Venezia - al Teatro Goldoni, il dittico Menotti/Bernstein

par marina bontempelli
lunedì 26 ottobre 2026

Il teatro di prosa di Venezia ha eccezionalmente ospitato il nuovo allestimento del Teatro La Fenice, attualmente inagibile per adeguamenti della scenotecnica.

Ultimo titolo della Stagione 2025-2026 il dittico The Telephone di Gian Carlo Menotti e Trouble in Tahiti di Leonard Bernstein è andato in scena con grande successo nella seconda settimana di ottobre. Gianmaria Aliverta, uno dei registi lirici italiani più affermati della sua generazione è stato chiamato ad assumersi l’arduo compito di “costruire un modello unitario che collegasse entrambi i lavori” come aveva già fatto nel 2015 con Diario di uno scomparso di JanàÄeck e La voix humaine di Poulanc/Cocteau.

E’stata proprio la riuscitissima unità narrativa e visiva creata dal regista il vero punto di forza della messinscena. Aliverta rilegge The telephone come l’antefatto di Trouble in Tahiti, così nell’opera di Menotti la protagonista Lucy diventa un’agente immobiliare sempre attaccata al telefono, una figura sorprendentemente contemporanea malgrado l’opera abbia visto la luce nel 1947. Ben, il protagonista maschile, vorrebbe farle la proposta di matrimonio, ma non riesce a formularla perché lei risponde alle telefonate che continuamente riceve.

Lo spiritoso Menotti, del quale è anche il libretto, fa risolvere così il problema a Ben: farà lui una telefonata a Lucy per poter comunicare, acquisterà una villetta e Lucy accetterà di sposarlo. Trouble in Tahiti mostra il seguito disilluso. La stessa coppia, ora Dinah e Sam, abita dieci anni dopo quella casa perfetta, consumata dall’incomunicabilità e dalle falle dell’American Dream. Il finale ce lo illustra Aliverta “cercano di fare qualunque cosa pur di uscire dal buco nero in cui sono caduti (…) Da lì in poi, proprio come in The Truman Show, si va verso l’uscita da questo mondo azzurrato, fatato, pieno di nuvole dove tutti si vogliono bene, dove tutto funziona”.

I costumi sono dello stesso Aliverta, databili Anni Cinquanta, ma rivelano un carattere onirico, fiabesco, così come le scene di Elena Zamparutti: una scatola di cielo azzurro e nuvole nella quale agiscono i protagonisti. Nel team creativo figurano coerentemente bene le luci di Marco Filibeck e le coreografie di Nicola Trazzi. Tutto ha contribuito a trasmettere le due facce, comica e drammatica, del benessere d’oltreoceano del dopoguerra. Una vera sfida, vinta, interpretare entrambi i ruoli nei due titoli, soprattutto per il soprano. Elisa Balbo (Lucy/Dinah) ha sfoderato una ragguardevole tenuta vocale, nonché una superba versatilità scenica ed è stata la regina della serata. Allen Boxer (Ben/Sam) ha declinato i suoi personaggi con efficacia esibendo un solido registro vocale di baritono.

Assolutamente impeccabile e pregevole il Trio Jazz composto da Julie Mossay, Christian Schleinzer e David Pogana impiegato nell’opera di Bernstein che ha saputo cantare con sarcastica ironia ed encomiabile precisione ritmica i jingle pubblicitari che celebrano la finta felicità suburbana. Unanimi gli elogi per Jacopo Brusa alla guida dell’Orchestra del Teatro la Fenice che è riuscito a fondere con equilibrio la partitura di Menotti coniugandola con le contaminazioni jazz e i ritmi sincopati delle pagine di Bernstein. Peccato che il Goldoni, teatro di prosa, manchi della buca e i livelli dell’orchestra talvolta non sono risultati favorevoli ai cantanti. Uno spettacolo di altissimo livello grazie all’intelligenza creativa del regista, alle spiccate qualità direttoriali di Brusa e ai valorosi cantanti. Applausi caldi e festosi da parte del pubblico.


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