Quando si rischia di perdere il lavoro... (not?) working class hero

par Riciard
venerdì 13 aprile 2012

Ho trentadue anni, e da circa sei faccio questo lavoro. Alle spalle ho una quasi laurea in storia dell'arte, mancata per un soffio e che magari riprenderò, cinque anni da cameriere e banconista in un pub, un paio di anni come gestore del medesimo pub, una esperienza nel settore tessile e una in Poste Italiane. Più ovviamente mille e più semi-lavori stagionali retribuiti poco o al nero, qualche concerto e un blog.

Davanti a me ho una figlia bellissima, di poco più di nove mesi, una moglie speciale, una macchina, una casa in affitto e una, possibilmente, da comprare.

Ed un'incertezza grande, la stessa dei miei colleghi.
Questo lavoro per me è il mio lavoro. Non significa che io lo abbia scelto tra mille o che io ne riceva una chissà quale gratificazione, ma semplicemente è il lavoro su cui io ho impostato la mia vita più recente. 

Su questo contratto a tempo indeterminato, come su quello di mia moglie, poggiano le basi del nostro vivere futuro, i nostri progetti, i nostri disegni da realizzare. Su questo lavoro poggia il quotidiano e, non per ultimo, il sentirsi utili.

Perché il fatto è che se non rinnovassero l'appalto ai miei occhi sembrerebbe come un: grazie tante, ma non ci servi più. Deprimente. E questo lo dico, sottolineo, puntando il dito contro Poste Italiane e non contro Transystem che in quattro anni ci ha sempre affiancato con molto rispetto e poche, oneste parole.


Non sono mai stato disposto a sentirmi inutile, è una ipotesi che non considero, specie dopo aver sempre svolto con precisione e dedizione il mio lavoro. Di questo stiamo parlando: noi abbiamo sempre fatto un egregio lavoro, come hanno testimoniato le stesse ispezioni postali, e adesso ci vogliono dire che riusciranno benissimo a fare a meno di noi. Semplicemente ridicolo. Annasperanno, lasceranno le persone senza corrispondenza, ma chiuderanno in positivo i bilanci.

Sono già stato una volta senza lavoro e non è stato un periodo felice. Bussare agli usci e sentir dire solamente no, non abbiamo bisogno era la metafora della mia vita. Vivevo al giorno, con la liquidazione precedente, segnando ogni giorno su di un foglio le spese, perché tutto fosse calcolato e niente uscisse dal quadro.
Poi trovai questo lavoro e due anni dopo venni assunto da Transystem.
Mi piacerebbe continuare a lavorare per questa società, perché mi ha fatto vivere bene gli ultimi quattro anni, con la certezza di uno stipendio preciso e puntuale, senza tanti grattacapi, con serenità e con la consapevolezza di ricevere ascolto e risposte ai nostri dubbi e richieste.

Tuttavia sembra non dipenda da noi o da loro svolgere questa matassa e tra pochi giorni sapremo a cosa andremo incontro. È una partita tutta all'italiana che si gioca in uno stadio chiuso, con una sola squadra, dove la meritocrazia è stata messa in tribuna a guardare e noi con essa.

E proprio per questo sono e siamo sul mio blog. Per raccontarci fuori dalle porte dello stadio, dire che esistiamo e che non ci faremo prendere a calci in culo rimanendo inermi.


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