Sessualità e Liberazione.

par Laura Tussi
martedì 23 dicembre 2025

L’attualità delle analisi di Wilhelm Reich che collegano la “miseria sessuale delle masse” alle devianze contemporanee: molestie, stupri, pedofilia, femminicidi, violenza di genere e dominio patriarcale

di Laura Tussi su FARO DI ROMA

Nel pieno di una crisi sociale segnata da femminicidi quotidiani, violenze sessuali, abusi sui minori, pornografia estrema, mercificazione dei corpi e solitudini affettive di massa, tornare a Wilhelm Reich non è un esercizio accademico ma un’urgenza politica e culturale. Le devianze che attraversano la società contemporanea non sono mostruosità individuali isolate, ma l’esito patologico di una repressione sistemica del desiderio, di un’educazione affettiva mutilata e di rapporti di potere che trasformano la sessualità in dominio, possesso e violenza.

La cosiddetta “emergenza sicurezza”, spesso evocata per rispondere a stupri e femminicidi, ignora deliberatamente le radici profonde di questi fenomeni. Reich le aveva già individuate quasi un secolo fa: nella miseria sessuale delle masse, nella colpevolizzazione del corpo, nella famiglia autoritaria, nella morale repressiva che non elimina l’istinto ma lo deforma, lo perverte, lo rende distruttivo. È in questo solco che il presente va interrogato, analizzando la sessualità come espressione repressa, a volte, nel popolo per mancanza di libertà anche dal bisogno economico oltre che da firme di schiavitù culturale come lo sono il machismo e il patriarcato e, in positivo, la sessualità come liberazione e riscatto delle masse.

Ed è davvero molto attuale la figura di Wilhelm Reich che fu allievo di Sigmund Freud per poi allontanarsene, a partire dal 1927, a mano a mano che il suo interesse scientifico si andò concentrando sugli aspetti sociali delle nevrosi. Laureatosi in medicina nel 1922 all’Università di Vienna, con l’affermazione del nazismo Reich fuggì dall’Austria e nel 1939 si trasferì negli Stati Uniti d’America, dove continuò le sue ricerche. Nel 1947, a seguito di una serie di articoli sull’energia orgonica pubblicati su The New Republic e Harpers, la Food and Drug Administration (FDA), iniziò a investigare sulle affermazioni di Reich in merito alla terapia orgonica, di cui impedì la promozione come trattamento medico. Processato per aver violato il divieto, della FDA, fu condannato a 2 anni di reclusione. Nell’agosto del 1956, secondo alcune fonti, le sue opere furono bruciate dalla Food and Drug Administration. Reich morì in prigione per un attacco cardiaco un anno dopo, il giorno prima del suo rilascio.

La miseria sessuale delle masse

Lavorando nei centri di igiene sessuale, Reich entra in contatto diretto con giovani, donne e proletari, con le loro difficoltà materiali, con l’impossibilità di vivere una sessualità libera e appagante, con ciò che definirà la miseria sessuale delle masse. Una miseria che oggi assume forme nuove ma non meno drammatiche: relazioni basate sul controllo, sull’umiliazione, sull’uso del corpo dell’altro come oggetto, fino alle forme estreme dello stupro e del femminicidio.

Reich riconosce nella sessualità il terreno privilegiato della repressione. Secondo Freud l’aggressività è una pulsione problematica, derivata dall’istinto di morte; per Adler una deviazione patologica dell’aspirazione alla superiorità; per Reich, invece, una potenzialità legittima che solo una repressione sessuale sistematica riesce a deviare verso obiettivi distruttivi. È in questa deviazione che si collocano molte delle violenze contemporanee: l’energia vitale non liberata si trasforma in dominio, sadismo, annientamento dell’altro.

Assistendo alle repressioni poliziesche contro le manifestazioni operaie a Vienna, Reich si interroga su un paradosso che oggi resta attuale: perché gli oppressi non reagiscono? Trasferitosi a Berlino nel 1930, osserva il divario tra condizioni materiali e ideologia delle masse. Quel divario oggi si manifesta nella contraddizione tra una società che ipersessualizza i corpi e, allo stesso tempo, ne reprime l’autonomia, soprattutto quella femminile.

L’ideologia dominante può imporsi solo se trova terreno fertile in una struttura caratteriale collettiva. Nel saggio *Analisi del carattere* Reich critica le concezioni che spiegano la storia a partire dalle pulsioni anziché dai rapporti sociali. Sono questi ultimi a deformare i bisogni umani, producendo soggettività incapaci di vivere relazioni non violente. In questo senso, la pedofilia, lo stupro e la violenza di genere non sono deviazioni naturali, ma esiti socialmente prodotti.

Gli impulsi sessuali repressi, impossibilitati a esprimersi, si trasformano nel loro contrario. L’Es diventa un serbatoio di tensioni, l’Io il custode della repressione. Il carattere si struttura come una corazza, un irrigidimento che rende l’individuo incapace di empatia, di ascolto, di riconoscimento dell’altro come soggetto. È qui che maturano le condizioni psicologiche della violenza maschile: non nel desiderio, ma nella sua mutilazione.

