Quando lo Stato dice che i soldi non ci sono, bisognerebbe chiedere: per chi?

par Gregorio Scribano
giovedì 13 agosto 2026

I dati Istat fotografano un’Italia che si regge sempre meno sul welfare pubblico e sempre più sulla solidarietà privata. Oltre cinque milioni di famiglie ricevono aiuti economici o materiali da parenti, amici e vicini.

Diciotto milioni di italiani sostengono gratuitamente qualcuno. C’è chi paga una bolletta al figlio precario, chi riempie la dispensa dei genitori con la pensione minima, chi accompagna un anziano alle visite, chi si occupa dei nipoti perché gli asili costano troppo e gli stipendi non bastano.

È una fotografia che dovrebbe interrogare profondamente la politica. Perché quando una società si regge sulla generosità delle famiglie significa che lo Stato, in molti ambiti, non riesce più a garantire una protezione sufficiente.

Da anni ci viene ripetuto lo stesso ritornello: non ci sono risorse per aumentare salari e pensioni, per rafforzare la sanità pubblica, per sostenere davvero chi lavora e chi ha lavorato una vita. Ogni richiesta di maggiore giustizia sociale viene respinta evocando i vincoli di bilancio, il debito pubblico, i mercati finanziari.

Eppure questa scarsità sembra valere solo per alcuni.

Quando si è trattato di salvare istituti bancari in difficoltà, le risorse sono state trovate. Quando bisogna finanziare grandi opere dalla dubbia utilità o destinare miliardi all’aumento delle spese militari o ai super bonus, improvvisamente i margini di bilancio riappaiono. Quando si discutono privilegi, indennità e retribuzioni elevate delle classi dirigenti pubbliche, raramente si sente parlare di sacrifici inevitabili.

Per pensionati e lavoratori, invece, il messaggio resta immutato: bisogna accontentarsi.

Nel frattempo l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto. Fare la spesa è diventato un esercizio di rinunce. Si acquistano meno prodotti freschi, si riducono carne e pesce, si cercano le offerte nei discount, si rimandano cure mediche, si rinuncia a una vacanza o perfino a sostituire un elettrodomestico guasto. Non perché gli italiani abbiano cambiato stile di vita per scelta, ma perché milioni di famiglie non arrivano serenamente alla fine del mese.

Così il welfare viene sostituito dalla famiglia. I nonni mantengono figli e nipoti, i figli assistono genitori sempre più anziani, fratelli e sorelle si aiutano economicamente. È una rete preziosa, che racconta il volto migliore del Paese, ma che non dovrebbe diventare il pilastro su cui scaricare responsabilità che spettano alle istituzioni.

La solidarietà familiare è una ricchezza culturale, non può essere un alibi politico.

Una società moderna non può considerare normale che siano i nonni a compensare stipendi insufficienti, che i figli paghino le medicine ai genitori o che un giovane debba contare sull’aiuto della famiglia per costruirsi un futuro. Quando il sostegno privato diventa indispensabile per sopravvivere, significa che il sistema pubblico sta lasciando scoperti troppi cittadini.

La questione, allora, non è tanto se i soldi ci siano o meno. È come vengono distribuite le priorità. Ogni bilancio pubblico è, prima di tutto, una scelta politica. Se si trovano miliardi per alcuni obiettivi e si sostiene che non esistono risorse per garantire pensioni dignitose, salari adeguati e servizi essenziali, il problema non è soltanto economico: è una precisa scala di valori.

I dati Istat raccontano un Paese generoso, capace di non lasciare solo chi è in difficoltà. Ma raccontano anche uno Stato che rischia di affidarsi troppo alla buona volontà dei cittadini. E una democrazia matura non dovrebbe chiedere alle famiglie di sostituirsi stabilmente alle istituzioni.

Perché uno Stato forte non si misura da quanto riesce a spendere per le emergenze finanziarie o per i grandi investimenti, ma dalla capacità di garantire a chi lavora, a chi è in pensione e a chi è più fragile una vita dignitosa. Se le casse sembrano sempre vuote quando si parla di diritti sociali, forse è arrivato il momento di smettere di chiedersi dove siano finiti i soldi e iniziare a domandarsi, con maggiore onestà, a vantaggio di chi vengono spesi.


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