Pensioni, la lingua batte dove il dente duole
par Gregorio Scribano
martedì 1 settembre 2026
Pensioni, la lingua batte dove il dente duole: l’emergenza è finita. Perché continuiamo a pagare la Fornero?
Pensioni, l’emergenza è finita, perché continuiamo a pagare lo scotto della Fornero? 67 anni oggi, 67 anni e un mese dal 2027, 67 anni e tre mesi dal 2028…. il traguardo della pensione continua ad allontanarsi inseguendo una speranza di vita dettata dalle statistiche che quasi mai trovano riscontro nella realtà.
Ma una riforma nata nel pieno della crisi economico-finanziaria del 2011 può trasformarsi in una condanna permanente per milioni di lavoratori?
La domanda è questa, ma la risposta sembra non interessare più a nessuno. La riforma Fornero nacque nel dicembre 2011, nel pieno della drammatica crisi del debito sovrano. L’Italia rischiava di perdere la fiducia dei mercati e il governo Monti intervenne con una riforma previdenziale durissima: età pensionabile più alta, sistema contributivo esteso a tutti e superamento delle pensioni di anzianità.
Era un’emergenza. Ma l’emergenza non può diventare una condizione permanente. Oggi l’età ordinaria per la pensione di vecchiaia è di 67 anni. Dal 2027 aumenterà a 67 anni e un mese e dal 2028 a 67 anni e tre mesi. Per alcune categorie interamente contributive il traguardo può arrivare addirittura oltre i 71 anni.
E allora la domanda diventa inevitabile: dove vogliamo arrivare? A 70 anni? A 72?
La strada tracciata sembra essere proprio quella, tant’è che nel settore pubblico si è arrivati a consentire, su base volontaria, la permanenza in servizio fino a 70 anni e in quello sanitario, per i medici ospedalieri, addirittura fino a 72 anni!
C’è un altro aspetto che non possiamo ignorare. L’età pensionabile è stata innalzata modificando radicalmente la vita di milioni di italiani senza una consultazione popolare.
Certo, giuridicamente non era obbligatorio indire un referendum: le leggi vengono approvate dal Parlamento. Ma quando una decisione cambia così drammaticamente il destino di milioni di cittadini, è legittimo chiedersi se sia sufficiente una decisione calata dall’alto e per giunta da un governo tecnico che non è proprio l’espressione diretta della democrazia rappresentativa.
L’articolo 1 della Costituzione recita che «la sovranità appartiene al popolo». E allora perché non chiedere agli italiani cosa pensano di un sistema che li costringe a lavorare sempre più a lungo per ottenere una pensione molto più bassa dell’ultimo stipendio?
Non si tratta di destra, di sinistra o di centro. Si tratta di riconoscere che una riforma che cambia radicalmente la vita di milioni di persone dovrebbe essere accompagnata da un grande confronto democratico nazionale.
Soprattutto perchè non solo si va in pensione più tardi, ma per giunta con meno soldi! Il sistema contributivo rende sempre più importante la continuità della carriera e l’ammontare dei contributi versati. Ma chi ha avuto stipendi bassi, lavori precari o carriere discontinue rischia di trovarsi davanti a una doppia penalizzazione: lavorare più a lungo e ricevere una pensione più bassa.
È questo il futuro che vogliamo? Un futuro nel quale la pensione diventa un traguardo sempre più lontano e, per molti, irragiungibile ed economicamente insufficiente?
La sostenibilità dei conti pubblici è importante. Nessuno può negarlo. Ma la sostenibilità non può essere l’unico parametro con cui misurare la giustizia sociale. Dietro i numeri ci sono persone. Ci sono lavoratori che hanno iniziato a lavorare a vent’anni. Ci sono operai, impiegati, infermieri, insegnanti, autisti, artigiani, commercianti, professionisti. Ci sono uomini e donne che hanno versato contributi per quarant’anni e che oggi scoprono che il traguardo si è nuovamente spostato in avanti. E c’è una generazione di giovani che rischia di lavorare fino a settant’anni senza sapere quale pensione riceverà.
Riportare l’età pensionabile a 65 anni senza penalizzazioni non è una richiesta assurda, ma deve essere una scelta condivisa, accompagnata da numeri, coperture finanziarie e una seria riforma del sistema previdenziale che finalmente separi l’assistenza dalla previdenza.
Insomma, l’età pensionabile deve tornare al centro dell’agenda politica. Perché una riforma nata per salvare l’Italia da una crisi finanziaria non può trasformarsi nella condanna permanente di chi quell’Italia l’ha mandata avanti lavorando per una vita. La politica ha il dovere di garantire i conti. Ma ha anche il dovere di assicurare dignità, equità e certezza del futuro.
La pensione non è un regalo dello Stato. È il risultato di una vita di lavoro e di contributi. L’emergenza del 2011 è passata. Adesso è tempo di tornare alla normalità. 65 anni per andare in pensione. Un assegno previdenziale dignitoso. E finalmente una politica che ascolti i cittadini.
L’Italia è il Paese UE con l’età pensionabile più alta.
L’Italia è il Paese UE con gli stipendi & le pensioni più bassi.
Lavoriamo di più, guadagniamo di meno…