Torna Nevergreen, De Gregori in 35 serate a teatro con le sue canzoni meno note
par Eleonora Poli
mercoledì 3 giugno 2026
A Roma e poi a Milano - tra ottobre e dicembre - il cantautore riproporrà il suo spettacolo più intimo, mentre a breve, il 4 giugno, uscirà il docufilm sul tour 2024. Niente “effetti speciali” o nuove canzoni, attualità o impegno politico. Soltanto l’autore, a tu per tu con il pubblico, in un dialogo di vicinanza
“Non aspettatevi Rimmel, la Donna Cannone o Generale”: Francesco De Gregori tiene a precisarlo fin da subito, anche se chi l’ha seguito negli ultimi anni già lo sa. Il nuovo spettacolo teatrale in residenza 2026, “Nevergreen – (Perfette sconosciute)” fa seguito all’esperienza di successo del 2024 e sarà esattamente quello che suggerisce il titolo. Il cantautore romano alternerà in scaletta 70 brani, selezionati tra i meno conosciuti e di nicchia, le “non hit”, quasi mai cantate live e probabilmente mai passate in radio, in molti casi anche per scelta dell’autore. Qualche titolo che si potrà sperare di ascoltare? “I Matti”, per esempio, “GambaDiLegno a Parigi”, “Ragazza del ‘95”, forse “Bufalo Bill”. Due anni fa le serate avevano annoverato tra gli ospiti Zucchero, Jovanotti e altri: questa volta però non si ripeterà, eventuali guest star saranno nella band (magari Enzo Avitabile?)
La formula rimane la stessa: due piccoli teatri, un’atmosfera intima ed “empatica” di condivisione e interazione con gli spettatori. I concerti si svolgeranno prima a Roma, dal 27 ottobre al 15 novembre al Teatro Sala Umberto; quindi dal 25 novembre al 22 dicembre a Milano, al Teatro Out Off che aveva già ospitato la precedente edizione. Parliamo di sale che hanno rispettivamente una capienza di 400 e di 200 posti; 35 saranno in totale le serate. Nel 2024 gli spettacoli avevano registrato un grande successo di pubblico: guai però a utilizzare il termine sold-out perché a De Gregori proprio non piace; e lo ribadisce in occasione della presentazione milanese dei suoi programmi autunnali. Già, sold-out è inflazionato, così come altri cliché che ricorrono nel mondo della musica e non solo, e che l’artista guarda dall’alto in basso.
Tra le produzioni cine/musicali che De Gregori non ama per niente ci sono i biopic, quel genere ibrido che negli ultimi anni sta incontrando sempre maggiore interesse da parte del pubblico; sul film “A Complete Unknown”, dedicato qualche tempo fa alla vita di Bob Dylan, De Gregori dice semplicemente di averlo trovato brutto. Banali? Poco rappresentativi e finti? Il cantautore ironizza ora un po’ su quello che a suo parere è diventato un altro stereotipo da rifuggire, il biopic.
Tutt’altra cosa sarà invece il docufilm intitolato Nevegreen come il tour e girato, appunto, durante i concerti al Teatro Out Off: sarà trasmesso su Raitre in prima serata il 4 giugno e si potrà rivedere su Raiplay. È un film sul campo che in 90 minuti sintetizza lo spirito di questi spettacoli in residenza, così corrispondenti all’attuale sentire di De Gregori. Le piccole sale e i club sono in questo periodo i luoghi dove si sente più a suo agio, dove preferisce portare la sua musica; più che nei palazzetti, appartenenti a un’altra epoca della carriera.
