Stati Uniti: classe lavoratrice, sindacato e voto elettorale

par Ezio Boero
mercoledì 19 agosto 2026

Negli Stati Uniti, il termine "classe lavoratrice" si usa abitualmente. Non è inteso in senso marxista; è la persistenza di un sentimento, il riconoscersi come parte determinante della società e della sua storia. Per alcuni/e è vissuto con orgoglio; ciò che in molti Paesi del mondo (anche in Italia) sembra si sia perso. O se ne abbia quasi pudore nel manifestarlo.

Un articolo del professore del Colby College, Nicholas Jacobs, pubblicato su "The Conversation" del 7 agosto, cerca di esplorare, con abbondante utilizzo di statistiche, i sentimenti di questa classe lavoratrice statunitense. L'articolo è stato aggiornato dopo la recente vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie del Michigan del Democratic Party (d'ora in poi DP), che hanno avuto risonanza nazionale, anche per il massiccio intervento di soldi di gruppi pro-Israele contro El-Sayed.

Questi, malgrado sia stato definito dal sindacato United Auto Workers "un campione della classe lavoratrice", ha preso più voti nelle aree più ricche e più istruite del Michigan; mentre i voti operai sono andati prevalentemente alla sua avversaria Haley Stevens. Inoltre, lo sottolinea Guido Moltedo su "Il Manifesto", "El-Sayed si definisce "capitalist"; è un candidato dal profilo tecnico e riformista, costruito su linguaggi di competenza amministrativa, sanità pubblica, bilancio". Ma su molti temi sociali e sulla questione palestinese è vicino ai progressisti. Come in altri casi odierni, questo tipo di candidato si contrappone a quello/a proposto/a dall'establishment del DP.

Le primarie di Partito per la candidatura alle elezioni di metà-mandato degli Stati Uniti, che si terranno il 3 novembre, stanno riproponendo lo storico tormentone elettorale della sinistra internazionale variamente intesa, soprattutto nel caso di sistemi elettorali in cui si sceglie la persona a turno unico: se sia meglio presentare candidati radicali che dovrebbero recuperare il voto deluso di molti/e lavoratori/trici. Oppure, sia necessario candidare qualcuno/a che riesca ad acchiappare anche il voto moderato.

L'annosa questione del "candidato progressista ottimale" è particolarmente intensa oggi negli USA, trovandosi di fronte un personaggio come Trump, il quale, nell'incontro col neo-eletto sindaco di New York, Mamdani, un battistrada delle vittorie dei radicali e iscritto ai Democratic Socialists of America, lo aveva tolto dai carboni ardenti della domanda dei giornalisti, accettando di definirci fascista.

Nel sistema elettorale statunitense a tutti i livelli è assai difficile uscire dal bipartitismo. E l'uninominalismo fa sì che, ad esempio, in una Nazione in cui circa 150 milioni votano per il Presidente, il vincitore è nei fatti deciso da poche centinaia di elettori negli Stati "in bilico" (Arizona, Pennsylvania, Wisconsin, Michigan e Georgia). In uno di questi Stati, la Pennsylvania, con una grande presenza di classe lavoratrice, un sondaggio per le presidenziali 2016 ne prevedeva (e poi ciò si è avverato) un ruolo decisivo, assegnando il suo voto il 47% a Trump e il 43% a Kamala Harris. Mentre Harris era maggioritaria nei molto poveri, nei molto scolarizzati, nelle donne e nei non-sindacalizzati.

In effetti, nel Midwest, area di grandi smantellamenti produttivi e di scomparsa delle loro comunità operaie, la caduta del Sindacato ha aperto la strada all’elezione di Trump. La CNN sottolineava che i bianchi della classe operaia, che un tempo trovavano una casa politica nella sala sindacale, ora “hanno trovato solidarietà in un nuovo movimento populista”.

E' da sottolineare che il 21% di coloro che si ritiene parte negli USA della classe lavoratrice possiede una laurea ma solo il 5% di loro è iscritta ad un Sindacato (che infatti oggi rappresenta solo il 10% di chi è nel mondo nel lavoro). E questo malgrado il Sindacato abbia un gradimento di quasi il 70% delle persone. Al contrario, la maggioranza di chi negli USA non ha una laurea non si identifica nella classe lavoratrice.