La nevrosi, per Reich, è sempre attuale: ciò che viene impedito è l’accesso alla genitalità intesa come pienezza relazionale, non come atto tecnico o performativo. Quando questa pienezza è negata, la sessualità regredisce, si perverte, si scarica in forme pregenitali che includono la sopraffazione e la distruzione.

L’utopia della sessualità liberata

Se la società si oppone alla natura sessuale dell’essere umano, occorre denunciare il moralismo puritano e sostituirlo con una sessuoeconomia capace di liberare le energie imprigionate. Reich contrappone l’individuo sano, in contatto con il proprio corpo, al nevrotico, prodotto di una morale coercitiva. Oggi questa distinzione si riflette nella frattura tra relazioni fondate sul consenso e relazioni basate sul potere.

L’impossibilità di raggiungere la potenza orgastica – intesa come abbandono fiducioso e reciproco – produce una stasi energetica che si traduce in aggressività. Non è un caso che molte forme di violenza sessuale siano caratterizzate dall’assenza totale di piacere condiviso e dalla centralità dell’umiliazione dell’altro.

La corazza caratteriale si forma precocemente, attraverso educazioni autoritarie, silenzi sul corpo, colpevolizzazione del desiderio. Essa genera individui rigidi, incapaci di gioco, di tenerezza, di vulnerabilità. Questa povertà affettiva è il terreno su cui prosperano misoginia, possesso, odio verso l’autonomia femminile.

Per Reich, la cura non riguarda il singolo sintomo, ma il carattere nel suo insieme. Allo stesso modo, oggi, non basta punire il singolo atto di violenza: occorre smantellare la cultura che lo rende possibile, la pedagogia che lo prepara, l’immaginario che lo giustifica.

Reich e la sinistra psicanalitica: desiderio, potere, violenza

Deleuze e Guattari, con L’Anti-Edipo, riprendono Reich mostrando come il desiderio venga catturato e normalizzato. Il vuoto prodotto dalla repressione non genera libertà, ma consumo, oggettificazione, mercificazione dei corpi. Anche la pornografia violenta contemporanea può essere letta in questa chiave: non liberazione del desiderio, ma sua colonizzazione.

La psicanalisi tradizionale, solidale con la famiglia autoritaria, tende a privatizzare ciò che è sociale. Ma le violenze di genere dimostrano che il problema non è individuale: è strutturale. Il bambino non nasce violento; lo diventa in un mondo che reprime, umilia, impone ruoli di dominio e sottomissione.

Educare senza distruggere, come scrive Reich, significa rompere la catena che trasforma la repressione in violenza. Significa riconoscere che femminicidi, stupri e abusi non sono “devianze inspiegabili”, ma il prodotto coerente di una società che teme il desiderio libero e preferisce controllarlo.

Il progetto reichiano, con tutte le sue contraddizioni, resta attuale proprio perché pone una domanda radicale: che tipo di società produce soggetti capaci di amare senza distruggere?
Finché questa domanda resterà elusa, la miseria sessuale delle masse continuerà a manifestarsi nelle sue forme più tragiche.

Laura Tussi

Nella foto: Nel corpo piegato e nervoso tracciato da Egon Schiele affiora la tensione tra desiderio e censura: una fisicità esposta, fragile e inquieta, che sembra dare forma visiva a ciò che Freud indagava nell’inconscio — il conflitto tra pulsione e rimozione — e a ciò che Wilhelm Reich avrebbe poi radicalizzato, leggendo nel corpo stesso le tracce della repressione sociale e sessuale. In questa figura, l’erotismo non è ornamento ma sintomo: il segno spezzato e l’anatomia contratta diventano linguaggio di un’epoca viennese in cui arte e psicoanalisi, nate nello stesso clima culturale, interrogano la stessa ferita moderna.

Nato a Tulln an der Donau nel 1890, Egon Schiele fu uno dei protagonisti più radicali dell’Espressionismo austriaco. Allievo e protetto di Gustav Klimt, se ne distaccò presto per sviluppare un linguaggio personale, aspro e inquieto, centrato sul corpo umano come luogo di tensione psicologica ed erotica. La sua vita fu breve e segnata dallo scandalo: nel 1912 venne arrestato con l’accusa di oscenità, episodio che rafforzò la sua riflessione sul rapporto tra sessualità, morale e potere. Morì prematuramente a Vienna nel 1918, a soli 28 anni, vittima dell’influenza spagnola, pochi giorni dopo la morte della moglie Edith. In meno di un decennio di attività lasciò un’opera potentissima, capace di dialogare in profondità con le coeve elaborazioni psicoanalitiche di Freud e, per via anticipatrice, con la critica sociale della repressione formulata da Reich.


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