Dottore in filosofia e dottore in scienze della formazione, ho conseguito diversi master e corsi di specializzazione in comunicazione, formazione, selezione del personale e project management. Affascinata dal mondo del web marketing e dello storytelling management. Da anni impegnata nella gestione di Risorse Umane, in area didattica e nel problem solving aziendale. Mi piace dire qualcosa parlando di altro, mi piace parlare dell'uomo...
Credo che prima di giustificare o accusare chi offre armi
come strumento per costruire la pace – la contraddizione non passa inosservata –
dovremmo chiederci chi guadagna e quanto nell’alimentare una guerra che sembra
protrarsi oltre ogni concepibilità nell’era odierna. Come sempre, come in passato – e come sarà in
futuro, ahinoi, gli interessi di mercato prevalgono su quelli dell’umanità: l’uomo
non è mail il fine ma il mero strumento di interessi altri, Altri nel senso più
ampio possibile. L’economia ha dismesso da tempo il suo valore primario, quello
che tradurremmo come la “regola della casa”, ossia la ratio che garantisce il
vantaggio della situazione dell’uomo. Ormai si alimentano guerre per guadagnare
sulla vendita di strumenti di morte, per guadagnare su quanto rimane e quanto è
da rimettere in piedi, su cosa sottrarre ai reduci a spese irrisorie. La nefandezza
del genere umano si mostra nei tempi e non cambia. Le guerre sono ovunque e
accadono di continuo, anche se i media non hanno vantaggio a mostrarcele tutte.
Di altre, piuttosto, è meglio tacere, affinché l’attenzione del pubblico si
concentri su altro. Ma queste son cose note.
Io penso al mondo distrutto di ognuna di quelle persone:
distruzione che avviene ogni giorno, mentre ci abituiamo a sentirle narrare in
cantilena dai media. Siamo nel 2022, in una realtà sociale, culturale e tecnologica
che non giustifica eventi del genere. Eppure accadono.
Timothy Morton, in un bellissimo libro dal titolo "Iperoggetti", ci dice che il mondo è morto. Morto per come pensavamo di conoscerlo prima di sperimentare questa epoca della incertezza che, in quanto tale, si manifesta essere l’epoca del risveglio. Il mondo assume, nella sua visione, il carattere di iperoggetto, ossia di qualcosa che ha una sua vita ed è continuamente intrecciato alla vita di altro. Anche ciò che riteniamo senza vita, in realtà dimostra di averne, perché tutto porta conseguenze su tutto, e di questo facciamo esperienza continuamente. Dunque un iperoggetto è qualcosa che rimanda a qualcosa a cui sempre si è rimandati, e per sua stessa natura non è conoscibile mai nella sua interezza. Come una moneta, ci dice Morton, ne possiamo cogliere un lato solo per volta. Il mondo quindi si dà sottraendosi, questo è il fatto, e oggi iniziamo davvero a percepirlo con un senso di disperazione che dovrebbe invece convergere in una nuova visione: i fatti accadono, indipendentemente dalla nostra volontà e capacità di comprenderli. L’informazione, pertanto, può essere mitologia, lo è, è uno dei nostri modi di raccontarci, uno dei modi che abbiamo per cogliere davanti allo specchio ciò che possiamo di questa nostra strana e confusa esistenza. E tale mitologia - a volte costruita in malafede, a volte in buona - è uno degli strumenti che ci consentono di agire insieme, di incontrarci, di cooperare e anche di farci del male. Perché noi uomini non siamo fatti per stare da soli e abbiamo bisogno di storia, e abbiamo bisogno di raccontarla per dare a noi stessi la certezza di esistere.
Carissimo, è sempre un piacere incontrarla in ciò che scrive. Un saluto.
Marina Serafini
Gentile Carmelo, apprendo dal suo profilo che di questi temi ne sa per esperienza diretta: questo mi incuriosisce e mi tocca profondamente. Noi tutti commettiamo errori, di gravità diversa, certamente, e ne siamo comunque pur sempre responsabili. Un amico ripeteva spesso che la natura non perdona. Lo diceva anche il Papa. E infatti è raro commettere errori le cui conseguenze non lascino ombre e strascichi e strappi nella vita di chi li ha commessi. La vicenda legata a Battisti è solo l’occasione ulteriore di riflessione su temi a lungo dibattuti ma mai esauriti nel confronto sociale. Come potremmo mai farlo? Noi siamo dentro a questo stesso sistema di colpe e di accuse, non possiamo uscirne, e quindi non possiamo dominarlo e maneggiarlo liberamente. Nemmeno con le parole, figurarsi con il pensiero!
Lo stato, la pubblica sicurezza, la necessità di dare esempio...parolone gravi che puzzano di stituzioni e necessitano di un manifesto. D’altronde, in una società, la comunicazione è fondamentale: deve arrivare allo scopo, deve stimolare reazioni - anche se spesso per scopi ulteriori e non troppo espliciti.
Certo, la detenzione dovrebbe rieducare, dovrebbe orientare in percorsi diversi, dovrebbe fungere da vettore per una rinascita esistenziale, ma per farlo necessita di strumenti e intenzioni e capacità. Sembra che ad oggi scarseggi un pò tutto. Forse è un problema di fondi, o forse è un problema più antico, che consta nell’Humanitas scomparsa, o in fase di annebbiamento crescente. Mi interrogo spesso su cosa sia rimasto dell’uomo. Poi mi chiedo se sia mai stato in grado davvero di rivelare la propria meravigliosa essenza. Poi mi viene il dubbio che io non stia ingannando me stessa da sempre credendo a un ideale che cozza con la storia di cui siamo fatti, e che contribuiamo a creare attraverso le nostre azioni e il nostro essere così limitato. Ma io sono fondamentalmente idealista e continuo a credere, nonostante le delusoni, che l’HOMO esiste, che è dentro di noi e che in qualche modo, laddove ancora non lo ha fatto, uscirà. In molti luoghi e in molti tempi lo ha già fatto e continua a succedere.