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Sahara occidentale: “il silenzio sugli innocenti”

Sahara occidentale: “il silenzio sugli innocenti”

par Pressenza - International Press Agency
giovedì 9 luglio 2026

“Promesse infrante, droni e accordi commerciali sulla pelle del popolo Saharawi.”

di Paolo Mazzinghi

Nel disordine geopolitico globale, segnato da istituzioni indebolite e da un diritto internazionale sempre più sotto attacco, ignorato e calpestato, c’è un conflitto silenzioso che rischia di esplodere definitivamente. È la vicenda del popolo Saharawi. Un dossier congelato da decenni che oggi, a causa di impegni mai mantenuti e nuovi cinici interessi economici, sta scivolando verso una pericolosa escalation armata in cui a pagare il prezzo più alto sono, come sempre, i civili. Accendere i riflettori su questa terra significa capire esattamente dove sta fallendo il nostro concetto di giustizia globale.

Il dramma dimenticato del Sahara Occidentale: dall’esilio all’escalation dei droni

I Saharawi sono il popolo indigeno di origine arabo-berbera del Sahara Occidentale. Dal 1975, in seguito alla fine della dominazione spagnola e alla conseguente occupazione del loro territorio da parte del Marocco, vivono in gran parte esiliati nei campi profughi in Algeria o nei territori controllati dal Fronte Polisario. Da decenni portano avanti una lotta pacifica e diplomatica per l’autodeterminazione e il riconoscimento della loro terra, la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD). La storia del popolo Saharawi è una ferita aperta nel cuore del deserto nordafricano, una vicenda di decolonizzazione tradita, promesse internazionali infrante e complici silenzi geopolitici. Da oltre cinquant’anni, questa popolazione lotta per il riconoscimento di un principio fondamentale sancito dalle leggi internazionali e dalle Nazioni Unite, ma sistematicamente negato sul campo: il diritto all’autodeterminazione

1. L’origine del conflitto: 1975 e l’esodo nel deserto

Le radici del dramma contemporaneo risalgono al 1975, anno in cui la Spagna, ex potenza coloniale che amministrava il Sahara Occidentale dal 1934, abbandonò il territorio. Con gli Accordi di Madrid (un patto mai riconosciuto dal diritto internazionale), la Spagna cedette illegalmente l’amministrazione della regione al Marocco e alla Mauritania, ignorando le risoluzioni dell’ONU che già dal 1965 invitavano ad avviare la decolonizzazione del Sahara Occidentale e a indire un referendum per l’autodeterminazione del popolo Saharawi.

La risposta di Rabat fu immediata: la “Marcia Verde” portò all’occupazione militare del territorio da parte delle forze armate marocchine e al trasferimento di circa 150.000 coloni. L’invasione provocò l’uccisione di numerosi civili e scatenò una fuga di massa. Migliaia di donne, uomini e bambini furono costretti ad attraversare il deserto sotto i bombardamenti per trovare rifugio in Algeria, in una delle regioni più inospitali del deserto del Sahara non distante da Tindouf. Nel 1976, il movimento di liberazione nazionale Saharawi, il Fronte Polisario, proclamò la Repubblica Araba Democratica dei Sahrawi (RASD). Il Fronte Polisario (guidato inizialmente da El Ouali Mustapha Sayed) nacque nel 1973 dopo il fallimento della protesta pacifica di Bassiri. Fondatore del Movimento di Liberazione Nazionale organizzò una grande manifestazione pacifica a El Aaiún contro il controllo spagnolo. La protesta fu repressa violentemente dall’esercito spagnolo. Durante gli scontri, Bassiri fu arrestato dalle autorità coloniali e scomparve nel nulla. È considerato il primo desaparecido e martire della causa saharawi.

2. Dall’esilio all’organizzazione dei campi profughi

L’accoglienza in Algeria ha permesso ai Saharawi di sopravvivere, ma in condizioni climatiche estreme. L’organizzazione dei campi profughi ha seguito un’evoluzione dolorosa ma straordinaria:

  1. Nei primi anni dell’esodo, l’intera popolazione viveva nelle khaima, le tipiche tende di tessuto dei nomadi stese sulla sabbia, che fungevano da unico scudo contro le tempeste e le escursioni
  2. Con il prolungarsi dell’esilio, l’organizzazione sociale è mutata. Le tende sono state progressivamente affiancate o sostituite da piccole abitazioni costruite con mattoni di sabbia compressa e tetti di Solo ultimamente compaiono case costruite con mattoni e cemento armato ed è presente in gran parte dei campi l’energia elettrica.

