero svolte le operazioni belliche finalizzate al cambio di regime per prevedere con notevole sicurezza quali ne sarebbero stati gli esiti: la disintegrazione del paese e la sua divisione nelle tre aree principali che lo componevano e la radicalizzazione delle posizioni ideologiche all’interno tali aree. E’ infondata perché delle conseguenze della guerra i decisori statunitensi erano stati avvertiti in modo circostanziato da personalità autorevoli e competenti. E’ infondata per l’evidente sforzo propagandistico posto in essere per convincere con argomentazioni capziose l’opinione pubblica statunitense ed europea delle buone e legittime ragioni a favore della guerra. Infine, è infondata perché oggi è ormai dimostrato che vi è stata una volontaria falsificazione delle "prove" che avrebbero giustificato la guerra.
Del resto a dimostrazione che la guerra all’Irak non è stata un errore bensì una azione ponderata e volontaria che mirava esattamente al risultato che effettivamente ha ottenuto esiste una casistica precedente e successiva all’Iraq che indica come un certo metodo per abbattere regimi non graditi non è affatto estemporaneo o frutto di errori.
Di Persio Flacco(---.---.---.14)26 febbraio 2015 20:03
Quando ci sono tornato, nel 2009, dopo molti anni di assenza, la Vucciria già non c’era quasi più. Sono rimasto basito. Allora ho cominciato a chiedere in giro, e tutti mi hanno detto, tra l’incazzato e il rassegnato, che le nuove norme imposte dal comune avevano reso impossibile la sopravvivenza del mercato. E così un fantastico patrimonio di cultura popolare palermitana si è dissolto nel nulla. A tutto vantaggio di supermarket e centri commerciali immagino. Le cose in Italia vanno così.
Di Persio Flacco(---.---.---.14)26 febbraio 2015 09:51
Come può avvenire che la vita di milioni di persone venga sconvolta nel giro di pochi mesi? Chi lo decide, e perché?
Questo articolo di Manlio Dinucci illumina una piccola parte di quel processo che ha portato alla distruzione dello stato libico, che ha compromesso presente e futuro della gente di Libia, che ha aperto la strada all’ISIS e ad altre formazioni integraliste islamiche ad un passo dal confine sud dell’Europa.
Un processo assai simile a quello che si è ripetuto praticamente identico anche in Siria, salvo che il veto di Russia e Cina in Consiglio di Sicurezza ONU ha negato la base legale per un massiccio attacco militare NATO che avrebbe dovuto rovesciare il regime siriano.
L’ipotesi che oggi la Russia stia pagando il prezzo di quella decisione, grazie al colpo di stato in Ucraina, e che anche alla Cina fosse preteso un prezzo simile, grazie alla rivolta di Hong Kong, non può ancora essere provata ma non credo sia del tutto cervellotica. Nell’uno e nell’altro caso si vede chiaramente in trasparenza l’azione di Washington.
Ma sarebbe interessante conoscere, perché ne va anche del nostro futuro, chi o cosa ha indotto Hillary Clinton a promuovere certe strategie; quali forze, e con quali motivazioni, hanno indotto l’amministrazione Obama ad invertire di 180 gradi la direzione della sua originaria politica estera.
----------------------------- di Manlio Dinucci da il manifesto, 24 febbraio 2015
Non è vero che la guerra del 2011 abbia disgregato lo Stato libico. Il perché ce lo ha spiegato il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, intervenendo al Senato: «Ritengo che, nel senso moderno dell’espressione, uno Stato non sia mai esistito in Libia». Pochi mesi fa, aveva definito la Libia «Stato fallito» (categoria creata dal «Fondo per la pace» Usa). Ora però ci ha ripensato: «Che si possa parlare oggi di Stato fallito suscita in me perplessità: non era uno Stato l’esercizio del potere autocratico e personale del presidente Gheddafi sulla base di un sistema di equilibri con la moltitudine delle tribù».
Sulla sponda sud del Mediterraneo non c’era dunque uno Stato, la Repubblica araba di Libia, nata nel 1969 dopo oltre 30 anni di dominio coloniale italiano e quasi 20 di una monarchia succube di Gran Bretagna e Stati uniti. Uno Stato che, abolita la monarchia, aveva chiuso nel 1970 le basi militari statunitensi e britanniche, e nazionalizzato le proprietà della British Petroleum.
Uno Stato che – documentava la Banca mondiale nel 2010 – manteneva «alti livelli di crescita economica», assicurando (nonostante le disparità) il più alto tenore di vita in Africa e dando lavoro a circa due milioni di immigrati africani; che registrava «alti indicatori di sviluppo umano» tra cui l’accesso universale all’istruzione primaria e secondaria e, per il 46%, a quella di livello universitario.
Uno Stato che aveva reso possibile con i suoi investimenti la nascita di organismi che avrebbero potuto realizzare l’autonomia finanziaria dell’Africa: la Banca africana di investimento (in Libia), la Banca centrale africana (in Nigeria), il Fondo monetario africano (in Camerun).
