The Telephone e Trouble in Tahiti al Teatro Goldoni
par Giovanni Greto
giovedì 22 ottobre 2026
Due brevi opere liriche a conclusione della stagione 2025/2026 del Teatro La Fenice
E’ andato in scena con un nuovo allestimento il gradevole dittico operistico con la regia e i costumi di Gianmaria Aliverta, le scene di Elena Zamparutti, il light design di Marco Filibeck, la coreografia di Nicola Trazzi, e la direzione musicale di Jacopo Brusa.
In conseguenza della richiesta al regista Aliverta di affrontare il dittico, costruendo un progetto unitario che collegasse entrambi i lavori, si è potuto assistere ad un antefatto (The Telephone) e ad un seguito (Truble in Tahiti). In pratica, un prima e un dopo che stanno bene assieme.
The Telephone or L’Amour à trois è il quinto lavoro di Teatro Musicale di Gian Carlo Menotti (Cadegliano, vicino a Varese, 7 luglio 1911 – Montecarlo, 1 febbraio 2007), conosciuto universalmente per aver creato nel 1958 il Festival dei Due Mondi di Spoleto, con lo scopo di creare un contatto fra il mondo artistico europeo e quello americano.
Trasferitosi Negli USA nel 1927, su consiglio di Arturo Toscanini, Menotti trovò un linguaggio personale nella rielaborazione di tratti tipici della tradizione italiana, con un approccio più americano, influenzato dal musical e dal cinema.
Ha composto sia il testo che la musica un’opera buffa che debuttò a New York il 18 febbraio 1947, con una durata tra i 20 e i 25 minuti, in cui emerge l’ossessione per il telefono, allora strumento paradossale che avvicinava le persone distanti tra loro, me nello stesso tempo diventava un’insuperabile barriera nella comunicazione quotidiana.
Due i protagonisti : Lucy – la frizzante e civettuola soprano Elisa Balbo, dotata di splendidi, cristallini acuti – e Ben – il baritono Allen Boxer perfettamente inserito in un ruolo attorale - .
Argomento
L’azione si svolge nell’appartamento di Lucy
Poco prima di partire per un viaggio, Ben si presenta a casa dell’amata Lucy con un regalo e vorrebbe chiederle di sposarlo. Lei riceve con gioia il dono, ma subito interrompe la conversazione per rispondere al telefono: è l’amica Margaret, con cui si intrattiene, intonando arie neoclassiche alla Stravinskij, parlando del più e del meno e scambiando pettegolezzi. Finita la telefonata, Ben riprende il discorso, ma Lucy viene di nuovo distratta dal telefono, irritata perché è qualcuno che ha sbagliato numero. Ben ha sempre meno tempo per fare la sua proposta, cerca di riprendere il filo ma fatica ad arrivare al punto e il telefono torna a squillare. Questa volta è George, un altro amico di Lucy, con cui la ragazza ha una breve e animata discussione, alla fine della quale rimane profondamente scossa. Ben cerca di calmarla, ma Lucy, in lacrime, si allontana per prendere un fazzoletto. Ben è ormai esasperato e si lancia in un’invettiva contro il diabolico apparecchio, del quale vuole tagliare i fili. Lucy rientra e sorprende Ben, difende quindi il telefono come un figlio e sgrida il fidanzato, anche perché vuole chiamare subito l’amica Pamela, cantando sul ritmo di un valzerino politonale, e riferirle della discussione con George. Ben la supplica di ascoltarlo un momento, ma invano. Mentre Lucy si sfoga con Pamela, Ben ha un’idea brillante: esce di casa e raggiunge una cabina telefonica. Solo grazie al telefono, il tanto odiato mostro, riesce a manifestare le sue intenzioni. Lucy accetta di sposarlo pregandolo, quando sarà lontano, di non dimenticare la cosa più importante: il suo numero di telefono.
Come scrive nel programma di sala Ludovica Gelpi, l’orchestra da camera – guidata da Brusa in maniera per così dire danzante, cercando di farle esprimere ritmo e melodia che caratterizzano lo spartito - e il pianoforte accompagnano e descrivono le diverse situazioni, al punto da diventare a volte gli interpreti stessi degli interlocutori telefonici di Lucy.
Menotti impiega alcuni aspetti stilistici e formali tipici dell’opera buffa settecentesca : una breve Ouverture ; passaggi di quasi recitativo, sia secco sia accompagnato (in particolare i momenti in cui Ben cerca invano di portare avanti il proprio discorso) e brevi quasi numeri : gli scambi telefonici di Lucy ; l’invettiva di Ben contro il telefono ; il duetto finale a commento di un Happy End conquistato con fatica. A Lucy sono affidati gli slanci più lirici, le linee più melodiche, mentre la natura stessa di Ben, che continua a cercare di portare avanti l’azione, implica che la sua linea vocale sia nell’insieme più improntata al canto declamatorio.
Composta durante la lune di miele con Felicia Cohn Montealegre, sposata il 10 settembre 1951, Trouble in Tahiti (esordio a Walthan, Massachusetts, il 12 giugno 1952) è la prima opera di Leonard Bernstein (Lawrence, Massachusetts, 25 agosto 1918 – New York, 14 ottobre 1990), che scrisse oltre alla musica anche il testo. L’intenzione dell’autore è trattare in chiave autobiografica – nei protagonisti si riconoscono i suoi genitori – il tema dell’ipocrisia dell’American Dream, caro a molti intellettuali e artisti statunitensi sopra tutto nel secondo dopoguerra.