Oggi, interi nuclei urbani autogestiti portano i nomi delle città d’origine occupate (come El Aaiún o Smara), a testimonianza di una memoria storica identitaria che si tramanda alle nuove generazioni nate in esilio.

Esiste un governo democratico con grande rilevanza dato al ruolo delle donne e alla istruzione dei bambini.

3. La tregua del 1991, lo sfruttamento economico e la voce della società civile

Nel 1991, dopo sedici anni di guerra di logoramento, con il recupero di una porzione di territorio da parte del popolo saharawi (i Territori Liberati) il Fronte Polisario e il Marocco firmarono un cessate il fuoco sotto l’egida dell’ONU, che istituì la missione MINURSO. Il perno dell’accordo era chiaro: lo svolgimento di un referendum per l’autodeterminazione, in cui il popolo Saharawi avrebbe finalmente potuto scegliere tra l’indipendenza e l’integrazione con il Marocco.

Quella promessa è rimasta lettera morta. Durante questa infinita attesa, l’Occidente ha voltato le spalle alle risoluzioni internazionali. Molti paesi europei hanno avviato accordi commerciali con il Marocco, legittimando di fatto lo sfruttamento economico illegale di fosfati, risorse ittiche e prodotti agricoli del Sahara Occidentale occupato, senza il consenso del popolo locale e in contrasto con il diritto internazionale.

A denunciare con forza questa complicità internazionale è intervenuta spesso anche la società civile italiana. Nell’ottobre 2025, davanti alla 4ª Commissione speciale dell’ONU sulla decolonizzazione, Simone Bolognesi (Presidente di Città Visibili, a nome della Rete Saharawi) ha ribadito che il Sahara Occidentale è un territorio distinto dal Marocco e che lo sfruttamento delle risorse naturali del territorio può avvenire esclusivamente con il consenso del popolo saharawi, come confermato dalle storiche sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Bolognesi ha esortato le Nazioni Unite a rompere il silenzio, chiedendo l’adozione di misure vincolanti e sanzioni contro lo sfruttamento illegittimo delle risorse saharawi e l’introduzione di un registro internazionale per la tracciabilità dei prodotti, per fermare i flussi economici che alimentano l’occupazione.

4. 2020: La fine della tregua a El Guerguerat

Il fragile equilibrio si è spezzato tra novembre 2020 e gennaio 2021 a El Guerguerat, una località nell’estremo sud-ovest della regione, al confine con la Mauritania. Un gruppo di civili e attivisti Saharawi aveva organizzato una manifestazione pacifica per protestare contro lo stallo politico e l’apertura da parte di Rabat di una “breccia” commerciale illegale attraverso il muro militare di sabbia. Tale valico stradale era considerato dal Polisario un corridoio abusivo utilizzato per esportare le risorse saccheggiate.

Il 13 novembre 2020, l’esercito marocchino ha violato l’Accordo Militare n. 1, penetrando nella zona cuscinetto demilitarizzata per disperdere i manifestanti. Considerata l’azione come un’aggressione diretta ai civili, il Fronte Polisario ha risposto al fuoco, dichiarando ufficialmente la fine del cessate il fuoco e la ripresa dello stato di guerra.

5. Il nuovo scenario geopolitico: la svolta dei droni e l’isolamento diplomatico

Da allora, il conflitto ha assunto una veste tecnologica asimmetrica e devastante. Come confermato dal recente attacco di giugno 2026, che ha portato all’uccisione di Lahbib Mohamed Abdelaziz (capo militare del Polisario e figlio dello storico leader e Presidente della RASD Mohamed Abdelaziz), il Marocco presidia il muro di difesa impiegando massicciamente droni militari di ultima generazione (forniti da Israele) per colpire indistintamente e con armi impari i soldati e la popolazione saharawi, oltre che per decimare i vertici del Polisario.

