Per sempre sì. Una pro-vocazione
par clemente sparaco
giovedì 21 maggio 2026
Benpensanti un po’ prevenuti e un po' naif hanno fatto a gara ad esibire i loro pregiudizi e a sciogliere il sì per sempre della promessa nuziale cantata dal vincitore di Sanremo e quinto all'Eurovision nell’acido muriatico del sessismo, pensando ai femminicidi e al maschilismo e mostrando gli scalpi del divorzio e dell’aborto come trofei.
Ma il sì per sempre non è questo, perché semmai quella promessa reciproca implica il rispetto della dignità delle persone, a prescindere dalle diversità di sesso. Né c’entra che il brano veicoli l’idea di amore come dipendenza, come unione di due metà incapaci di sussistere l’una senza l’altra, nella misura in cui da un innamorato che dice “ti amo” non si può pretendere una spiegazione da chatgpt.
Volendo essere seri, si può dire del matrimonio, come fece Martin Buber, che esso si fonda sul “fatto che due esseri umani rivelino l’uno all’altro il tu”. Perché, scrive ancora il filosofo, chi ha contratto un matrimonio, nell’intenzione sacramentale, ha preso “sul serio il fatto che l’altro è: che non posso legittimamente prender parte all’esistenza senza prender parte all’essere dell’altro; che non posso rendermi responsabile senza coinvolgere in questa responsabilità anche l’altro, come colui che mi è affidato”.
Ed è proprio il per sempre ad aggiungere un connotato specifico all’Io ti amo, che è il contenuto comune di ogni unione umana. Non è la stessa cosa infatti dire “Tu mi piaci” o “Io ti accolgo nella gioia e nel dolore” come avviene nella celebrazione del matrimonio in Chiesa, perché nella seconda affermazione vi è un impegno di fedeltà, che va al di là del momento e anche del sentimento. É come dire: “Mi piaci solo tu da oggi in poi”. “Mi piaci”, anche se un giorno smetterai di essere quello che mi appari oggi, ossia nella buona e nella cattiva sorte. Detto questo, naturalmente tenendo conto delle miserie, delle fragilità e delle contraddizioni che sono propri di tutti gli istituti umani nel faticoso cammino di civiltà che li impegna.
É qualcosa in più di essere innamorato. L’innamoramento contiene ancora scorie di egoismo o di egocentrismo. Si può essere, infatti, innamorati della propria passione, della propria sensazione o emozione. Si può finire quasi inavvertitamente per godere dell’altro in rapporto a se stesso. Ma l’amore è altro e altrove. Ciò che intendiamo è che il Tu dell’amore può anche non convenire e opporre resistenza a quello che crediamo, vogliamo o pensiamo; e, pertanto, resta esclusivo, speciale, unico. Non è tanto, quindi, un voler essere felice con te, ma un volere che tu sia felice: un dialogo non sentimentale, non sfilacciato, che sa essere severo e tenero allo stesso tempo, semplice nella misura in cui è profondo. Niente di liquido o liquefacibile, ma un appiglio in un mare di incertezze, di frenesie, e soprattutto di solitudine.
Ma oggi che rifiutiamo legami illudendoci di essere padroni della nostra vita, tanto meno siamo disposti a giurare fedeltà eterna a qualcuno. Così le nostre relazioni si sono ammalate di provvisorietà. Non sanno osare e proiettarsi oltre: oltre il tempo e oltre sé stessi. Cosicché anche la libertà che sappiamo immaginare è un godimento individuale che non sappiamo condividere.
Allora in quella promessa non abbiamo due metà inconsistenti, ma due distinti in un’unità che non soffoca la diversità, “perché - è sempre Buber che scrive - voglio il suo essere così com’è”. Perché dentro c'è l’amore che realizza la forma di relazione più profonda, superante la distanza che divide dall’altro e, nello stesso tempo, dilatante il nostro io al di là del proprio mondo chiuso.
E ci fa cogliere il mistero del nostro essere uomini come parte di un mistero più grande.