Argomento
La vicenda si articola in sette scene introdotte da un preludio e intramezzate da un interludio, con l’intenzione di rappresentare la giornata-tipo di una coppia di coniugi borghesi nella immaginaria città di Suburbia.
Preludio – Un trio jazz (due voci maschili, una femminile) introduce l’azione raccontando lo splendido stile di vita di cui godono gli abitanti di Suburbia, cittadina che incarna i fasti del Sogno Americano anni Cinquanta.
Scena I – Sam e Dinah, (Allen Boxer e Elisa Balbo, di nuovo) una coppia di coniugi, hanno un duro scambio durante la colazione: lei lo accusa di tradirla con la sua segretaria, lui nega. Quando lei gli chiede di essere presente, quel pomeriggio, alla recita scolastica del figlio Junior, lui dice che sarà impegnato in un torneo per poi uscire di casa diretto in ufficio.
Scena II – Al lavoro, Sam si dimostra un professionista brillante e affermato, gestisce con sicurezza le sue pratiche e si offre di prestare del denaro ad un amico, mentre il trio jazz commenta con grande ammirazione il suo savoir faire.
Scena III – Dinah si trova dal suo analista e racconta di aver sognato un giardino incolto e abbandonato, dove una voce la chiamava raccontando di un misterioso luogo di pace e armonia. Nel sogno, Dinah cercava di seguire la voce, non riuscendo però a raggiungerla. Nel frattempo, Sam sta per uscire per la pausa pranzo.
Scena IV – In strada Sam e Dinah si incontrano per caso, ma cercano delle scuse per non pranzare insieme. Una volta separatisi, entrambi si chiedono come la loro relazione abbia potuto deteriorarsi a tal punto, divisi tra la nostalgia dei primi tempi insieme e la profonda frustrazione del loro presente.
Interludio – Il trio jazz torna a elogiare le meraviglie della vita a Suburbia e i molti lussi di cui la borghesia dispone.
Scena V – In palestra, Sam ha vinto il suo torneo. Il suo successo professionale e la sua prestanza fisica lo fanno sentire invincibile, tanto da credere di appartenere alla categoria delle «persone vincenti», coloro i quali riescono in tutto e che «i perdenti» non riusciranno mai a equiparare.
Scena VI – Durante il pomeriggio, Dinah è stata al cinema a vedere un film intitolato Trouble in Tahiti, una commedia romantica da poco. Una volta a casa, la donna ricorda la colonna sonora e si abbandona a esotiche fantasie, ma presto deve tornare in sé per preparare la cena. Sam sta rientrando e, svanito l’entusiasmo del pomeriggio, con amarezza riflette su come anche «i vincenti» debbano pagare un prezzo per il loro successo: per lui il prezzo è il suo matrimonio infelice.
Scena VII – Il trio jazz imperversa: quanto è deliziosa la vita domestica degli abitanti di Suburbia. Sam e Dinah si trovano di nuovo insieme a casa. Realizzano di aver entrambi mancato lo spettacolo del figlio Junior, sanno di dover finalmente discutere dei loro problemi ma, incapaci di affrontare la situazione, decidono di andare insieme a vedere un film: Trouble in Tahiti.
The Telephone è tanto simpatica, quanto ferocemente ironica, mentre Trouble in Tahiti ci introduce in atmosfere del Jazz dei cantanti crooner, dallo stile confidenziale, con molti mutamenti ritmici e stop perfettamente eseguiti.
Concentrati e perfettamente a loro agio i musicisti, dotati di nitidezza, spessore e capacità di trascinare.
Da sottolineare il lavoro del percussionista Dimitri Fiorin, alle prese con tre strumenti : una batteria, una marimba, un timpano.
Se in The Telephone si è limitato a sottolineare con parsimonia, segnando i quarti con la cassa della batteria, l’insofferenza della protagonista, a volte con piccoli colpi sullo Snare drum a cordiera allentata, in Trouble in Tahiti ha avuto molto più spazio.
Strumento principe, la batteria (una Gretsch Catalina, ma con rullante Pearl) due colpi di tam tam, un fraseggio con la marimba e alcuni interventi al timpano.
Piacevole l’accompagnamento con le spazzole in uno Swing di un cantabile e facilmente memorizzabile Leit Motiv e la percussione incrociata di ritmi afro, con la presenza di due campanacci, per interpretare la rumba “Island Magic”, mentre Dinah descriveva la trama del film, che ha dato il titolo alla pièce.
Circa 45 minuti di buona musica che ha preceduto di cinque anni il successo mondiale di West Side Story, scritto con Stephen Sondheim, Arthur Lawrence e Jerome Robbins.
Applausi e ripetute uscite/entrate da parte di un ottimo cast.
Complimenti anche al Teatro Goldoni, uno spazio che ha permesso di ammirare da vicino, come in una situazione cameristica, l’orchestra, collocata allo stesso livello delle poltrone della platea.