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"Vincere", di Marco Bellocchio

"Vincere", di Marco Bellocchio

par polsander
giovedì 28 maggio 2009

Lo sguardo fisso, in Avanti!, rivolto al muro (e all’infinito da conquistare oltre esso) di Filippo Timi mentre violentemente penetra, o meglio, mentre violentemente Giovanna Mezzogiorno-Ida Dalser lo consuma nel proprio ventre e gli grida «Amore», avvisa lo spettatore di ciò che la Storia (le) riserverà negli anni a venire. Cioè passione prima biunivoca e pubblica; poi unidirezionale e segreta; infine, saranno indifferenza e odio che si snodano e si scontrano sullo sfondo dell’annientamento dell’italica coscienza.

Ida è la sola che urla contro il Duce sulla pubblica piazza: e se le viene risparmiata la vita, è solo in nome di quel figlio, legalmente riconosciuto, e di un certificato di matrimonio che se trovato frantumerebbe l’immagine del Duce buon padre della [patria] famiglia.


Gli occhi della Mezzogiorno, alla sua più grande interpretazione, rivendicano da subito il centro del palcoscenico futurista: prima trepidamente concupiscenti del corpo e delle ferite del giovane Mussolini-Timi; poi ossessivamente visionari, tanto da vendere tutti i suoi beni per il balcone di Piazza Venezia, pensando ingenuamente che ci sarà lei al fianco del Duce, e tanto che nemmeno il primo assaggio di manicomio riuscirà a convincerla che Mussolini l’ha tradita; quindi ferinamente vogliosi di femminea vendetta per l’identità negata e la pubblica umiliazione che ne segue.

Ma sono le sue meravigliose lacrime chapliniane che ci riportano alla tragedia appena consumata: un figlio tolto ad una madre è atroce delitto, solo per vigliacchi, anche (e di più) se in stivali neri e uniforme con gradi. Perfino la misericordia fatica a scardinare la connivenza col fascismo: scienza e religione si riparano dietro le porte del manicomio, e simboleggiano il periodo più buio della storia di questo paese e di questo popolo. Che ha poca e cattiva memoria, sembra voler dire Bellocchio: basterà un capolavoro?

Piazza Venezia è sempre a Roma.


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