Riscrivendo la storia, tutto questo viene cancellato e la Libia del 1969-2011 viene rappresentata come un non-Stato, una «multitudine di tribù» (definizione di stampo coloniale) tenute insieme dal potere di Gheddafi. Potere che indubbiamente esisteva, frutto delle fasi storiche attraversate dalla Libia, ma che si era allentato e decentrato aprendo la prospettiva di una ulteriore evoluzione della società libica.
La Libia, dopo che gli Usa e la Ue avevano revocato l’embargo nel 2004, si era ricavata uno spazio a livello internazionale. Nell’aprile 2009, a Washington, la segretaria di stato Hillary Clinton stringeva calorosamente la mano a uno dei figli di Gheddafi, dichiarando di voler «approfondire e allargare la nostra cooperazione».
Nemmeno due anni dopo, la stessa Clinton lanciava la campagna internazionale contro Gheddafi, preparando la guerra. Ora però, nel quadro della competizione per le prossime presidenziali, gli scheletri escono dall’armadio: documentate prove (pubblicate dal «Washington Times» e all’esame della commissione congressuale di inchiesta sull’uccisione dell’ambasciatore Usa a Bengasi nel 2012) dimostrano che è stata la Clinton a spingere l’amministrazione Obama alla guerra contro la Libia «con falsi pretesti e ignorando i consigli dei comandanti militari».
Mentre la Clinton accusava Gheddafi di genocidio, l’intelligence Usa riferiva attraverso i suoi rapporti interni che «Gheddafi aveva dato ordine di non attaccare i civili ma di concentrarsi sui ribelli armati». Viene alla luce anche un documentato rapporto, inviato nel 2011 dalle autorità libiche a membri del Congresso Usa, sulle forniture di armi ai jihadisti libici da parte del Qatar con il «permesso della Nato».
In quel momento il presidente Napolitano dichiarava che, «non potendo restare indifferenti alla sanguinaria reazione di Gheddafi», l’Italia aderiva al «piano di interventi della coalizione sotto guida Nato».
Di Persio Flacco(---.---.---.184)17 febbraio 2015 20:28
"la realtà dice che Renzi è il timoniere e che gli italiani sono pronti a fargli da equipaggio" Non so se questa sia la realtà vera o la realtà giornalistica. Da uno degli ultimi sondaggi risulta che Renzi gode della fiducia del 40% degli italiani, probabilmente anche a causa dell’effetto positivo della elezione di Mattarella, ma va anche aggiunto che da tempo è al centro dell’attenzione mediatica e che in questo momento non ha competitori di rilievo né nel PD né fuori. Misure oggettive del consenso politico degli italiani non ne abbiamo, benché Renzi sia stato lesto ad intestarsi il successo elettorale del PD alle europee e quello delle primarie farsa. Molto più concreto e gravido di conseguenze è il dato dell’alta astensione alle elezioni regionali in Emilia: storico pilastro dei partiti italiani di sinistra.
Ma ammettiamo pure che tu abbia ragione e che Renzi goda di un diffuso sostegno popolare, questa è una ragione sufficiente per fare il tifo per lui?
Dipende dalla rotta scelta dal timoniere, io penso. E siccome credo che questo Paese abbia bisogno di più democrazia, non di meno democrazia, non faccio il tifo per Renzi. Che l’effetto congiunto delle modifiche costituzionali in corso e nuova legge elettorali comporterà una diminuzione della rappresentanza democratica lo dicono stimati costituzionalisti, non solo io. Che il presidente del consiglio e segretario del PD ostenti fastidio e disprezzo per le minoranze tutte, dimostrando di non avere mai introiettato certi principi cardine della democrazia, non me lo invento io: è nei fatti. E ed è un fatto che Renzi tratti i parlamentari del PD come se fossero suoi dipendenti invece che come liberi rappresentanti del popolo italiano, dimostrando con ciò di avere una concezione dei principi costituzionali assai diversa da quella scritta nella Costituzione. Non stupisce che consideri la Costituzione un impaccio da superare. Non stupirebbe nemmeno se ritenesse il potere esecutivo prevalente sul legislativo e si comportasse di conseguenza, e se tentasse di indebolire il secondo per rafforzare il primo, cosa a cui tendono le sue riforme. Insomma, caro Paolo, se Renzi avesse davvero il seguito che dici tutto direi di lui meno che "Bravo Renzi, avanti tutta!"
Di Persio Flacco(---.---.---.163)15 febbraio 2015 18:16
Siamo fritti - ho pensato appena letto l’articolo - se anche uno come Paolo si è fatto irretire da Renzi significa che il Fiorentino può fregare tutti -
Poi però la mia propensione a sottoporre ogni volta a verifica critica le mie convinzioni mi ha indotto a pormi dei dubbi: -avrà mica ragione lui? - E per l’ennesima volta ho ripercorso la strada che mi ha condotto più volte a pensare di Renzi ciò che penso.
Nessun errore di valutazione apprezzabile: quello che penso di Renzi è di nuovo confermato dall’esame obiettivo dei fatti. Dunque siamo fritti. Ciao.