Per il Presidente del Senato Ignazio La Russa

par Giuseppe Aragno
venerdì 22 agosto 2025

Nato a Pietroburgo il primo gennaio 1863 dal napoletano Carlo, fotografo di corte degli ultimi Zar, e dalla granduchessa Maria Paulowna, Giovanni Bergamasco, ingiustamente coinvolto nell’attentato ad Alessandro II, nel 1885 si rifugia a Napoli, dove frequenta gli anarchici. Ed entra nel comitato per la liberazione di Emilio Covelli dal manicomio.

Nel 1887 fonda la “Lega delle arti meccaniche”, una cooperativa di produzione che però chiude presto i battenti, e il “Il Lavoratore” un circolo di cui è organo “Il Demolitore”, un foglio che oppone il comunismo anarchico a quello legalitario e incita a ricorrere a ogni mezzo per colpire i tiranni.
Nel 1888 è tra i fondatori del circolo “Miseria”, del quale scrive il programma anticlericale e operaista e di lì a poco, il 7 febbraio 1889, firma come socio del cicolo “L’operaio Emancipato”, un telegramma di solidarietà per i disoccupati romani in lotta. In quello stesso anno, espulso del congresso delle Società Operaie Affratellate e assolto nel processo per i disordini avvenuti durante la visita di Guglielmo II a Napoli, dà vita al cicolo “18 Marzo”. Ai primi del 1890 è redattore del “Combattiamo” di Genova e il 6 maggio è arrestato e resta tre mesi in carcere per reati sulla stampa.

Tornato libero a Napoli, è eletto segretario del circolo “L’Emancipazione Sociale” e a gennaio del 1891 partecipa al Congresso di Capolago. Il 12 aprile è delegato al congresso di Milano per la difesa dei diritti e tre giorni dopo partecipa a una riunione che intende organizzare, in linea con le decisioni adottate a Capolago, “un primo maggio rivoluzionario”; pubblica perciò il “1° Maggio”, un foglio che gli costa tre mesi di prigione per istigazione all’odio tra le classi sociali. Rimesso in libertà dopo tre mesi, il 22 aprile 1892 è condannato a 14 mesi di carcere. È in libertà provvisoria quando ad agosto è a Genova per il congresso di fondazione del PSI e si schiera con gli anarchici. Dopo due nuovi arresti e dieci mesi di carcere, il 18 ottobre 1894, condannato a quattro anni di domicilio coatto, è spedito prima a Porto Ercole e poi a Favignana, da dove il 28 maggio 1896 fugge in Tunisia con una barca a vela, ma ‘ riconsegnato all’Italia dalla Francia.

Il 18 novembre, tornato a Napoli in libertà provvisoria, si avvicina ai socialisti, offrendo un cospicuo sostegno economico all’ “Avanti!” in difficoltà e ai lavoratori socialisti che tentano di dar vita a una nuova Camera del Lavoro. Dopo i moti del maggio 1898, è assegnato di nuovo a domiciliato coatto, ma riesce a evitare la partenza. Ai primi del 1899 si iscrive al PSI ed è incaricato di riorganizzare la Camera del Lavoro. Dopo tre mesi di carcere per istigazione alla disobbedienza, a dicembre partecipa al congresso nazionale del partito a Roma. Di lì a poco, il 26 ottobre 1900, pubblica un opuscolo intitolato Athos. La favola delle api, in cui, con chiara metafora, descrive la vittoria delle api sui prepotenti calabroni. L’opuscolo gli costa però tre masi di reclusione. Il 10 novembre 1901, candidato dal PSI, è eletto consigliere comunale, ma i liberali ottengono che sia dichiarato ineleggibile per le condanne subite.
Uscito dal PSI nel 1902, crea l’Unione Socialista e accusa con prove schiaccianti il ministro Rosano di avergli evitato nel 1898 il ritorno al domicilio coatto in cambio di 4000 lire e il ministro, travolto dallo scandalo, si uccide. Nemche scosso, Bergamasco, che non immaginava un epilogo così tragico, si laurea in scienze naturali, torna nel PSI e anima la protesta contro la visita dello Zar in Italia, ma nel 1906, dopo aver organizzato i profughi russi in una sezione dell’Unione del Lavoro, esce di nuovo dal partito e dalla redazione de “La Propaganda”. Una rottura che sembra comporsi rapidamente, tant’è che nel 1908 Bergamasco è delegato al congresso nazionale del PSI a Firenze. Di lì a poco, però, il 21 ottobre 1910, rompe di nuovo con i compagni. E’ un’altalena che si interrompe nel 1914, quando si unisce al Mussolini interventista, dal quale si divide però quasi subito e torna tra i libertari.
Ridotto in miseria dalle confische dei suoi beni operate dai bolscevichi e costretto dai fascisti alla disoccupazione, nel 1932, in assoluta solitudine, si dichiara ostile a entrambi i regimi, riempiendo le vie di manifesti scritti a mano che denunciano ”le due dittature ugualmente nemiche della libertà”, e si concludono con un’affermazione cui sarà fedele per il resto della sua vita; “mi spezzerò, ma non mi piegherò”. I manifesti gli costano un ricovero punitivo in manicomio, nel quale però i medici non se la sentono di seppellirlo.

Il 1° dicembre 1933, fermato nel porto, mentre invita i marinai della flotta militare sovietica a ribellarsi a Stalin, provoca la reazione dell’ambasciatore russo, che chiede ai fascisti di colpire il dissidente. Inizialmente il regime si limita all’arresto in occasione di visite o eventi di rilievo politico. La sua solitaria protesta prosegue però a Roma, dove va a vivere con la figli perché non è più in grado di pagare l’affitto e la repressione si fa froce. Il 14 marzo 1936, infatti, torna in manicomio per aver scritto su un muro le parole “viva la libertà”. Da quel momento finirà in manicomio altre cinque volte, ma sarà sempre dimesso dopo brevi degenze.

Vecchio e malato, il 22 ottobre 1937 chiede invano all’ex amico Mussolini di lasciarlo in pace in cambio della promessa di astenersi dal manifestare in pubblico le sue idee. Di nuovo arrestato, il 2 luglio 1938 tenta il suicidio ma è soccorso e salvato. Sembra domato, ma ìl 1° agosto 1940, arrestato mentre sputa su un manifesto con una foto del duce, è confinato a Tremiti per 5 anni, contro il parere dei medici che ritengono il provvedimento rischioso per un uomo della sua età. Trasferito a Lauro nell’Avellinese, il 15 marzo 1942 non regge agli stenti e nonostante un tardivo ricovero in ospedale, muore il 30 giugno 1943, a 80 anni compiuti, pochi giorni prima dell’arresto del suo carnefice. 


Leggi l'articolo completo e i commenti