Un’altra festa nazionale religiosa. Fanno festa i clericali, pagano i contribuenti.

par UAAR - A ragion veduta
venerdì 14 novembre 2025

Era già solennità civile per onorare Caterina da Siena e Francesco d’Assisi, proclamati santi patroni d’Italia da papa Pacelli durante il Ventennio. Ma alla XIX legislatura della Repubblica non bastava.

Così, su iniziativa della maggioranza accolta a braccia aperte dall’opposizione, a distanza di 48 anni dalla sua abolizione il 4 ottobre torna ad essere festa nazionale, l’ennesima di stampo religioso stavolta dedicata a san Francesco. È il solito trucco clericale di chiudere in una gabbia religiosa valori universali quali la solidarietà, la pace e la tutela dell’ambiente. Una gabbia molto costosa le cui chiavi vengono consegnate nelle mani delle gerarchie ecclesiastiche.

Che ci sia sotto un oltraggio alla laicità risulta lampante dagli interventi dei promotori dell’iniziativa. Alla Camera Maurizio Lupi (Noi Moderati) ha sottolineato il collegamento della coesione e della pace a “fede e spiritualità”. Al Senato Alberto Balboni (FdI) ha dichiarato che “il 4 ottobre di ogni anno l’Italia ricorderà di essere una terra di tradizioni che onora i suoi santi e la sua storia”. Ma visto che quando si fa festa poi il conto qualcuno deve pagarlo, diamo un’occhiata anche ai danni economici. I 10 milioni già stanziati per le retribuzioni del personale della sanità e del comparto sicurezza sono solo briciole. Ben più salato costa togliere una giornata lavorativa l’anno al funzionamento del Paese. Valore del Pil diviso 365 fa circa sei miliardi, ma visto che la produzione non si azzera perché ci sono comunque attività anche nei giorni festivi, cautelativamente possiamo dire che mediamente mancheranno all’appello due miliardi di ricchezza prodotta e delle relative entrate fiscali ogni anno. Non si scopre nulla di nuovo: la festa nazionale di san Francesco era stata abolita proprio perché comportava un buco nel bilancio statale e anche oggi la proposta di resuscitare la festa di san Giuseppe in accoppiata a quella del poverello d’Assisi è stata rifiutata dalla stessa maggioranza perché sarebbe costata un sacco di soldi.

Visto che la legge non è ancora stata pubblicata in Gazzetta ufficiale e che l’anno prossimo il 4 ottobre cadrà di domenica, rimandiamo al 2027 l’aggiornamento dei costi della Chiesa. Prevedibile che il fardello a carico dei contribuenti sfonderà quota 7 miliardi, anche perché dovranno essere conteggiate le spese per il Giubileo, quello corrente e la nuova stagione in uscita nel 2033. Costi che già ora avevano un rivolo dedicato al 4 ottobre, basti pensare alle misure approvate dalla regione Abruzzo questa settimana: offerta dell’olio per la lampada votiva sulla tomba di san Francesco e 100.000 euro versati nelle casse della Conferenza episcopale abruzzese-molisana.

Sia chiaro, non si tratta di abolire le feste nazionali o rifiutarne a priori di nuove perché non ce le possiamo permettere e dobbiamo sottostare alla dura legge del Pil. Iniziamo però smontando l’approssimativa conclusione per cui un giorno in meno di lavoro fa tutti contenti. La realtà dice che c’è un conto che va pagato. E proprio per questo la scelta delle feste nazionali dovrebbe essere orientata a valori universali e simbolici per il progresso del Paese. Dovrebbero rappresentare tutta la cittadinanza, quindi essere laiche per definizione. Dovrebbero ricordare svolte epocali e conquiste di civiltà. L’anniversario della liberazione d’Italia e la festa dei lavoratori soddisfano questi requisiti. L’immacolata concezione e i santi patroni proprio no. Un parlamento in carica nel 2025 dovrebbe ragionare in questi termini e sostituire festività religiose con ricorrenze civili e universali. Una svolta verso il progresso, le libertà e i diritti nel nostro Paese è rappresentata dal XX settembre, coronamento degli ideali del Risorgimento e vera ricorrenza dell’unità d’Italia. Una data simbolica per l’intera umanità e di respiro internazionale è il 10 dicembre, anniversario dell’approvazione della Dichiarazione universale dei diritti umani da parte dell’Assemblea generale delle nazioni unite. Ma l’attuale legislatura, opposizione inclusa, ha dato prova di preferire il regresso affidandosi a ideologie identitarie in voga cento anni fa.

Roberto Grendene

 


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