Sciacallaggio editoriale
par Massimo Icolaro
lunedì 25 maggio 2026
C’era una volta il rischio d’impresa. Quello vero, dove un editore leggeva un manoscritto, intravedeva un valore, ci scommetteva dei soldi e lavorava per portarlo sugli scaffali. Se il libro vendeva, guadagnavano tutti; se faceva flop, l'editore ci rimetteva l'investimento. Fine della storia.
Oggi quella storia è diventata una favola per nostalgici. Nel panorama culturale odierno, assistiamo al trionfo di un meccanismo tanto perverso quanto redditizio: l’Editoria a Pagamento (EAP), declinata in sofisticati "progetti di diffusione editoriale" da parte di marchi che si definiscono "grandi", forti di distribuzioni nazionali e cataloghi infarciti di premi Nobel del passato. Peccato che, grattata via la vernice dorata della boria istituzionale, sotto rimanga solo una macchina acchiappa-clienti che farebbe invidia ai più agguerriti buttadentro dei ristoranti turistici.
E' accaduto a me, grossa casa editrice non quegli sciacalletti che cercano di appiopparti fuffa, una casa editrice grande, di levatura nazionale e con tutti i crismi.
Il meccanismo è sottile. Ricevi una lettera d'encomio: la tua opera è bellissima, uno spaccato di vita autentico. Poi arriva il contratto. Ti propongono una "partnership", un "co-investimento". Ti chiedono di acquistare preventivamente, a prezzo di copertina pieno, 200 copie del tuo stesso libro. Totale? Quasi tremila euro. Per addolcire la pillola, inseriscono l’esca: "Se vendiamo 500 copie nel circuito nazionale, ti rimborsiamo tutto".
Un bluff colossale. Facciamo due conti della serva, quelli che chiunque mastichi di autopubblicazione e piattaforme digitali conosce a memoria. Stampare un libro in brossura oggi costa, all'editore, poco più di due euro a copia. Incassando tremila euro dall'autore per le prime 200 copie, la casa editrice ha già coperto i costi vivi, pagato l’impaginatore (che spesso applica un template standard in dieci minuti) e intascato un margine di profitto netto e sicuro. L’editore ha già guadagnato prima ancora che il libro veda la luce.
Quale interesse reale avrà mai questa struttura a investire risorse in ufficio stampa, promozione e distribuzione per farti vendere le fatidiche 500 copie del rimborso? Nessuno. Il loro cliente non è il lettore che entra in libreria: il cliente sei tu, lo scrittore. Tu hai pagato il banchetto, loro sparecchiano.
Ti promettono fiere internazionali e passaggi in emittenti televisive dai nomi altisonanti. Ma la realtà è che il tuo libro sarà un granello di sabbia invisibile in uno stand affollato, e le trasmissioni non sono altro che contenitori realizzati ad hoc dall’editore stesso, trasmessi su canali locali a mezzanotte. E la tanto sbandierata distribuzione nazionale? Significa solo che il tuo libro è censito a terminale. Se un lettore lo ordina, forse arriva. Ma se nessuno sa che esiste, nessuno lo ordinerà mai.
Eppure, si continua a cascarci. Perché? Perché si fa leva sulla vanità e sul conformismo. Viviamo in un’epoca in cui la maggior parte dei "grandi autori" sono tali perché spinti da chi conta, dai mass media o da mode del momento. Spesso chi compra quei libri non li apre nemmeno: li posiziona in bella vista sullo scaffale del salotto per darsi un tono, per farsi considerare "colto". L'editoria a pagamento campa su questo mercato delle illusioni. Ti vende il sogno di far parte di quel club esclusivo.
L’opera proposta può anche essere imperfetta, mediocre, non vendere una copia, ma se racchiude uno spaccato di vita vera, di situazioni vissute, merita rispetto. Non merita di essere trattata come merce di scambio per ripianare i bilanci di tipografie travestite da fari della cultura.
Se questa è la deriva del sistema, allora la via è una sola ed è già tracciata: l’autopubblicazione. Il self-publishing non è più l'ultima spiaggia degli esclusi, ma l'atto di massima dignità e indipendenza che uno scrittore possa compiere. Meglio gestire da soli la propria opera, conoscerne i costi reali, mantenere i propri diritti e guardare in faccia i lettori, piuttosto che firmare un bonifico per farsi prendere in giro da chi non rischia un solo centesimo del proprio.
Quando l'editoria smette di rischiare, smette di essere editoria. E a noi autori non resta che riprenderci le nostre storie.