Punire i minorenni non renderà l’Italia più sicura: il governo smantella la giustizia minorile
par Osservatorio Repressione
mercoledì 29 luglio 2026
Il nuovo disegno di legge sull’imputabilità dei minori rappresenta l’ultimo tassello di una lunga offensiva securitaria che, dal decreto Caivano in poi, ha trasformato la giustizia minorile da strumento educativo a dispositivo repressivo. Mentre operatori, magistrati, penalisti e associazioni denunciano una deriva pericolosa, il governo continua a inseguire la propaganda della paura.
Non è una riforma tecnica della giustizia minorile. Non è un semplice intervento sul codice penale. Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri modifica uno dei principi sui quali, per quasi un secolo, si è fondata la disciplina della responsabilità penale dei minorenni in Italia: l’idea che un adolescente non possa essere considerato automaticamente un adulto in miniatura e che, proprio per questo, la sua capacità di intendere e di volere debba essere accertata dal giudice caso per caso.
Il governo Meloni sceglie invece di ribaltare questa impostazione. Se il provvedimento dovesse diventare legge, tra i quattordici e i diciotto anni la capacità di intendere e di volere sarà presunta. Non sarà più lo Stato a dover dimostrare che quel ragazzo aveva raggiunto un livello di maturità sufficiente per essere ritenuto pienamente responsabile delle proprie azioni, ma sarà la difesa a dover provare il contrario. Non si tratta di una modifica marginale del processo penale, bensì di un cambiamento culturale che ridefinisce il rapporto tra adolescenza, responsabilità e funzione della giustizia.
È difficile leggere questa scelta senza inserirla nella traiettoria politica degli ultimi anni. Dal decreto Caivano all’introduzione di Daspo e ammonimenti nei confronti dei minorenni, dall’aumento del ricorso alle misure cautelari fino all’estensione del fermo preventivo e alla costruzione mediatica delle cosiddette “baby gang”, il governo ha progressivamente trasformato il disagio giovanile in una questione di ordine pubblico. La risposta non è mai stata quella di rafforzare la scuola, i servizi territoriali, i centri educativi o il sostegno alle famiglie. La risposta è stata sempre la stessa: anticipare l’intervento penale e ampliare gli strumenti della repressione.
Il dato più sorprendente è che questa svolta non trova alcun reale fondamento nell’andamento della criminalità minorile. Le stesse organizzazioni che da anni monitorano il sistema penale minorile ricordano che non esiste un’emergenza tale da giustificare un simile irrigidimento. Secondo i dati richiamati anche nel dibattito pubblico, in Italia i minori che entrano in contatto con la giustizia sono circa 363 ogni 100 mila abitanti, una cifra sensibilmente inferiore alla media europea, che supera i 600. A crescere non è tanto la criminalità, quanto la percezione costruita intorno ad essa attraverso una narrazione permanente dell’emergenza. Nel giro di pochi anni gli articoli dedicati alle “baby gang” e ai “maranza” sono quasi triplicati, alimentando l’idea di una generazione fuori controllo che i numeri non confermano.
Anche sul piano strettamente giuridico le critiche sono pressoché unanimi. L’Unione delle Camere Penali ha parlato di una modifica che incide radicalmente sul fondamento stesso della giustizia minorile, ricordando come l’intero impianto del processo penale per i minori sia stato costruito sulla consapevolezza che l’adolescenza rappresenta una fase di sviluppo della personalità e non una semplice riduzione anagrafica dell’età adulta. Il presidente dell’Unione delle Camere Penali, Francesco Petrelli, ha inoltre evidenziato i dubbi di compatibilità con l’articolo 31 della Costituzione, che impone alla Repubblica una particolare tutela dell’infanzia e della gioventù.
Non meno significativa è la posizione di Antigone, che insieme a Defence for Children e Libera ha promosso gli Stati Generali della Giustizia Minorile coinvolgendo centinaia di magistrati, avvocati, educatori, operatori sociali e studiosi. La coordinatrice nazionale Susanna Marietti ha ricordato come in tutti i tavoli di lavoro sia emersa una netta contrarietà a qualsiasi ipotesi di anticipazione della risposta penale, sottolineando che il problema non è come punire prima, ma come intervenire prima che un ragazzo venga abbandonato dalla scuola, dai servizi sociali e dalla rete educativa. L’interesse superiore del minore, ricorda Antigone, non è una formula astratta, ma il principio che impone di costruire percorsi di responsabilizzazione e inclusione anziché affidare al carcere il compito di risolvere problemi sociali.
