Streets of Minneapolis, streets of Milan: in piazza contro l’ICE
par Eleonora Poli
lunedì 2 febbraio 2026
Mentre manca ormai meno di una settimana all’inizio dei Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina 2026, la città - che è pronta a ospitare l’inaugurazione - si mobilita contro l’annunciata presenza dell’Immigration and Custom Enforcement in Italia nelle giornate dell’evento sportivo. Tra fischi e slogan anti-Trump, sulle note della nuova canzone di Bruce Springsteen, il pensiero va alle vittime sulle strade del Minnesota. Tra solidarietà e indignazione.
Lo scorso sabato alcune migliaia di persone si sono date appuntamento nel centro di Milano, in piazza XXV Aprile – un luogo e un nome simbolici – proprio di fianco a una delle infrastrutture di servizio allestite in città in occasione degli imminenti Giochi Olimpici Invernali che prenderanno il via il 6 febbraio con la cerimonia di inaugurazione allo stadio di San Siro.
Il clima sportivo, l'attesa per le competizioni e l’entusiasmo per l’evento internazionale sono offuscati dalle polemiche. Pochi giorni sono trascorsi infatti dalla tragica morte di una donna e un uomo sulle strade di Minneapolis, negli Stati Uniti, a opera dell’ICE, la “polizia speciale” antimmigrazione che Donald Trump aveva definito eroica. Renée Good, cittadina di Colorado Springs, scrittrice e attivista accompagnava il figlio a scuola; Alex Pretti, infermiere, partecipava a una manifestazione: entrambi sono stati uccisi dagli agenti dell’ICE, a colpi di pistola. Grande scalpore nell’opinione pubblica ha suscitato anche l’arresto di un bambino di 5 anni, Liam Ramos: portato insieme a suo padre in un centro di detenzione, come un criminale.
Basterebbero questi fatti nudi e crudi per indignarsi, provare rabbia, ribellarsi: non soltanto negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo civile e democratico. Basterebbero per avvertire il bisogno di fare sentire la propria voce come cittadini, come individui.
A Milano c’è però ora un motivo in più per reagire e scendere in piazza. Tra smentite e conferme, sembra infatti ormai certo che gli agenti dell’ICE arriveranno in Italia in concomitanza con le Olimpiadi. Solo per fare da scorta alla delegazione statunitense, agli atleti e alle autorità in visita, viene precisato da fonti ufficiali: una puntualizzazione che non basta però a tranquillizzare i milanesi, e soprattutto a spegnere il loro sdegno davanti a quella che viene inevitabilmente letta come una provocazione.
Non importa quante persone ci fossero a Milano a sfilare in corteo: il loro messaggio è giunto chiarissimo. Nei giorni scorsi lo stesso sindaco Beppe Sala aveva espresso preoccupazione per questa presenza per nulla gradita che anziché rafforzare la sicurezza trasmette inquietudine alla popolazione. E come potrebbe essere il contrario! La sigla ICE oggi viene associata a violenza, razzismo, sopraffazione nei confronti dei più deboli, mancato rispetto dei diritti umani. L’Immigration and Custom Enforcement interpreta in modo emblematico la politica cieca e aggressiva di Donald Trump, quella che il presidente francese Emmanuel Macron aveva definito - nel suo discorso al forum di Davos - come “nuovo imperialismo”.
Milano quindi reagisce, come New York, come Chicago dall’altra parte del mondo. In manifestazione, i cartelli artigianali alzati e sventolati sopra le teste esprimono i sentimenti diffusi meglio delle voci: “Fuck ICE”, “Fuori l’ICE dall’Italia, abbiamo già abbastanza fascisti”; e ancora, in chiave ironica, “L’ICE lo vogliamo soltanto nello spritz”, e via con altre varianti. In tanti nei loro messaggi di carta ricordano Liam, indossando cappelli con le orecchie, come quello che il bambino portava al momento dell’arresto, e ne chiedono l’immediata liberazione: “Liberate Liam e ridategli il suo cappello”, “If you kill people, if you arrest kids you are not welcome” (la liberazione è poi avvenuta fortunatamente nella giornata di domenica, il piccolo è tornato ora a casa con i genitori).
Anche se Minneapolis è lontana e se presumibilmente gli agenti dell’ICE durante le Olimpiadi in territorio italiano se ne guarderanno bene dal prendere iniziative che possano innescare altri incidenti, sgomento e tensione permangono forti, palpabili. Anche perché, a prescindere dagli ultimi avvenimenti, di questi Giochi molti cittadini avrebbero volentieri fatto a meno. In ogni caso non sentivano la necessità di zone rosse, strade bloccate, scuole chiuse, allerta sicurezza e così via, insomma di quanto si prospetta per la settimana cruciale dell’inaugurazione e per i quindici giorni successivi.
Ora la città è spinta a farsi sentire: tra solidarietà e vicinanza alle famiglie delle vittime di Minneapolis e la paura che quest’onda di intolleranza, sopruso e brutalità possa essere esportata in Italia, che possa entrarvi insieme alla famigerata scorta degli atleti statunitensi. Gli agenti dell’ICE non sono bene accetti.
Alla manifestazione sventolano le bandiere di movimenti e partiti, con nutrite rappresentanze del PD, dei Verdi, di Sinistra Italiana; è poi della CGIL, dell’ANPI, dei Sentinelli. Sono però soprattutto i singoli cittadini a esprimere lo spirito della protesta spontanea: volano i fischi dei fischietti, nell’aria del pomeriggio sereno di fine inverno, fischi, cori e slogan, mentre l’altoparlante diffonde le voci degli interventi e poi musica. “Le barbarie del mondo non possono fare rima con le Olimpiadi. Milano ha gli occhi di tutti addosso, i fatti di Minneapolis ci riguardano”, dice Alessandro Capelli, Segretario del Partito Democratico Milano Metropolitana.
Un manifestante espone un cartone che riporta le parole: "Oh our Minneapolis, I hear your voice/Singing through the bloody mist/We’ll take our stand for this land/And the stranger in our midst/Here in our home they killed and roamed/
In the winter of ’26/We’ll remember the names of those who died/On the streets of Minneapolis".
Versi che - per chi ancora non l’avesse ascoltata - appartengono alla nuova canzone di Bruce Springsteen, “Streets of Minneapolis”. Scritta di getto una settimana fa, pubblicata subito dopo, già cantata per la prima volta live al concerto di beneficenza a favore delle famiglie delle vittime organizzato a Minneapolis dal chitarrista Tom Morello: la ballata è oggi prima nella classifica dei download in 19 Paesi, tra cui l’Italia, e ha registrato 3 milioni di visualizzazioni su YouTube in un giorno. Il Boss, che oltre vent’anni fa aveva cantato “American Skin (41 shots) per ricordare un altro americano, Amadou Diallo, ucciso dalle forze dell’ordine; la leggenda del rock, che lo scorso anno apriva tutti gli show del suo tour con un duro discorso contro Trump e la sua amministrazione, attirandosi la reazione rabbiosa del Presidente USA: sempre dalla parte “giusta” della storia. Di fronte agli avvenimenti di Minneapolis non ha saputo restare il silenzio, e con una sola canzone di rabbia e civiltà è riuscito a essere quanto mai duro ed esplicito, ci ha messo la faccia e la voce, andando dritto a segno. Musica e parole, nomi e cognomi: “L’esercito privato del re Trump”, così definisce l’ICE, senza mezzi termini.
“Streets of Minneapolis” è già il simbolo della protesta, il grido dell’America e di tutto il mondo democratico. Anche Milano l’ha adottata per dire no.
Eleonora Poli