Si sta
prospettando un’infausta congiuntura tipo quella del novembre 2011.
Da allora (e
nonostante il deprecato regime di “austerità”) il DEBITO è aumentato di altri 400
miliardi. A valle delle decantate riforme “epocali” la disoccupazione sfiora ancora
l’11%, i contratti a termine superano i 4 milioni di casi e le famiglie in
povertà assoluta sono quasi 2 milioni.
I TASSI d’interesse sui Titoli pesano oltre
il 2,5%, seppur “frenati” da quell’ombrello (QE) della Bce che potrebbe
chiudersi a fine anno.
Così stiamo.
TOCCA al Ministro dell’Economia Giuseppe
TRIA (come a suo tempo Giulio Tremonti) cercare di far “rinviare” in sede di consuntivo
le eventuali “misure correttive” già ventilate dalla Commissione UE.
Intanto è
tutto ancora da trovare nel nostro Bilancio lo “spazio” necessario a finanziare
quest’anno i “mirabili” interventi promessi per la crescita, per il lavoro e
per “cambiare” la vita degli italiani.
Di sicuro il Ministro TRIA dovrà piantare
dei solidi “paletti” per arginare gli “appetiti” delle forze politiche
componenti il Governo. Compito tutt’altro che facile viste le Elezioni Europee
di maggio 2019.
Se aggiungiamo le turbolenze internazionali il quadro è
completo.
FINALE.
Quando ci si affida ai “nuovi” leader carismatici, protagonisti
della realtà virtuale, c’è da mettere in conto progetti via via dilazionati e/o
misure annacquate. Se dal "contratto" non si scivola verso lo "scontro".
E sempre che gli operatori finanziari non facciano saltare lo
spread. PROPRIO come nel novembre 2011.
GESTIRE la cosa pubblica ha senso e
valore se è preludio di un Ritorno alla Meta …
Mettere
sullo stesso piano i diritti dei milioni di disoccupati e di chi rischia la
fame con il “diritto” alla genitorialità omosessuale o con il diritto alla “selezione”
genetica o il diritto dei “no vax”, tutto questo significa sconcertare gran
parte dell’opinione pubblica e alimentarne l’aspettativa di soluzioni realistiche
e “autoritarie”.
L’UNIONE Europea è come un grosso “carrozzone” che procede sempre più a tentoni.
Unico VALORE che accomuna gli Stati membri è l’interesse per la dimensione e le potenzialità
del mercato in comune.
FATICA sprecata è quindi fare appello alla responsabilità ed
all’impegno collettivo in tema di controllo dei flussi migratori: dall’accoglienza
fino ai rimpatri.
Così come invocare una calibrata ripartizione dei richiedenti
asilo.
In sostanza.
Quella dei migranti che attraversano il Mediterraneo è una partita da giocare,
in primis, nel rapporto con i Paesi della costa nordafricana.
Per spuntare risultati
tangibili servono mezzi e risorse dal costo di svariati miliardi di euro. E ecco
il punto.
TUTTI gli Stati dell’Unione Europea, pro quota, possono e devono
farsi carico di tali oneri finanziari.
ONERI da destinare a vantaggio delle
iniziative assunte dai Paesi più “esposti” perché in prima linea. Oneri da ricalcolare
ogni anno in funzione del reale andamento dei flussi.
Un capitolo a parte,
altrettanto importante, sono gli accordi da ricercare con i Paesi di origine.
PS
> Per quegli Stati dell’UE che, in forza della collocazione geografica, sono
bravi solo a puntare i piedi esiste sempre la “cura passeur”. Soluzione tanto
inconfessabile quanto “indecorosa”, ma che è meglio dei migranti lasciati
affogare in mezzo al mare.
Ergo
Provare a gestire simili fenomeni epocali non
è giocare a Bingo.
Per
fagocitare masse di consensi è bastato lanciare lo slogan “prima gli italiani”.
Non è difficile mettere in coda (dietro agli italiani) i migranti e i nomadi
irregolari. BASTA cogliere l’occasione e impartire l’ordine esecutivo.
Trovare
un colpevole suona bene per tanti “arrabbiati” e frustrati.
Tutt’altra cosa è
reperire le ingenti risorse necessarie a sostenere la crescita e tali da “cambiare”
la vita degli italiani (flat tax, reddito cittadinanza, ecc.).
Ecco allora l’oculata
caccia a dei gruppi “ristretti” di cittadini che siano esemplificativi di
categorie ben più corpose.
Avviare un qualche apprezzabile provvedimento suona,
subito, da acconto su più esaustive soluzioni programmabili “quanto prima”.
E’ SEMPRE
la stessa tecnica del “prima”. Di sicuro procedere a tappe avvantaggia solo
colui che promette “soluzioni” epocali.
In realtà.
Al tasso attuale per il
DEBITO da 2.300 miliardi ci sono quasi 10 miliardi di interessi da pagare ogni
anno. ANCOR PIU’ più ne servono per reiterare le cosiddette Clausole di
Salvaguardia.
La storia insegna che la Febbre del Tribuno non conosce remore,
limiti …
Fin dalla
campagna elettorale imperversa la promessa di cambiare di parecchio il tessuto
socio-economico del paese.
MA ORA nelle dichiarazioni e negli annunci di merito
ricorre spesso il termine “qualcosa”.
Dei problemi in evidenza si focalizza quel
“qualcosa” (aspetto) che è dai più visto come inaccettabile.
I provvedimenti (atti) da varare
in Parlamento vertono su un “qualcosa” (fatto) da cominciare a correggere o
superare.
Il tutto è legato alla risaputa differenza che c’è tra il dire e il
fare. Ovvero.
Quando i fenomeni sul campo sono articolati e complessi e quando
scarseggiano le risorse riguardanti una intera fattispecie torna molto utile cercare
di richiamare l’attenzione su un “qualcosa” che suoni a preludio (avvio) di
quel generale cambiamento prospettato.
Il problema è che l’emotività (paure,
aspettative, ..) è l’anticamera della reattività.