Dottore in filosofia e dottore in scienze della formazione, ho conseguito diversi master e corsi di specializzazione in comunicazione, formazione, selezione del personale e project management. Affascinata dal mondo del web marketing e dello storytelling management. Da anni impegnata nella gestione di Risorse Umane, in area didattica e nel problem solving aziendale. Mi piace dire qualcosa parlando di altro, mi piace parlare dell'uomo...
Carissimo, le mie parole mirano al rilancio per continuare un dialogo che con te - azzardo anch’io l’utilizzo del tu - é sempre fruttuoso e gradito, e sono davvero lieta che questo aspetto sia stato colto. Dunque: Absit iniuria verbis!
Temo che alla tua domanda iniziale sia difficile dare una risposta univoca, temo che noi umani siamo vittime di forze diverse che ci spingono e ci contraggono, e ci distorcono in modo che puó è al contempo non può trovare giustificazione. Oggi riflettevo sulle tue parole mentre vedevo un film interessante: La morte e la fanciulla. Una donna vittima di abusi riesce a smascherare il suo aguzzino e a farlo confessare. Egli non é pentito, tutt’altro. E nel suo discorso egli espone l motivi che lo hanno portato a godere dei propri soprusi. Motivi morbosi, motivi che consentivano ad un uomo qualunque di sentirti potente, per via di una situazione particolare. La vittima decide infine di lasciarlo andare, lo libera e lo lascia lì, senza ucciderlo - a differenza delle originarie intenzioni. Eccomi dunque venire a te: il giudizio non può venire da fuori, arriva da dentro ed incombe su ognuno attraverso la propria esistenza. Tu sai ciò che sei e in questo la vita giudica l’individuo in un modo che non é contestabile, perché il giudizio sta nella consapevolezza interiore. Un saluto
Carissimo, la convivenza in mondi diversi tra generazioni vicine é una drammatica realtà, lo diviene nel momento in cui i confini tra i mondi rendono altro il linguaggio e difficile la trasmissione. Wittgenstein parlava di giochi linguistici, del fatto che non é mai assolutamente chiuso il confine e che l’uomo, in quanto tale, aderisce sempre ad una qualche dimensione comune che consente il passaggio. Da un gioco linguistico ad un altro, da una forma di vita ad un’altra. La responsabilità della pedagogia, oggi come ieri, deve restare quella di educare l’individuo al pensiero critico, che é di fondamentale importanza da sempre e per sempre, tanto più in un mondo che trasmette informazioni a iosa e in velocità. La responsabilità dei filosofi sta nello sforzarsi di trovare il passaggio, di entrare in quei nuovi giochi linguistici per consentire la propria e l’altrui evoluzione. Il futuro diverso dal passati a nello stesso sentiero dell’umanità, una umanità sempre in divenire.
Un caro saluto.
La incontrerò in un pensiero: studiando, incuriosita, il modo di danzare di culture diverse, ho compreso infine che noi tutti danziamo in ogni azione che compiamo quando siamo concentrati e seriamente impegnati. Quando siamo unitari a noi stessi e con il nostro momento. E la danza é l’espressione del nostro vivere autentico..
Un saluto
Carissimo, mi domando se questo estremo relativismo non spinga poco prudentemente verso una inazione paralizzante. Non giudico, ergo rispetto tutti, ergo...Cosa e come faccio?
E’ vero: l’uomo si é sempre beato, ieri come oggi, di abbracciare scenari violenti e crudeli, quasi che il dolore degli altri riuscisse a esorcizzare, sostituire o vendicare il proprio, quasi che attestare la crudeltà del vivere possa rendere tollerabile la propria, darle un senso che sia possibile accettare.... Niente é normale e tutto é normale... Ma ripartiamo dalla nostra esistenza, quella di ogni individuo. Mi sovviene una riflessione, una accusa in realtà, enunciata dal protagonista di Joker - l’ultimo film di Phillips - , una frase banale ma anche davvero realistica: prendi un malato di mente solitario e lascialo in balia di una società che lo abbandona..E cosa ottieni?
Ottieni la in-distinzione del bene dal male, ottieni che non puoi più giudicare perché i valori diventano etichette confuse. Concordo: il valore può essere una imposizione, un modo per soggiogare. Cosa non lo é? Ma non darsi dei valori, non darsi delle sponde rende tutto troppo indistinto. E in un quadro infinitamente aperto l’occhio si perde e finisce col non saper più cogliere...
Un azzardo, dunque, un ideale regolativo, o una mera provocazione?
Gentile, parlo da ex ballerina, da anima che ha amato e ama l’espressione di sé nel movimento e nello spazio. E mi tocca smentire le sue parole: a volte la danza non aiuta ad affrontare meglio la vita, consente solo di urlare in un modo diverso. Urlare aiuta a sfogarsi, ma non a trovare la direzione più consona. Forse non dovremmo limitarci a vivere come si balla, ma dovremmo provare a danzare la vita per come essa si pone e ci accoglie, perché altri comprendano e facciano dell’esempio esempio per altri. La vita di ognuno di noi ha un valore e una bellezza che fatichiamo a comprendere e, quindi, ad esprimere. La danza, al pari dei suoni, degli sguardi, di azioni, é solo uno dei molti giochi che possiamo comporre ed esibire, che potremmo imitare o innovare. La vita, dunque, dovremmo eseguire, la vita prima che la sua auspicata imitazione.
Un saluto.