Venezia - al Teatro la Fenice: Lohengrin
par marina bontempelli
lunedì 4 maggio 2026
Il ritorno di Lohengrin al Teatro La Fenice dopo trentasei anni di assenza è stato un evento atteso che ha proposto una visione registica particolare, capace di stimolare il confronto critico tra il pubblico.
In un’epoca in cui la regia sembra voler dettare legge sullo spartito, l’allestimento di Damiano Michieletto ha confermato quanto il teatro d’opera sia oggi un terreno di dibattito ideologico oltre che estetico. In questa produzione in cui la navicella è stata risolta con una piccola bara bianca che poi si scoprirà contenere le piume del cigno; lo Schelda è stato rappresentato con una vasca da bagno e dove troneggiano uova giganti a simboleggiare l’origine, il mistero di Lohengrin, è stata la musica a farsi carico della vera narrazione.
Sul piano visivo la produzione si è mossa lungo i binari di un simbolismo asciutto e minimalista con le scene di Paolo Fantin in pendant ai costumi di Carla Teti che evocavano una realtà sospesa, atemporale, e per chiudere il cerchio Alessandro Carletti ha compiuto un elegante lavoro di sottrazione molto efficace sulle luci. L’intera compagnia di canto si è rivelata di grande qualità, offrendo una prova vocale di prestigio. Il debutto di Brian Jagde nel ruolo eponimo è stato accolto con interesse.
Il tenore americano ha sfoggiato uno strumento squillante e solare e la sua voce si è imposta naturalmente dando corpo ad un cavaliere del cigno dotato di natura aliena ma anche profondamente umana. Accanto a lui la Elsa di Dorothea Herbert ha convinto per la capacità di tradurre in canto i turbamenti del personaggio, passando dalla purezza estatica del primo atto alla febbre del dubbio finale, dosando una notevole gamma di finezze vocali. Ragguardevole anche la prova di Chiara Mogini, Ortrud, che ha dominato la scena con un registro grave cavernoso e acuti fin troppo sferzanti, ottimo contraltare al Telramund di Claudio Otelli, meno imponente vocalmente, ma interessante nell’accento e nella resa scenica del tormento.
Alla recita del 15 aprile il ruolo di Heinrich der Vogler è stato sostenuto da Anthony Robin Schneider. Schneider ha offerto una prova di estremo valore: nonostante la chiamata improvvisa, il suo Re Enrico ha brillato per freschezza timbrica e per una linea vocale composta e mai forzata che si è integrata immediatamente nelle complesse scene d’assieme. Adeguato e professionale tutto il resto del cast. Impeccabile il Coro della Fenice, preparato dal maestro Alfonso Caiani. Il vero trionfatore della serata è stato Markus Stenz.
Sul podio di un’Orchestra della Fenice in stato di grazia, Stenz ha optato per una lettura di cristallina trasparenza. Si è ascoltato un Wagner di nitidezza timbrica rara dove il fluire della melodia infinita non ha mai conosciuto cedimenti nell’intensità sonora e il magistrale lavoro sugli archi nel celebre Preludio è stata un’ascesa verso la luce risolta con siderale controllo delle dinamiche. Questo Lohengrin conferma l’altissima qualità delle masse artistiche veneziane e lascia la sensazione di un evento musicale di prim’ordine. Il pubblico ha premiato l’allestimento con applausi calorosi malgrado qualche espressione di delusione in sala nei confronti della regia.