Una governance stabile in Francia fa bene a tutta l’Europa
par Eleonora Poli
giovedì 23 ottobre 2025
Affrontate e superate le mozioni di censura della sinistra e della destra radicali, il primo ministro reincaricato Sébastien Lecornu può iniziare seriamente a lavorare con il nuovo governo al budget e agli altri dossier urgenti. Il quadro politico è ancora incerto, ma a dispetto di difficoltà, critiche e aperto ostruzionismo, la coppia Macron-Lecornu rimane al momento l’unico baluardo a fronte degli estremismi che dividono il Paese e incombono sul futuro dell’UE
Chi in Italia, nelle ultime settimane, ha guardato con una certa irrisione alla crisi politica francese, compiacendosi quasi - neanche troppo velatamente – del pensiero “ebbene, questa volta tocca a voi”, commette lo sbaglio di non considerare, o quantomeno di sottovalutare, l’interconnessione che ormai esiste tra le vicende interne dei diversi Paesi dell’Unione Europea. Soprattutto quelli più vicini tra loro per confini geografici, storia e cultura. I cambi al vertice e l’instabilità prolungata di un Stato membro si riflettono direttamente o indirettamente sugli altri e rischiano di fragilizzare l’Europa, i mercati e le relazioni internazionali.
Quella appena trascorsa è stata una settimana molto densa, a Parigi. Sébastien Lecornu, il primo ministro reincaricato dal presidente Macron dopo essere stato costretto la prima volta alle dimissioni poche ore dopo la nomina, ha tenuto il suo discorso di politica generale davanti all’Assemblée Nationale e poi al Senato. Ancora prima che presentasse il programma dell’esecutivo appena costituito – quindi indipendentemente da qualsiasi proposta, contenuto o concessione – già era scontato che sarebbe andato incontro a mozioni di censura, da parte della France Insoumise (LFI) da sinistra e del Rassemblement National (RN) da destra. Entrambe sono state respinte per un numero contenuto di voti.
A impedire la caduta del governo ancora prima del suo insediamento è stata la rinuncia a ricorrere, in caso di ostruzionismo nell’approvazione delle leggi più controverse, al famoso articolo 49.3 della Costituzione; e soprattutto la proposta di una temporanea sospensione della riforma delle pensioni fino alle Presidenziali del 2027. Con questo compromesso i socialisti e una parte degli ecologisti non hanno votato la censura, mostrandosi più responsabili del partito della sinistra radicale di Mélénchon che pare stia iniziando però a perdere consensi proprio a causa della demagogia distruttiva del suo leader e della palese inattuabilità di uno pseudo programma volto solo a catturare consensi.
È e resta comunque dura, in questo periodo in Francia, la vita del centro macronista. Schiacciato tra i due estremi in un Paese il cui elettorato è irrimediabilmente diviso, tuttavia rimane – sulla base dei risultati delle legislative del luglio 2024 – la seconda forza politica francese.
E qual è invece il primo partito emerso da quell’ultima consultazione che era stata convocata d’urgenza dopo la dissoluzione del parlamento decisa da Emmanuel Macron?
Un primo partito in realtà non c’è. A ottenere la maggioranza relativa alle elezioni anticipate era stata infatti una coalizione della gauche messa insieme in poche settimane, con il preciso obiettivo di frenare l’avanzata del Rassemblement National di Marine Le Pen e di Bardella. Peccato che - allontanato (temporaneamente) il pericolo - questa sinistra composita si sia sfaldata alla stessa velocità con cui era nata. Troppe componenti eterogenee, troppe differenze tra la France Insoumise di Mélénchon, i Comunisti, i Socialisti, gli Ecologisti e così via. Nessuno disposto a scendere a patti, ciascuno si è comportato come se avesse vinto le elezioni in solitaria, e con maggioranza schiacciante. Non è andata così, invece, come dicono i numeri, come mostra la composizione del Parlamento. In sintesi il populista Mélénchon non aveva più titoli per diventare primo ministro rispetto a Bardella di RN. Da rilevare che nell’intransigenza delle posizioni e in una certa volontà di seminare il caos in una Francia divisa, gli estremi sembrano incredibilmente trovare in questo frangente una convergenza, insomma sembrano toccarsi nel tentativo di destabilizzare e mandare in crisi le istituzioni democratiche, dal governo al presidente della Repubblica.