Fin qui il programma a venire, quindi: il docufilm è in arrivo la prossima settimana ed è già possibile acquistare i biglietti per le date autunnali di Roma e Milano. Ma, al di à della cronaca e dei progetti, che cosa racconta di se stesso il De Gregori versione 2026? Il carattere schivo e distaccato, poco incline ad addentrarsi nella sfera personale non è cambiato: non a caso lo chiamano da sempre il Principe. Mai a Sanremo, pochissime apparizioni in tv, rare interviste: tra le sue priorità, soprattutto ora, c’è quella di mantenere la massima indipendenza dall’industria musicale e dal suo circuito logorante; e di lasciarsi andare all’improvvisazione piuttosto che costringersi in formule troppo rigide. Anche nei concerti.
Non riesce a entusiasmarsi per le proposte musicali contemporanee, che proprio non gli appartengono, ed è convinto che una canzone come Rimmel oggi non potrebbe avere successo. Da dieci anni il cantautore non trova più l’ispirazione per scrivere nuovi brani: “Con l’ispirazione mi basterebbe un pomeriggio per comporre una canzone, invece…”. Né i fatti d’attualità, né le guerre dilaganti, né la precarietà del mondo gli trasmettono lo stimolo per produrre testi, anzi. Anzi, tutt'altro, qui si tocca un punto critico, un aspetto di De Gregori destinato a dividere gli estimatori e che per certi versi non ci si aspetterebbe.
Interrogato sul tour politico di Bruce Springsteen che si conclude in questi giorni nella Washington trumpiana, sulle note dei suoi successi evergreen e della recente “Streets of Minneapolis”, in ricordo delle vittime dell’ICE, Francesco rilascia commenti che fanno discutere. “Provo sempre imbarazzo quando un uomo di spettacolo vuole schierarsi in maniera così netta su questioni internazionali come la guerra. Il mondo che ci sta intorno va analizzato con estrema cura e il proclama buttato giù dal palco… mi lascia abbastanza indifferente. C’è bisogno che Springsteen dica che è contro un’amministrazione Trump?”. Bé, pare di sì, che ce ne sia proprio tanto bisogno, a giudicare dagli stadi americani stracolmi, da New York alla California. De Gregori non apprezza i “proclami”, ci mancherebbe, ognuno ha il proprio stile; non si limita però a dire “io la penso in modo diverso”.
Non fa sconti a chi vuole “sensibilizzare gli spettatori”, soprattutto non gli piace chi utilizza il palco per parlare alla gente, dice che non gli va di “ricevere lezioni da un cantante”: che titolo avrebbe del resto per darne? Nel caso di Springsteen, che certo non ha nessun bisogno di farsi pubblicità, forse i titoli sono i cinquant’anni vissuti e cantati nel cuore dell’America e della sua gente? Forse la legittimazione, se mai occorresse, gli viene oggi dalla speranza che conserva di un mondo migliore possibile, “a reason to believe”? Sarà forse per questo che il Principe si apprezza, il Boss si ama…
Ci sono altri esempi, di cantanti inclini a “sensibilizzare”, ma il verbo è decisamente inappropriato. Per restare in Italia, i recital di Roberto Vecchioni sono da sessant’anni lezioni dal palco che migliaia di persone non vedono l’ora di ascoltare. Punti di vista, che evidentemente De Gregori non partecipa. “È un ruolo che non mi sento di condividere: non voglio né dare né prendere lezioni da nessuno, tanto meno da un uomo di spettacolo” Ma chi è, infine, l'uomo di spettacolo? È un cittadino, un individuo, un essere umano che osserva, con un particolare sentire, quello che succede intorno, la contemporaneità, gli eventi; prende posizione e offre una visione. Sì, una visione mediata dalle parole e dalla musica. Non per “influenzare” gli altri, ma per accendere luci dentro le persone, lanciare “messaggi nella bottiglia” che saranno anche questi parte della loro storia.
Ad ascoltarlo, infine, viene un po’ da chiedersi, con un po’ di tristezza, dove sia andato a finire il De Gregori de “La storia siamo noi” o di “Generale”; ma si sa, queste canzoni non fanno più parte della scaletta e di nuove non ce ne sono.
Eleonora Poli