Perchè i talebani distruggono gli strumenti musicali
par La bottega del Barbieri
lunedì 27 aprile 2026
Innanzitutto è meglio che faccia una piccola ammissione di colpevolezza, reciti un mea culpa per un veniale peccato da ragazzo, quindi assai in ritardo: c’era, a quel tempo, l’usanza di molti di andarsene, nelle calde serate d’estate – ma anche una giovane primavera bastava, eravamo giovani allora, meno afflitti dalle fitte delle brezze corroboranti – a farsi un falò in una spiaggia deserta che s’affacciava dritta o di sgambescio sul Mar d’Africa, una di quelle che non conoscevano ancora le orde barbariche dell’apericena.
di Giovanni Carbone
Lì, in quei silenzi che invitavano alla soffusa conversazione, oltre al consumo di sostanze grosso modo lecite, qualcuno, talora più di qualcuno, tirava fuori lo strumento. In genere non c’era gente che suonava deliziose armonie che s’accompagnavano alle atmosfere di luoghi che non conobbero tempo, piuttosto il martellare confuso di tamburi, tam tam, bonghi e marimba, robe così. E qui viene la confessione: più d’una volta mi veniva – abilmente dissimulato, non sempre sottaciuto – il desiderio intimo d’alimentare il sacro fuoco dell’arrosticino col corollario percussivo. Ma poi desistevo, mi dicevo, tra me e me, che in fondo appartenevo a genia dal fare dabbene, che, libertariamente, potevo concedere che prevalesse persino il confuso palesarsi degli ego strabordanti, il desiderio implicito – e non universalmente gradito – di conquistarsi un frammento di scena.
E nell’oggi, mi compiaccio d’aver scelto quella via ecumenica, pure se non c’era stato rispetto per le sonorità adeguate: v’era, in un certo senso, in quel martellante pestare inappropriato, un disimpegno rispetto alla funzione educativa del timing alla sua funzione di palestra di democrazia. Prendendo spunto da certe cose che diceva Wynton Marsalis, la musica (citava esplicitamente il jazz, ma non porrei confini) “è un’arte collettiva e un modo di vivere che allena alla democrazia” è l’arte del timing: ti insegna il quando. Quando cominciare, quando attendere, quando farti avanti, quando prendere il tuo tempo. Ti insegna che devi ascoltare, che non ha senso che sia solo tu a parlare ma che quello che dici ha un senso solo se prima o poi toccherà a qualcun altro di dire la sua.
E sempre nell’oggi, un oggi in cui i talebani bruciano gli strumenti musicali, mi sa che quello è il timore autentico, quello dell’improvvisa necessità di stimolare l’ascolto, di dire la propria. Sì. I talebani hanno effettivamente bruciato strumenti musicali in Afghanistan, continuano a farlo, soprattutto nella provincia di Herat, come parte della loro politica di repressione della musica, considerata “immorale” e “corruttrice”. Dal loro ritorno al potere, dal 2021, hanno imposto un divieto quasi totale della musica in pubblico, in diverse province, hanno sequestrato e bruciato strumenti musicali in grandi falò pubblici.
Tra gli strumenti distrutti: chitarre, harmonium, tabla, rubab, ma anche amplificatori e casse. Le autorità talebane sostengono che la musica provochi “corruzione morale” e “lo smarrimento dei giovani”. Tra il 2024 e il 2025 sono stati distrutti circa 21.000 strumenti musicali in tutto il Paese, pure sono arrestati musicisti, tecnici del suono e persino persone accusate di ascoltare musica.
La musica è stata bandita dalle occasioni pubbliche, dai matrimoni, dalle radio, dalla TV, da ogni evento. Un genocidio culturale, come lo definisce Ahmad Sarmast, fondatore dell’Afghanistan National Institute of Music. Una visione non condivisa dalla maggior parte del mondo islamico, dove la musica ha, al contrario, una tradizione ricca ed antichissima.
https://youtu.be/MVv97jn1k08?si=dcKVOcaUHI5WTatr – PER ASCOLTARE: Khooneye Madar Bozorge (Persian Jazz)
La guerra ai violini è figlia di una visione del mondo arcaica, colpevole di aver fatto vibrare corde proibite, di aver messo in moto il timing, l’attesa della nota dell’altro con cui vibrare in sincrono. Quello che si vuole è un popolo muto, non certo uno che canticchia. Ma il fuoco non brucia le melodie, è questo l’errore. E mentre i falò bruciano, i suoni vivono, perché le fiamme consumano il legno, non le note. Quelle scappano, diventano virali, ridono, pensano, si esercitano proprio in quel timing che è la loro natura statutaria, l’atto definitivo di insubordinazione.
Ma in fondo è qui che si svela l’arcano dell’arretratezza: quanto sarebbe stato meglio e meno doloroso attendere il progresso, l’algoritmo dell’IA, che quel timing avrebbe abolito comunque, senza spargimento di cenere, solo per maledetta assuefazione all’abolizione dell’estro creativo?
https://youtu.be/1opASzXL-zo?si=rHaF4VgfcmNF_nXo – PER ASCOLTARE IL GRANDE AHMAD JAMAL