Tarocchi: immagini del destino tra arte, simbolo e immaginario
par Martina Neri
lunedì 27 aprile 2026
Per molti, oggi, i tarocchi evocano immediatamente il mondo della divinazione, dell’occulto e delle pratiche esoteriche. Le carte vengono associate alla lettura del destino, ai rituali simbolici e a un sapere misterioso che sembra appartenere a una tradizione antica e segreta. Eppure la storia dei tarocchi è molto più complessa e affascinante. Prima di diventare strumenti di interpretazione del futuro, furono soprattutto oggetti artistici, prodotti culturali e giochi aristocratici.
La mostra “Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna”, allestita presso Accademia Carrara di Bergamo, invita a ripensare proprio questa storia, restituendo alle carte il loro contesto originario e mostrando come il loro significato si sia trasformato nel corso dei secoli. Il percorso espositivo ricostruisce quasi sette secoli di immagini, simboli e interpretazioni, seguendo l’evoluzione dei tarocchi dalle corti rinascimentali italiane fino alla cultura artistica contemporanea.
I tarocchi nascono nel XV secolo nell’Italia settentrionale, probabilmente nelle corti di Milano, Ferrara e Bologna. In origine non avevano alcuna funzione divinatoria: erano un gioco di carte utilizzato dall’aristocrazia, simile ai giochi di presa diffusi nelle corti europee. I mazzi erano composti da una serie di carte numeriche e da un gruppo di immagini allegoriche — gli Arcani maggiori — che rappresentavano figure simboliche come il Matto, l’Imperatrice, la Ruota della Fortuna o la Morte.
Queste immagini non erano semplici decorazioni. Riflettevano l’immaginario politico, religioso e filosofico del Rinascimento. Le allegorie che compaiono nei tarocchi derivano infatti da tradizioni iconografiche medievali e umanistiche: rappresentazioni della virtù, della fortuna, della giustizia e del potere che circolavano nella pittura, nella letteratura e nei trattati morali dell’epoca.
Uno degli esempi più straordinari di questa produzione è il celebre Mazzo Colleoni, protagonista della mostra bergamasca. Si tratta di uno dei più importanti complessi figurativi del Quattrocento italiano. Le carte, realizzate probabilmente tra la metà e la fine del XV secolo, sono dipinte a mano con straordinaria raffinatezza. Le figure emergono su fondi dorati e presentano una cura minuziosa nei dettagli, nei costumi e nelle espressioni.
Oggi il mazzo non è conservato in un unico luogo. Le carte superstiti sono divise tra l’Accademia Carrara di Bergamo, la Morgan Library di New York e una collezione privata. La mostra rappresenta dunque un evento eccezionale, perché riunisce per la prima volta dopo oltre un secolo queste opere disperse, permettendo di osservare nuovamente il ciclo iconografico nella sua quasi totalità.
Guardate insieme, queste carte rivelano una sorprendente coerenza simbolica. Gli Arcani maggiori costruiscono una sorta di narrazione allegorica della condizione umana: il viaggio dell’individuo attraverso il potere, la fortuna, la crisi, la trasformazione e infine il compimento. Non è un caso che molte interpretazioni moderne abbiano visto in questa sequenza una metafora del percorso esistenziale.
Nel corso dei secoli, tuttavia, il significato dei tarocchi cambia profondamente. A partire dal XVIII secolo, soprattutto in Francia, alcuni studiosi e occultisti iniziano a reinterpretare le carte come depositarie di antiche conoscenze esoteriche. Figure come Antoine Court de Gébelin sostengono che i tarocchi derivino da misteriose tradizioni egizie, collegandoli al leggendario “Libro di Thot”. Questa teoria, pur priva di fondamento storico, ebbe enorme successo e contribuì a trasformare i tarocchi in strumenti di divinazione.
Da quel momento le carte non vengono più percepite soltanto come un gioco. Diventano parte di un sistema simbolico complesso che mescola astrologia, alchimia, cabala e filosofia ermetica. Questa reinterpretazione segna l’inizio di una nuova fase della loro storia, in cui il significato delle immagini si espande e si arricchisce di nuovi livelli di lettura.
Nel XIX e XX secolo l’interesse per i tarocchi si diffonde anche negli ambienti artistici e letterari. Le figure archetipiche degli Arcani — il Matto, la Papessa, la Morte, la Stella — esercitano una forte attrazione sull’immaginario delle avanguardie. I surrealisti, in particolare, vedono nei tarocchi una sorta di sistema simbolico capace di mettere in relazione sogno, inconscio e mito.
Artisti e intellettuali iniziano a reinterpretare le carte come strumenti di esplorazione dell’immaginazione. L’universo figurativo dei tarocchi entra così nella cultura visiva moderna, influenzando pittura, fotografia, cinema e letteratura.
La mostra dell’Accademia Carrara riflette proprio questa pluralità di interpretazioni. Accanto ai mazzi rinascimentali e alle incisioni storiche, il percorso espositivo include opere moderne e contemporanee che dimostrano come i tarocchi continuino a essere una fonte di ispirazione artistica. Tra queste compaiono lavori di artisti del Novecento e del XXI secolo che reinterpretano gli archetipi delle carte attraverso linguaggi visivi differenti.
Questa presenza contemporanea non è un semplice aggiornamento estetico. Mostra piuttosto come i tarocchi abbiano attraversato il tempo trasformandosi in un vero e proprio archivio simbolico. Le loro immagini, pur mantenendo una sorprendente continuità iconografica, sono state reinterpretate in contesti culturali sempre nuovi.
In questo senso i tarocchi possono essere letti come una sorta di atlante visivo della cultura europea. Le figure degli Arcani maggiori condensano temi universali: il potere, il destino, la trasformazione, la caduta, la speranza. Ogni epoca ha proiettato su queste immagini le proprie inquietudini e le proprie aspirazioni.
La mostra bergamasca invita dunque a guardare queste carte con uno sguardo diverso. Non solo come oggetti misteriosi legati alla divinazione, ma come testimonianze artistiche capaci di raccontare una lunga storia di immagini, simboli e interpretazioni.
Attraverso le figure dei tarocchi emerge infatti un universo visivo che continua a parlare al presente. Le carte nate nelle corti rinascimentali non appartengono soltanto al passato: la loro forza simbolica continua a generare nuove letture, dimostrando come alcune immagini siano capaci di attraversare i secoli senza perdere il loro potere evocativo.