L’esperienza degli ultimi anni dimostra quanto questa preoccupazione sia fondata. Il decreto Caivano, presentato come risposta all’emergenza delle baby gang, ha prodotto un aumento impressionante delle presenze negli Istituti penali per minorenni. Secondo Antigone la popolazione detenuta è cresciuta di oltre un terzo rispetto al periodo precedente e gli istituti, per la prima volta nella loro storia, hanno conosciuto condizioni di sovraffollamento analoghe a quelle delle carceri per adulti. Oggi molti ragazzi vengono trasferiti negli istituti ordinari non appena compiono diciotto anni, alimentando un circuito penale che rende sempre più difficile qualsiasi reale percorso di reinserimento. A questa situazione si aggiungono carenze croniche di educatori, psicologi e operatori, mentre non sono mancati negli ultimi anni gravi episodi di violenza e persino inchieste per tortura all’interno di istituti minorili.
Emblematiche, a questo proposito, sono le parole del presidente del Tribunale per i minorenni di Genova, Domenico Pellegrini. Secondo il magistrato il nuovo disegno di legge non produrrà effetti concreti sulla valutazione giudiziaria, perché già oggi i tribunali accertano normalmente la capacità di intendere e di volere dei ragazzi sulla base delle modalità del fatto e delle competenze dei giudici specializzati. Il rischio concreto, semmai, è quello di rallentare i processi attraverso un ricorso ancora maggiore alle consulenze tecniche. Ma il punto centrale, osserva Pellegrini, è un altro: il provvedimento serve soprattutto a trasmettere un messaggio politico. Non a caso ricorda come perfino il codice Rocco del 1930, elaborato durante il fascismo, affidasse al giudice il compito di verificare la maturità del minore prima di ritenerlo imputabile. Paradossalmente, conclude il magistrato, la riforma proposta oggi finisce per arretrare rispetto a quel modello, tornando a una concezione ottocentesca della responsabilità penale.
La questione, dunque, non riguarda soltanto l’età imputabile. Riguarda l’idea stessa di giustizia che il governo intende affermare. Da tempo ogni fenomeno di disagio viene reinterpretato come un problema di sicurezza: la povertà educativa, l’abbandono scolastico, le periferie prive di servizi, il disagio psichico adolescenziale e la marginalità sociale cessano di essere questioni da affrontare con politiche pubbliche e diventano terreno di intervento della polizia, della magistratura e del carcere. È il paradigma dello Stato penale: mentre arretrano gli investimenti nel welfare, nella scuola, nella prevenzione e nei servizi sociali, cresce la fiducia nel diritto penale come strumento universale di governo della società.
È significativo che perfino il sindacato della polizia penitenziaria UIL abbia espresso forti perplessità, ricordando come gli istituti minorili siano già oggi in una situazione di grave sofferenza organizzativa e di sovraffollamento e invitando il governo a non ripetere gli errori prodotti dal decreto Caivano. Quando persino chi opera quotidianamente nel sistema penitenziario mette in guardia dall’ennesima stretta repressiva, significa che il problema non riguarda soltanto le opposizioni politiche o il mondo dell’associazionismo.
Il governo continua tuttavia a inseguire una narrazione nella quale la fermezza penale viene presentata come unica risposta possibile. È una strategia che guarda ai sondaggi e alla competizione con la destra più estrema, ma che rischia di produrre conseguenze profonde sul sistema della giustizia minorile e sul futuro di migliaia di ragazzi. Criminalizzare sempre prima non significa prevenire la devianza; significa rinunciare a comprenderne le cause. E quando uno Stato sceglie di investire più nella punizione che nell’educazione, più nel carcere che nella scuola, più nella repressione che nell’inclusione, non sta costruendo una società più sicura. Sta semplicemente certificando la sconfitta della propria politica sociale.