Al netto degli episodi di corruzione che talvolta attraversano il Sindacato statunitense e della grande difficoltà a praticare la normativa per "entrare" in un posto di lavoro per cercare di firmare un contratto collettivo, una delle causa principali del declino del Sindacato negli USA (resistono di più le Union professionali, tipo elettrici, assistenti di volo, cuochi e addette delle pulizie dei grandi hotel, camionisti, ecc) è infatti la caduta delle aggregazioni comunitarie che esso promuoveva fino agli anni '60. Vere e proprie oasi interrazziali in una società divisa e spesso segregata. Molti lavoratori bianchi che nella Rust Belt, la cintura della ruggine prodotta dalle dismissioni industriali, avevano un luogo d'incontro nelle sezioni sindacali, oggi hanno trovato alternative nei discorsi politici della destra, che hanno colmato il vuoto che s'è creato. Lavoratori che, magari oggi disoccupati o inchiodati una sorta di cassa integrazione locale, si uniscono ai club di armi della National Rifle (la potente associazione che difende il diritto di armarsi), oppure frequentano mega-chiese i cui pastori inveiscono contro il matrimonio degli omosessuali e l'aborto (e sono diffidenti, se non ostili al ruolo dei Sindacati). E' scomparsa sui territori la società civile della sinistra, se non l'atterraggio di organizzazioni sociali gestite da personale professionale di origine universitaria, infarcito di "politicamente corretto", che si concentra principalmente sui diritti individuali e sul cambiamento climatico. Iniziative lodevoli ma calate dall'alto in un contesto di vita quotidiana della gente irta di difficoltà economiche e sociali.

Nel USA, a partire dagli anni Trenta, sull'onda, pur scemante, del New Deal rooseveltiano, la maggior parte della classe lavoratrice degli USA (nel 1960 quasi il 60%, oggi li30%) votava per il DP, fortemente sostenuto da un movimento sindacale che aveva quasi il 40% degli iscritti nel mondo del Lavoro.

Da allora, invece, la percentuale degli statunitensi che si dice parte della classe lavoratrice non è invece mutata e resta attorno al 35% (nel 2024, il 38%).

C'è una scissione dunque tra il comportamento elettorale e (come Jacobs sintetizza efficacemente) "il proprio modo specifico di guardare il mondo". Cioè tra il voto e la propria concezione di sé e la scelta di collocazione nella società. La quale però non prelude a un'azione di trasformazione sociale, pur trascinando dietro un avversario principale: i miliardari. Non il capitalismo, ma le multinazionali. La contestazione del "corporate greed", la loro avidità, che ingurgita immensi profitti, va per la maggiore in ogni comizio di candidato progressista. E ne ha ben ragione: la differenza di reddito e di patrimonio tra i pochissimi iper-miliardari e gli altri cittadini sta assumendo negli USA differenze vertiginose, che non sono presenti negli altri Paesi nel mondo "occidentale". Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo con un patrimonio di 1.100 miliardi di dollari, possiede più ricchezza del 52% delle famiglie americane più povere. Dopo aver speso 290 milioni di dollari per riportare Trump alla Casa Bianca, Musk, dal giorno della rielezione di Trump, è diventato più ricco di oltre 180 miliardi di dollari.

L'articolo del prof. Jacobs, orientato soprattutto sul rapporto tra identità sociale e voto, elenca tutta una serie di ben note opinioni alla ricerca delle ragioni di questo trasferimento di consensi della classe lavoratrice ad un miliardario antisindacale, le cui politiche sono sempre state a favore dei ricchissimi che lo finanziano e di distruzione del già scarso Stato sociale. E altre se ne potrebbero aggiungere per capire le ragione della disaffezione al DP

Forse molti elettori non identificano appieno Trump con gli odiati supermiliardari (malgrado fossero quasi tutti alle sue spalle il giorno del suo insediamento; e a Elon Musk aveva affidato, se pur per un non lungo periodo, il compito di ridurre i dipendenti pubblici e smantellare le loro utili attività). Oppure, imputano al DP lo smantellamento delle roccaforti industriali del Paese, in favore di una delocalizzazione delle produzioni nel Sud antisindacale degli Usa e/o in Messico, indotto dagli accordi di libero scambio. Come il NAFTA, varato da Bill Clinton, che ha fatto perdere agli USA ben 800.000 posti di lavoro, soprattutto nel settore dell'auto.

Quest'ultimo aspetto spiega l'appoggio di United Auto Workers (UAW) ai dazi di Trump, condivisi, in rottura coll'omologo sindacato canadese, da parte di un Sindacato UAW che non se la passa bene ma è pur sempre al centro del Mondo del Lavoro del USA e che veniva da una campagna elettorale molto forte contro Trump.

Questa rottura dell'internazionalismo tra lavoratori (che si disputano l'apertura di nuovi stabilimenti oppure scaricano la chiusura delle produzioni decise dalle aziende sui loro colleghi di un altro Paese) fa il paio con la crescita tra i lavoratori degli USA dell'egoismo anti-solidaristico, alla ricerca di un mantenimento del tenore vita falcidiato dall'inflazione. Ma anche con la (ri)crescita delle tradizionali divisioni tra le provenienze, di cui hanno fatto nuovamente le spese soprattutto le comunità nere, che vengono considerate troppo "assistite dallo Stato" da chi ritiene di essersi fatto una vita decorosa con un duro lavoro (magari alla catena di montaggio, in un porto, in un'acciaieria).

