Una Juventus senza italiani, lo specchio di un calcio che ha smarrito se stesso.

par Gregorio Scribano
lunedì 31 agosto 2026

Vicario, Kalulu, Bremer, Kelly, Celik, Locatelli, Douglas Luiz, Conceicao, McKennie, Yildiz, Kolo Muani.

Una formazione, quella della Juventus 2026-2027, che, al netto di qualche inevitabile aggiornamento di mercato, racconta una storia, ormai vecchia: quella di una squadra ‘italiana’ nella quale gli italiani latitano non solo tra gli undici titolari, ma anche in panchina. Una Juventus nella quale un giovane italiano è una primula rossa.

Che tristezza. Ma dove sono finiti i nuovi Zoff, Gentile, Cabrini, Furino, Brio, Scirea, Causio, Tardelli, Rossi, Capello, Bettega. Quella era una Juve fortissima, tutta a trazione italiana. Una squadra che costituiva la spina dorsale della Nazionale italiana. Era la Juventus dei campioni del mondo, quella che forniva uomini, carattere, identità e cultura calcistica alla rappresentativa azzurra.

Ma il problema non è solo bianconero, riguarda tutte le squadre del campionato di serie A e anche di serie B, piccole e grandi.

Ma il problema non sono gli stranieri. Il calcio, per sua natura, è diventato globale. I grandi club acquistano talenti ovunque, i campioni attraversano continenti, le frontiere calcistiche sono ormai molto più permeabili di quelle di qualche decennio fa. Sarebbe assurdo rimpiangere un calcio completamente chiuso in se stesso.

Il problema è un altro: che fine ha fatto il giocatore italiano?

Perché se una grande società italiana non riesce più a trovare nel proprio Paese abbastanza giovani capaci di conquistare un posto da titolare, allora la questione riguarda l’intero sistema calcio.

E così, mentre i nostri club si affidano sempre più massicciamente al mercato internazionale, la Nazionale continua a pagare il prezzo di un serbatoio rimasto a secco di talenti da poter schierare in campo. L’Italia è rimasta fuori da tre Mondiali consecutivi: un’enormità per una nazione che ha costruito una parte della propria storia sportiva proprio attorno al calcio.

Possiamo discutere di allenatori, federazione, tattica, settori giovanili, scouting, strutture, calendari e responsabilità dei dirigenti. Possiamo trovare decine di spiegazioni. Ma una domanda resta lì, scomoda: dove sono i nuovi Cabrini, Gentile, Scirea, Tardelli, Rossi, Bettega?

Il talento, il campione, il grande giocatore non nasce per decreto. Ha bisogno di giocare, sbagliare, misurarsi con i grandi, trovare spazio. Se nelle squadre di vertice l’italiano giovane non trova posto, il rischio è di creare un circolo vizioso: pochi italiani giocano ad alto livello, la Nazionale dispone di un bacino più povero, i risultati peggiorano, i club investono ancora di più su giocatori già formati altrove.

E il cerchio si chiude.

C’è poi un’altra contraddizione che dovrebbe far riflettere. Abbiamo accettato l’idea che per competere in Europa sia necessario costruire rose sempre più internazionali. Legittimo. Ma questa strategia non ha prodotto, almeno negli ultimi anni, una supremazia europea dei nostri club. Anzi.

Tanti stranieri non significano automaticamente grandi vittorie.

E allora forse sarebbe il caso di smettere di considerare il settore giovanile come una voce di bilancio o come una riserva dalla quale pescare soltanto quando non ci sono soldi per acquistare un giocatore già pronto. Un grande club dovrebbe avere anche il coraggio di formare i propri campioni.

La Juventus del passato ne è stata un esempio straordinario. Non perché tutti i suoi giocatori fossero italiani – anche quella squadra seppe valorizzare grandi campioni stranieri – ma perché aveva un’identità italiana fortissima e riusciva contemporaneamente a dominare in Italia e a incidere sulla Nazionale.

Oggi quell’identità sembra molto più sfumata.

Eppure, proprio mentre il calcio italiano attraversa questa crisi, lo sport italiano nel suo complesso dimostra di non essere affatto morto. Anzi. Basta guardare alle altre discipline sportive per trovare una generazione di ragazze e ragazzi capaci di vincere medaglie, stabilire record, conquistare titoli e imporsi sulla scena internazionale.

L’Italia sportiva sa ancora produrre campioni. È il calcio che sembra aver smarrito la strada per trovarli, crescerli e portarli fino alla prima squadra.

Forse dovremmo avere il coraggio di ammettere che il problema è un movimento che ha progressivamente perso la capacità di produrre e valorizzare i propri talenti.

La Juventus senza italiani, in questo senso, è soltanto la fotografia più vistosa di un fenomeno molto più grande che coinvolge tutti club grandi e piccoli.

E allora la domanda non dovrebbe essere: quanti stranieri possiamo comprare per tornare a vincere?

Dovrebbe essere: che cosa dobbiamo fare perché, fra dieci o vent’anni, una Juventus, un Milan, un Inter, possano nuovamente mandare in campo una squadra capace di fornire alla Nazionale una generazione di campioni?

Perché un tempo la Juventus faceva paura agli avversari e dava forza all’Italia. Oggi rischiamo di avere un calcio italiano pieno di giocatori stranieri, ma sempre più povero di italiani. E questa è la sconfitta più grande.


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