Ron Carter e Kenny Garrett conquistano Tokyo
par Giovanni Greto
giovedì 26 febbraio 2026
L’esibizione di un veterano del contrabbasso jazz e di un sassofonista che si formò con due grandi del Jazz
Sembra impossibile. Eppure a quasi 89 anni – è nato il 4 maggio 1937 - , in perfetta forma fisica, almeno all’apparenza, Ron Carter continua ad esibirsi nel mondo, riscuotendo ovunque applausi affettuosi e di stima. Certo, il contrabbasso non necessita di quell’energia polmonare essenziale per uno strumento a fiato, tuttavia la rapidità e la scioltezza delle dita impongono una certa padronanza.
Ritorno alla Sumida Triphony Hall, pressochè al completo, rispetto al concerto di Julian Lage. L’acustica mi sembra meno perfetta, per lo meno nella prima parte, in cui occupavo una sedia delle prime file. Spostatomi in seguito verso il centro della platea, la situazione è migliorata, probabilmente grazie anche a correzioni in corso d’opera.
Accanto al leader, ascolto un buon trio, di musicisti tecnicamente capaci ed affidabili, ad eccezione, forse, del batterista, Payton Crossley (1959). Nonostante sia con Carter da una ventina d’anni, in certe situazioni sembrava in difficoltà a suonare in maniera fluida ed efficace.
Tranquilla, senza picchi, ma anche senza sbavature e con assolo intelligenti è parsa la pianista canadese Renee Rosnes (24 marzo 1962), che ricordo di aver visto all’incirca quarant’anni orsono in un trio di sole donne ad accompagnare il grande Joe Henderson (1937 – 2001).
Molto buono, frizzante, il contributo del sassofonista tenore Jimmy Greene (24 febbraio 1975), sempre col sorriso sulle labbra. Una buona persona, cui un destino terribile, aveva tolto la figlia di sei anni Ana Grace Màrquez Greene il 14 dicembre 2012, allorchè il ventenne Adam Lanza uccise 26 persone, la maggior parte bambini, alla Sandy Hook Elementary School di Newtown, Connecticut.
I suoi assolo erano gradevoli, sia per un bel timbro dello strumento, sia per la spigliatezza unita ad una buona dose di creatività.
Il concerto può essere considerato diviso in due parti. La prima è sembrata una lunga Suite perché univa cinque brani, tutti di Ron Carter, eccetto uno, senza soluzione di continuità. Vale a dire, i musicisti passavano dall’uno all’altro, non solo senza fermarsi, ma legando le ultime note di un brano con le prime del successivo.
595, brano d’avvio, è un 4/4 medio-lento, tenuto in pugno da Carter e contrassegnato da frequenti riff del sassofonista e da stop all’unisono, che già evidenziavano le prime difficoltà per il batterista. La musica si dirigeva verso Mr. Bow-Tie, sorta di Bossanova swingante, e qui Crossley utilizzava una bacchetta e una spazzola. Arriva l’unico brano non di Carter, Seven Steps to Heaven, un capolavoro di Miles Davis. La tensione del brano nelle versioni dal vivo e in studio non sono minimamente avvicinabili a quella ascoltata. E le due battute da solo di Tony Williams, nel corso del tema, che lanciavano il brano, con il dolce, nitido suono di piatti e tamburi, non sono state riproposte da Payton Crossley. Il brano è così proseguito senza esplodere, mantenendo una piattezza di fondo.
Meglio la Ballad successiva, Little Waltz, un “piccolo valzer”, mantenuto interessante grazie al soffio del sax. Si ritorna a Mr. Bow-Tie, per concludere la lunga Suite.
Gli ultimi quattro pezzi riscaldano un po’ l’auditorium, soprattutto Saguaro, di Carter. E’ un tema melodico e ritmico che a un certo punto raddoppia il metronomo, riscontrando una nuova difficoltà nell’accompagnamento batteristico. Bello il solo di Jimmy Greene assecondato dalle ficcanti accentazioni di Renee Rosnes.
E’ il momento di eseguire il brano preferito dal leader, per sua stessa ammissione al pubblico, My funny Valentine, di Richard Rodgers / Lorenz Hart, composto per il musical Babes in Arms (1937). Lungo e sognante il solo di contrabbasso.
You are my Sunshine è suonata soltanto da Ron Carter, che a un certo punto inserisce il primo movimento della Suite n.1 per violoncello solo di J.S.Bach. Ricordo che Carter desiderava fare il concertista classico ma, all’epoca, nell’America di allora, il colore della pelle glielo impedì. Il pezzo di Jimmie Davis si può ascoltare in una splendida versione in trio, registrata nel 2005 da Carter con Bill Frisell alla chitarra e Paul Motian alla batteria.
Il concerto terminerebbe qui. Ma l’ovvio bis arriva presto, anche per non stancare troppo il venerando musicista nell’apparire e scomparire dal proscenio. Si tratta di uno standard famoso plurinterpretato, You and the Night and the Music di Arthur Schwartz, che consente al batterista di effettuare un discretamente lungo assolo, decisamente poco interessante.
Pubblico in visibilio per Ron Carter e attesa dietro le quinte, premiata solo per pochi prenotati.
Ha deluso, due giorni dopo, in un Blue Note pomeridiano pieno di gente, il concerto di Kenny Garrett and Sounds from the Ancestors. Si tratta del sestetto di Kenny Garrett (Detroit, 9 ottobre 1960), un musicista che militò nel 1986 nei Jazz Messengers di Art Blakey, negli ultimi anni della sua lunga carriera, prima di entrare nel gruppo di Miles Davis, dal 1986 al 1991, anno della scomparsa del geniale trombettista.
La sua interpretazione dell’Afro-cuban Jazz non ha convinto. Peccato, perché accanto a lui c’erano un valido pianista, Keith Brown, un buon percussionista, Rudy Bird, un inesausto contrabbassista, Corcoran Holt, una brava vocalista cubana e anche percussionista, Melvis Santa, che ho potuto ammirare sul web, ma che nel gruppo non riesce ad esprimere la propria sapienza interpretativa, che meriterebbe uno spazio maggiore. Alla batteria un musicista californiano “caciarone”, con assolo e timbrica non particolarmente curati, Ronald Bruner, Jr.
Solo sei i brani eseguiti, troppo dilatati, con rimandi a Pharoah Sanders (1940 - 2022), ma con minor afflato e spiritualità, però, e prevalentemente allineati ad un easy listening costituito da ritmi funky, hip-hop e persino rap, quando Garrett in When the Days were different, invitava il pubblico a scandire il ritmo con le mani. Il leader ha suonato sia il sax contralto, principalmente, che il soprano e, talvolta, dando le spalle agli astanti, una piccola tastiera, forse cercando l’ispirazione giusta.
Finale improponibile, con un banale e circolare Happy people, durante il quale, Garrett invitava il timido pubblico giapponese, a cantare in coro un semplice riff. Pubblico che, una volta sciolto, obbediva felicemente al leader.
Finale in solitudine : ad uno a uno i musicisti se ne andavano, mentre il leader con il sax alto costruiva delle melodie che avevano come sottofondo una base “ambient” e che sono andate avanti per una decina di minuti.
Quest’estate il gruppo si esibirà ad Umbria Jazz.
Foto sestetto di K. Garrett: GREAT THE KABUKICHO