Rileggere il 4 novembre in chiave antimilitarista. Per una memoria che non celebri la guerra
par Nicola Trerotola
giovedì 6 novembre 2025
La Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, celebrata ogni 4 novembre, viene istituzionalmente presentata come una ricorrenza di coesione patriottica e riconoscimento del ruolo dei militari nella storia della Repubblica.
Una riflessione critica suggerisce tuttavia l’opportunità di ricollocare questa data nella sua realtà storica: la celebrazione nasce dal più grande massacro della storia d’Italia e si inserisce in un lungo processo di militarizzazione della società che continua ancora oggi. Interrogare questa memoria significa opporsi alle narrazioni che normalizzano la guerra e riconoscere che una vera unità nazionale non può fondarsi sulla violenza.
Il 4 novembre 1918 segnò la fine del coinvolgimento italiano nella Prima guerra mondiale. La narrazione ufficiale la definisce “vittoria”, senza considerare il prezzo pagato. Oltre 650.000 soldati italiani morirono in trincee insensate, decine di migliaia furono fucilati da propri superiori per insubordinazione o resa, intere comunità civili furono devastate. La guerra fu condotta in un clima di nazionalismo aggressivo e repressione interna, con la sospensione delle libertà politiche, la censura e la persecuzione del dissenso.
Celebrarne la conclusione come fondamento dell’unità nazionale implica accettare il presupposto che la comunità politica si rafforzi attraverso il sacrificio bellico. Un’antropologia civile alternativa rifiuta questa equazione e riconosce che la guerra non costruisce mai la democrazia, ma la ferisce profondamente.
Il dopoguerra italiano non fu un ritorno all’ordine pacifico. Il mito della “Vittoria mutilata”, alimentato da élite militari e nazionaliste, trasformò il malcontento sociale in risentimento politico. I reduci, abbandonati a scarsissime politiche di reinserimento, divennero terreno fertile per la propaganda reazionaria.
Tra 1919 e 1920 si sviluppò un ciclo di mobilitazione operaia e contadina senza precedenti, noto come Biennio Rosso. In questo contesto, le prime squadre fasciste si proposero come forza paramilitare di difesa dell’ordine, spesso con la complicità di settori dello Stato e di parte della società industriale e agraria. Il 4 novembre, trasformato in rituale patriottico di massa, contribuì a sacralizzare il legame tra nazione, esercito e disciplina sociale, legittimando culturalmente il progetto autoritario che avrebbe portato alla dittatura.
Rileggere questa data significa anche smascherare la continuità tra militarismo bellico e violenza politica fascista.
La continuità del dispositivo militare è evidente anche nel presente. Negli ultimi anni la spesa militare italiana è cresciuta in modo significativo sotto la pressione internazionale verso il 2 per cento del PIL. Le Forze Armate sono coinvolte in decine di missioni all’estero con ricadute geopolitiche spesso opache, mentre la presenza militare si è ampliata negli spazi civili, dalle scuole alle strade, fino alle cerimonie pubbliche.
La narrazione dominante presenta il militare come garante esclusivo della sicurezza nazionale, rimuovendo alternative civili quali diplomazia rafforzata, prevenzione dei conflitti, cooperazione internazionale e politiche sociali. La guerra diventa così un’opzione accettabile e persino ordinaria, mentre la pace perde centralità politica.
Rifiutare questa normalizzazione significa denunciare un paradigma che privilegia la logica della forza sull’imperativo dei diritti.
Una prospettiva antimilitarista rifiuta l’equivalenza tra identità nazionale e apparato bellico. L’unità non nasce dall’uniforme, bensì dalla condivisione di diritti, opportunità e dignità. Una democrazia che investe miliardi in armi e sottrae risorse a istruzione, casa, welfare e sanità non costruisce coesione, ma disuguaglianza.
Occorre ricordare voci e percorsi rimossi dalla memoria ufficiale: gli obiettori di coscienza, i movimenti pacifisti, le donne che hanno storicamente resistito alla guerra, le comunità che subiscono l’impatto delle servitù militari sui territori. Sono queste le energie civili che rendono viva la Repubblica e ne assicurano la continuità democratica.
Rileggere il 4 novembre non significa negare il sacrificio di chi subì la guerra, ma riconoscerne la tragedia per impedirne il ripetersi. Una memoria matura deve farsi antidoto contro la militarizzazione del presente, non celebrazione rituale della guerra passata. L’unità nazionale che merita di essere commemorata è quella costruita attraverso la pace, la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani.
Per questo, il 4 novembre può e deve diventare un giorno in cui l’Italia ribadisce di non voler più trovare la propria identità nel conflitto, ma nella dignità di una comunità pacifica e solidale.