Virginia Woolf: snobismo d’epoca

par Damiano Mazzotti
sabato 6 agosto 2011

“Sono una snob?” è una pubblicazione minimalista che raccoglie alcuni saggi brevi di Virginia Woolf (www.pianobedizioni.com, 2011).

La grande romanziera e saggista inglese in queste pagine racconta la sua vita di società con inaspettata umiltà. Tra gli otto micro saggi “Sono una snob?” è abbastanza significativo, poiché conduce la classica critica ironica del vero scrittore alla società del suo tempo e del suo paese. Per Virginia Woolf “l’essenza dello snobismo è il desiderio di far colpo sugli altri”. Però questo genere di snobismo è molto simile al classico narcisismo più o meno patologico o massmediologico. A mio parere invece lo snobismo più deteriore è quello di chi si sente sempre superiore agli altri e quello di chi non prende quasi mai in esame il punto di vista degli altri oppure delle minoranze.

L’inevitabile vanità dello scrittore in Virginia è appena pronunciata. Infatti di se stessa dice: “A chi mi recensisce offro un’ampia porzione di pelle, ma ben poca carne e sangue. Cioè, mi importa delle recensioni buone o cattive, ma solo perché credo che i miei amici pensino che mi importino, Ma siccome so che i miei amici dimenticano quasi immediatamente le recensioni, sia buone o cattive, le dimentico anch’io in poche ore. La carne e il sangue non ne sono toccati. Le uniche critiche che fanno sanguinare sono quelle che non vengono pubblicate; sono quelle private”.

Comunque “Pensieri di pace durante un bombardamento aereo” è il saggio più profondo e più attuale, dove viene preso in esame il grande limite della gestione politica della parte maschile dell’umanità. E siccome ritengo un delitto comunicativo alterare i pensieri dei grandi scrittori con la riscrittura, chiudo con un citazione integrale di una delle più grandi scrittrici del Novecento (la riscrittura implica l'imprecisione e i vizi emotivi del pettegolezzo):

“Ma se fosse necessario, per il benessere dell’umanità, per la pace nel mondo, che l’esercizio della maternità venisse circoscritto, e l’istinto materno messo a tacere, forse le donne non si rifiuterebbero. Gli uomini le aiuterebbero. Onorerebbero queste donne per il loro rifiuto di generare. Darebbero loro altre possibilità di esercitare il loro potere creativo. E anche questo deve essere parte della nostra lotta per la libertà” (p. 102).

Questa scrittrice aveva compreso che l’eccesso di popolazione umana porta a squilibri economici e politici nazionali e internazionali. Porta guerra e povertà. E forse fu la sua estrema sensibilità a condurla al suicidio all’inizio della seconda guerra mondiale (nacque nel 1882 e morì nel 1941).


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