Spesa più cara. Stipendi fermi
par Gregorio Scribano
mercoledì 2 settembre 2026
C’è un numero che racconta meglio di molti altri la condizione economica degli italiani: in cinque anni, tra il 2021 e il 2026, secondo l’analisi del Sole 24 Ore, il carrello della spesa è aumentato del 29,5%: cento euro di spesa sono diventati 129,5. Non serve essere economisti per capire cosa significhi: quello che cinque anni fa entrava nel carrello con 100 euro, oggi ne richiede quasi 130.
Eppure, a ben vedere, il carrello della spesa non è nemmeno il problema principale. Il problema vero è che, mentre i prezzi correvano, gli stipendi non hanno corso abbastanza.
Ed è qui che il racconto dell’inflazione rischia di diventare fuorviante. Perché quando sentiamo dire che “l’inflazione sta rallentando”, siamo portati a pensare che il problema stia rientrando. Non è così. Rallentare non significa tornare indietro.
Se un prodotto passa da 1 a 1,30 euro e l’inflazione smette di aumentare rapidamente, quel prodotto non torna a costare un euro. Rimane a 1,30.
E se nel frattempo lo stipendio è rimasto quasi fermo, quell’aumento di prezzo è diventato una perdita permanente di potere d’acquisto.
È questa la parte della storia che spesso manca.
L’indagine prende in considerazione 31 prodotti rappresentativi della spesa settimanale di una coppia con un figlio. Il risultato è impietoso: tra il 2021 e il 2026 il paniere è passato da 100 a 129,5 euro. Il dato è persino più interessante se confrontato con l’inflazione generale, indicata al 21% nello stesso periodo.
Ma c’è un dettaglio fondamentale: per gli alimentari l’aumento è molto più vicino al 30%. E gli alimentari non sono una spesa opzionale. Non si può decidere di non comprare le uova perché sono aumentate del 43%. Non si può mettere in pausa il latte. Non si può aspettare un’offerta per mangiare la pasta. E una famiglia non può semplicemente cancellare dal bilancio frutta, verdura, pane o carne. Può però fare una cosa: comprare meno. Ed è esattamente quello che sta accadendo. La quota di famiglie che dichiara di aver ridotto quantità o qualità dei prodotti acquistati è passata dal 24,3% del 2021 al 31% nel 2024.
Insomma, l’inflazione non sta soltanto modificando i prezzi. Sta modificando le abitudini alimentari degli italiani. Prendiamo alcuni dei prodotti più banali, quelli che probabilmente nessuno considererebbe “beni di lusso”.
I pomodori sono aumentati del 45%. Le patate del 44%. Le melanzane del 41%. Le uova del 43%, il riso del 44%, il caffè del 51%, l’olio extravergine del 47%.
Il “carovita” non è un concetto astratto. Il carovita è molto concreto. È decidere se comprare l’olio extravergine o quello più economico. È rinunciare alla frutta più costosa. È comprare meno carne. È aspettare le offerte. È scegliere una marca diversa. È arrivare alla cassa e scoprire che il conto è più alto di quanto avevi immaginato. E soprattutto è fare tutto questo con uno stipendio che non si è adeguato alla stessa velocità.
C’è poi un’altra questione che meriterebbe molta più attenzione. Dire che “l’inflazione è al 21%” nel periodo considerato significa utilizzare una media. Ma una media può raccontare molto poco della vita reale. Una famiglia che spende una parte significativa del proprio reddito per alimentari, casa, energia e trasporti subisce una pressione molto diversa rispetto a chi destina una quota minore del proprio reddito a queste voci. Per questo il 21% dell’inflazione generale non racconta necessariamente il 21% della vita quotidiana.
E il carrello lo dimostra. La frutta, per esempio, ha registrato secondo Istat un aumento del 28,6%, mentre il paniere del Sole 24 Ore segna un +14%, anche perché considera soltanto mele e banane. Nel frattempo le fragole sono aumentate del 48%, i limoni del 37% e le arance del 31%. Anche la colazione è diventata più cara: latte +21%, yogurt, merendine e biscotti +27%. La pasta è salita del 24%, il tonno del 25%, il pane del 28%. La carne bovina del 31% e il pollo del 33,7%.
E il problema non finisce davanti agli scaffali. Anche il caffè al bar è passato mediamente da 1,07 a 1,30 euro: +21%. Un panino al bar è aumentato del 21%. Un taglio di capelli da donna del 14%, quello da uomo dell’11%.
Sono percentuali che, prese singolarmente, possono sembrare gestibili. Ma la vita non si paga una voce alla volta. Si paga tutta insieme. Spesa, affitto o mutuo, bollette, benzina, scuola, salute, trasporti, ristoranti, servizi. E quando ciascuna voce cresce anche solo un po’, il problema non è più il singolo aumento. È la somma degli aumenti.
E allora torniamo al punto di partenza. Il problema non è che il caffè costa 23 centesimi in più. Non è che le uova siano aumentate del 43%. Non è nemmeno che il carrello sia passato da 100 a 129,5 euro. Il problema è che il reddito disponibile delle famiglie non ha seguito la stessa traiettoria.
Perché un’inflazione del 20, del 25 o del 30% può essere assorbita se contemporaneamente aumentano i redditi nella stessa misura. Se invece i prezzi salgono e gli stipendi rimangono sostanzialmente fermi, non abbiamo semplicemente un problema di inflazione.
Abbiamo un problema di impoverimento reale. Ed è questo che dovrebbe essere al centro della discussione politica ed economica. Non soltanto quanto costa oggi un chilo di pomodori. Ma quanti pomodori può permettersi oggi una famiglia con lo stesso stipendio di cinque anni fa.
Perché alla fine l’economia reale non si misura soltanto con gli indici. Si misura con quello che rimane nel portafoglio dopo aver fatto la spesa. E se cinque anni fa con 100 euro riempivi il carrello e oggi te ne servono quasi 130, ma il tuo stipendio non è cresciuto nella stessa proporzione, non serve aspettare il prossimo dato sull’inflazione per capire che qualcosa è già successo. Non siamo semplicemente diventati più bravi a spendere. Siamo diventati più bravi a rinunciare!