A quel punto - estate 2024 - la parola ultima andava a Macron che, pressato dalle urgenze interne e internazionali – dal Medio Oriente all’Ucraina, dai rapporti con gli USA a quelli con l’UE – aveva scelto di “pescare” nel suo campo o almeno di non allontanarvisi troppo. Non ha voluto, e in effetti condizioni inequivocabili per farlo non sussistevano, arrendersi alla “cohabitation”, cioè ad avere un primo ministro e un governo di orientamento politico diverso dal proprio, di destra o di sinistra. Avendo sempre ribadito di non riconoscere la propria visione politica nell’antitesi storica gauche-droite, Macron ha preferito scegliere per il ministero di Matignon la continuità con il suo progetto presidenziale. Alla cohabitation avevano ceduto due suoi predecessori, Mitterand e Chirac; lui invece ha tirato diritto, a rischio di vedere crescere la propria impopolarità, tra i deputati e in una parte del Paese (ma ormai, da decisionista solitario quale è, deve averci fatto l’abitudine).
È così arrivato a Matignon prima Michel Barnier, durato pochi mesi, poi François Bayrou, centrista, sopravvissuto un po’ più a lungo. A fare cadere Bayrou è stata la manovra finanziaria, ma in effetti gli oppositori erano soltanto in attesa della prima occasione favorevole per costringere il governo alle dimissioni.
In seguito, storia recente: nella Francia senza esecutivo, dopo un settembre di scioperi e caos, Macron decide di incaricare Sébastien Lecornu: macronista della prima ora, da sempre membro di Renaissance, già ministro delle forze armate. Giovane e schivo, serio e animato da senso di responsabilità e iniziativa, sembra davvero più interessato ad arginare la deriva politica e sociale che a conservare la propria posizione, tutt’altro che comoda e privilegiata. Ammette di accettare la nomina per senso del dovere, non essendoci oltretutto all’orizzonte molti altri candidati pronti a “sacrificarsi”; precisa da subito di volere dare vita a un governo di scopo, vincolato alla soluzione di problemi reali e imminenti.
Si allontana quindi per ora il rischio di una seconda dissoluzione delle Camere nel giro di poco più di un anno. Una misura estrema che avrebbe forse aperto definitivamente la porta alle destre di RN; anche se ciò non è affatto scontato, visto che i francesi hanno saputo respingere già una volta questa eventualità.
Come andrà nei prossimi mesi, Lecornu II riuscirà a tenere? Forse gli daranno una mano i francesi stessi che, in base agli ultimi sondaggi, appaiono piuttosto sconcertati dai recenti comportamenti dei loro eletti e della classe politica in generale. Forse la contestazione “tout court” sta raggiungendo livelli di saturazione, lasciando emergere preoccupazioni di natura differente, sociali ed economiche, in un Paese il cui debito ha raggiunto livelli di guardia. A Bayrou lanciare l’allarme non è bastato per ottenere la fiducia. Andrà meglio a Lecornu?
Il nuovo governo è ora al lavoro, con una composizione rinnovata che, insieme ad alcune conferme – tra cui Barrot agli esteri, Gérald Darmanin alla giustizia, Rachida Dati alla cultura – introduce nei ministeri rappresentati della società civile e tecnici. Alla ricerca di nuovo equilibrio e di una stabilità che oggi significano molto non soltanto per la Francia, ma per l’Europa, di cui la Francia è un pilastro. Se il compromesso sulla contestata réforme des retraites è servito ad arginare le richieste di una parte della sinistra, certo non ha fatto contenti tutti. Sembra in effetti abbastanza inverosimile che nell’Europa dove l’età del pensionamento viaggia in media verso i 70 anni, la Francia scenda in piazza perché la legge porterebbe – con un processo graduale in dieci anni – la soglia da 62 a 64 anni!
È incontestabile che la maggiore responsabilità nella recente crisi debbano assumersela gli eletti, cioè i deputati all'Assemblée piuttosto che gli elettori.
Che la tregua abbia inizio, dunque. Chissà se il Presidente tira un sospiro di sollievo: a ogni modo, in occasione delle ultime apparizioni pubbliche - nelle trasferte di Stato dagli USA a Sharm el-Sheikh - non perde mai il suo invidiabile aplomb. Ora può tornare a occuparsi a tempo (quasi) pieno di quelli che sono due dei suoi compiti principali, essere garante dell’unità della nazionale e rappresentare la Francia nella decisioni di politica internazionale. A quanto pare, quella del “un solo problema per volta al giorno” è la linea guida di Macron. Altrimenti non si spiegherebbe la sua resilienza.
Eleonora Poli