Il contesto internazionale è, nel tempo e soprattutto negli ultimi anni, mutato a favore di Rabat:

  1. Il blocco pro-Marocco: nel dicembre 2020, nel corso della prima presidenza Trump, gli Stati Uniti hanno riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Israele (paese che fornisce armamenti e tecnologie al Marocco). Successivamente, paesi europei come la Francia, il Regno Unito e la Spagna (ex potenze coloniali) hanno espresso un forte appoggio al “Piano di Autonomia” marocchino del 2007, che cancella l’ipotesi di piena indipendenza saharawi e del diritto alla autodeterminazione.
  2. Il ruolo dell’Italia: L’Italia, rispetto a Francia e Spagna, mantiene una posizione di forte cautela ed equidistanza. Se da un lato Roma riconosce il Marocco come partner cruciale per la sicurezza e la gestione migratoria nel Mediterraneo, dall’altro non ha mai appoggiato il Piano di Autonomia di Rabat. La diplomazia italiana resta ancorata alla linea ONU per una soluzione negoziata, anche per preservare l’alleanza strategica ed energetica con l’Algeria, principale sponsor della causa saharawi. L’agenzia del Ministero degli Esteri emana regolarmente bandi e programmi di risposta umanitaria integrata rivolti specificamente alla provincia di I fondi governativi finanziano ONG italiane (come CISP, Africa 70, Nexus e altre) per interventi critici: gestione dell’acqua, sicurezza alimentare, cliniche mediche e scuole nei cinque campi profughi (wilaya). Roma destina quote annuali fisse ad agenzie come il WFP (World Food Programme) e l’UNICEF per finanziare la distribuzione di razioni alimentari e assistenza ai rifugiati saharawi vulnerabili, lavorando in stretta collaborazione con la Mezzaluna Rossa Saharawi. A livello di diplomazia culturale e regionale, un tassello fondamentale è rappresentato dal programma dei Piccoli Ambasciatori di Pace. Ogni estate, le reti di solidarietà e numerosi enti locali italiani accolgono i bambini saharawi. Oltre a offrire loro un soggiorno terapeutico lontano dalle temperature estreme del deserto, l’iniziativa permette ai minori di farsi portavoce del dramma del proprio popolo, sensibilizzando le comunità ospitanti sulla causa dell’autodeterminazione saharawi.
  3. La resistenza e i rischi globali: La RASD continua a godere del forte supporto dell’Unione Africana (di cui è membro fondatore), di nazioni storiche come l’Algeria, il Sudafrica, Cuba e il Venezuela, oltre che di una fitta e vitale rete legata alla cooperazione internazionale e all’associazionismo, radicata soprattutto in Spagna e in Italia.

Conclusioni: un focolaio d’instabilità nel Maghreb

Oggi il popolo Saharawi si trova drammaticamente spaccato in tre: una parte resiste nei campi profughi in territorio algerino, in condizioni umanitarie, ambientali e climatiche molto critiche; un’altra vive sotto il regime di occupazione marocchina nei territori del Sahara occidentale occupato, subendo forti limitazioni dei diritti civili e politiche di assimilazione forzata la terza vive nella diaspora, dispersa soprattutto in Spagna e, in misura minore, in Italia, Francia e altri paesi europei.

L’uso dei droni, la retorica mediatica di Rabat volta a delegittimare il Polisario identificandolo come movimento terroristico e l’allineamento delle potenze occidentali non hanno risolto la crisi, ma l’hanno incanalata in un pericoloso vicolo cieco. Ad esempio, il rischio di vedere uno sviluppo dell’estremismo religioso e la perdita di consenso di una linea politica fedele al diritto internazionale, così come la ripresa delle ostilità armate minaccia di incendiare l’intera regione del Maghreb, esasperando le tensioni storiche tra Marocco e Algeria e attirando l’interesse strategico di altri attori globali come la Russia e la Cina. Ignorare il diritto all’autodeterminazione dei Saharawi non è solo un’ingiustizia storica, ma una scelta geopolitica miope che alimenta una costante minaccia alla pace internazionale.


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