Perché il governo Netanyahu è Israele
par Pressenza - International Press Agency
lunedì 6 luglio 2026
La violenza dei coloni non è più un’eccezione. È il sintomo di un progetto politico che l’Europa continua a guardare senza trovare il coraggio di chiamarlo con il suo nome.
(Foto di archivio Pressenza)
Sarò breve. Perché i giorni trascorsi dall’inizio dello sterminio dei palestinesi sono 1003. Perché le parole per nominarlo sono finite e anche quelle che ci siamo inventati per definire la distruzione deliberata di un gruppo etnico o religioso in quanto tale non bastano più. E perché un amico mi ha detto che ne uso troppe e che non c’è tempo per leggerle tutte.
Dopo questo preambolo, vengo al sodo.
Questo fine settimana, come ogni santo maledetto giorno che c’è sulla terra, oltre venti tra palestinesi e attivisti sono rimasti feriti durante attacchi compiuti da bande di teppisti israeliani in Cisgiordania.
Non riesco più a chiamarli semplicemente «coloni». Quando la violenza contro civili, contadini e attivisti si ripete con tale regolarità e brutalità, la parola perde la sua neutralità descrittiva e rischia di diventare un eufemismo. Nominiamoli dunque per quello che sono: cavernicoli. E forse nemmeno al tempo di Neanderthal erano così animaleschi nella loro primordiale ferocia e ripugnanza.
Le aggressioni verificatesi fra ieri e oggi sono avvenute in diverse località della Cisgiordania. Secondo le testimonianze, «le forze di sicurezza israeliane non sono riuscite a impedire diversi di questi assalti». Non sono riuscite o non hanno voluto? È una domanda che non può più essere elusa, considerato che troppo spesso – anzi, quasi sempre – i militari assistono, intervengono tardivamente o operano in un contesto in cui queste violenze continuano a ripetersi senza essere fermate in modo efficace. «La gente ha paura di recarsi da sola sui propri terreni», ha dichiarato un palestinese il cui villaggio è stato preso di mira.
Ed è per questo che continuo a sostenere che il governo Netanyahu è Israele. Non perché in Israele non esistano dissenso, opposizione e persone che si battono per un’altra strada. Esistono, e meritano rispetto. Ma oggi rappresentano una minoranza politica e sociale incapace di incidere sugli indirizzi dello Stato.
Quando la violenza dei coloni si ripete ogni giorno, da anni, sotto gli occhi dell’esercito; quando ministri e parlamentari ne condividono apertamente il linguaggio e gli obiettivi e alcuni di loro distribuiscono gratuitamente dei mitra; quando l’annessione strisciante della Cisgiordania procede senza incontrare una reale opposizione interna capace di fermarla, allora non siamo più davanti alle azioni di poche mele marce. Siamo davanti a un sistema politico e a un orientamento collettivo che, nei fatti, hanno reso quella violenza parte integrante del proprio progetto.
Francamente, mi vergogno del governo che rappresenta l’Italia e di quelle erinni che siedono a Bruxelles, guidate da Ursula von der Leyen. Anche lei, come Angela Merkel, ha la sua divisa: stesso taglio della camicia e della giacca – delle quali cambiano soltanto i colori –, stessi pantaloni, stesse scarpe, stessa uniforme quasi rituale e persino lo stesso taglio di capelli, con il quale comincio a credere sia nata direttamente.
Ma qui finiscono le somiglianze. Perché la statura politica e morale non si indossa. Si misura nella capacità di difendere i principi che si proclamano anche quando è scomodo farlo. E sotto questo profilo, il divario tra le due è abissale.
P.S. Io i coloni li considero dei criminali e come tali vorrei che fossero trattati.