La diffidenza tra le comunità, certo un fatto non nuovo in una Nazione costruita da molteplici provenienze diversificate, è un notevole problema nelle grandi città (New York, Los Angeles, Chicago e altre) governate spesso dalla sinistra del DP. Le quali devono riversare le risorse dei loro bilanci traballanti verso decine di comunità etniche che tirano la coperta corta verso di sé.

Anche sul versante delle priorità di diritti individuali, che oggi pare vadano per la maggiore, il DP è meno in connessione con parte dei propri elettori più tradizionalisti. Ad esempio sull'immigrazione, sulle quote riservate nelle università a studenti delle comunità più povere, sui diritti di scelta della propria appartenenza sessuale, sulle politiche ecologiche che contrastano l'utilizzo dei mezzi di trasporto energivori e inquinanti utilizzati dai poveri, sullo stesso diritto di aborto come scelta personale della donna, ecc

E qui si è inserito Trump che ha creato attorno a sé (anche se oggi parrebbe traballare un po') un'ampia e attiva base di massa che vuole un "ritorno indietro su tutto". Molti evangelici, non solo in alcuni casi lo considerano come un vero e proprio messia, ma spingono fortemente per ripristino dei "valori cristiani tradizionali" e per il superamento della divisione tra Stato e Chiesa (peraltro ambiguo nella stesura della Costituzione degli USA di 250 anni fa) in favore di uno Stato teocratico Con tutto ciò che consegue sul terreno dell'istruzione scolastica e della cultura.

Sulla base di queste e altre considerazioni, il professor Jacobs arriva a sostenere che "su ogni questione importante dell'agenda economica progressista (sistema sanitario pubblico, diritto al lavoro, agenda ambientale , ecc.), il DP è ora sostanzialmente a sinistra dei lavoratori che afferma di difendere". Ed è vissuto (non a torto) come un Partito a suo agio nelle Istituzioni, un tassello del "governo nazionale" di Washington che non ascolta i cittadini, che durante la crisi finanziaria del 2008 ha salvato le banche e ha pignorato le case, che è finanziato dagli stessi grandi gruppi dell'economia e della finanza che chiedono in cambio favori al governo.

Jacobs infine sembra considerare immutabile la concezione conservatrice di quella parte di cittadini/e degli Usa che continuano a ritenersi parte della classe lavoratrice ma, afferma lui, sono contrari ad una proposta socialista che veda esplicitamente nell'economia, nella ripartizione della ricchezza e del potere, l'argomento da affrontare per ricomporre un fronte progressista negli USA. Sembra perciò prefigurare un nuovo DP costituito da giovani amministratori capaci di governare ma estranei a concezioni di trasformazione radicale della società.

Non tutti però i candidati più o meno radicali che vincono le primarie del DP; e anche le successive elezioni (come Mamdani, Sindaco di New York) hanno le stesse caratteristiche: alcuni di loro sono iscritti ai Democratic Socialist of America o si dichiarano pubblicamente socialisti e puntano non solo su una buona amministrazione ma sono espressione, o anche fautori, di coalizioni assai progressiste, centrate sull'unità del popolo, non sulla raccolta di istanze separate delle varie etnie per governare poi distanti da loro.

Se nei grandissimi cortei delle manifestazioni "Hands Off" e "No Kings" contro Trump si è potuta notare spesso una predominanza bianca dei partecipanti e una minore presenza delle componenti nera e anche latina, variegate associazioni, gruppi religiosi, sindacali, multietnici, distribuiti sui territori tengono in piedi ogni giorno attività che coinvolgono tutti i/le cittadini/e e non si pongono solo l'obiettivo elettorale tradizionale. Cercano di costruire anche un potere dal basso, di controllo delle Istituzioni, che può prefigurare una società futura più giusta.

Al loro interno è rilevante il ruolo di tanti Sindacati statunitense, in cui la presenza maggiore di donne, neri, latini, mediorientali nelle dirigenze, l'appoggio alla causa del popolo palestinese, la difesa e il miglioramento dei posti di lavoro, la lotta contro i raid dell'ICE, stanno costituendo senso di appartenenza e in prospettiva un fronte progressista popolare. Lo dimostrano in questi ultimi anni negli USA gli scioperi dell'auto, nei grandi alberghi, in Amazon, nelle scuole e nel pubblico impiego, ecc.; lo sciopero cittadino di Minneapolis contro i raid omicidi della polizia ICE; e anche le mobilitazioni per difendere e migliorare quel poco Stato sociale (sanitario e assistenziale) esistente. Con ciò dimostrando che si può ancora, ripartendo dal basso, costruire un'alternativa di società basata sull'uguaglianza delle persone.


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