Pelicot e Cecchettin, un messaggio di speranza per tutte le vittime di violenze
par Eleonora Poli
mercoledì 16 settembre 2026
Il Festival della Letteratura di Mantova ha fatto incontrare per la prima volta, davanti a un numerosissimo pubblico, il papà di Giulia - uccisa a 22 anni dal suo ex fidanzato - e la signora francese abusata per anni dal marito e dai suoi sconosciuti complici mentre si trovava in stato di incoscienza. Dalle loro storie, un invito alle donne a non nascondersi più e un appello per le nuove generazioni a coltivare prima di tutto il rispetto dell'altro.
Erano presenti in centinaia la scorsa domenica - in piazza Castello a Mantova, nell’ultima giornata del Festival della Letteratura – proprio per vedere e ascoltare dal vivo lei, Gisèle Pelicot, la donna sopravvissuta alle violenze, protrattesi a sua insaputa per un decennio, del marito con cui era sposata da mezzo secolo. E a quelle di oltre cinquanta uomini sconosciuti di età diverse, molti anche padri di famiglia: tutti erano stati reclutati dal marito stesso su Internet. Per soldi. Per assecondare il bisogno di dominare, di affermare il proprio potere, contrastare un disagio psichico mai emerso nella sua gravità. Per poter filmare e riguardare quello stesso orrore, più e più volte, chissà, magari senza alcun rimorso.
Quando venne alla luce, nel 2020, la storia sconvolse la Francia e il mondo: Gisèle, una donna, lavoratrice, madre di tre figli, già nonna all’epoca dei fatti, è stata vittima di abusi invisibili, nella sua stessa casa, nella sua camera da letto. Prima è arrivata la scoperta dell'incredibile, soltanto in seguito a una circostanza fortuita; quindi gli arresti degli imputati, gli interrogatori, il processo, Ci sono state le condanne, per l’ex marito Dominique e per tutti gli altri, arroccati questi ultimi fino all’estremo in inverosimili tentativi di difesa, pur di fronte alle prove schiaccianti dei video.
In tutto questo Gisèle finisce per ricongiungersi con se stessa e con la sua vita, dopo avere attraversato l'inferno, e si ritrova più forte, una donna diversa, che non rinnega tuttavia il passato, gli anni del matrimonio, i ricordi, tutto quello che a un certo punto pensava di avere costruito in coppia con il compagno che era stato anche il suo primo amore. Ha scelto senza esitazione di denunciare, di non nascondersi, ha voluto che le porte fossero aperte, al processo che la vedeva parte lesa, ha guardato in faccia “Monsieur Pelicot”, gli altri stupratori, il pubblico in aula.
Già il pubblico, tra cui c’è sempre chi giudica (male) e si schiera pur non essendo chiamato direttamente in causa, anzi probabilmente proprio per questo si prende la libertà di farlo. E non è rara come si potrebbe immaginare l’inversione dei ruoli, la vittima che viene colpevolizzata, non creduta, addirittura condannata, stigmatizzata proprio di fronte all’enormità e all’incomprensibilità di quanto le è accaduto. Ci sarà sempre qualcuno pronto a rimproverare alla persona offesa (o ai parenti della vittima, nel caso lei non sia più lì a difendersi) di vivere il dolore e il lutto in modo troppo distaccato e composto, o al contrario troppo spettacolarizzato; chi, nonostante tutto, sarà piuttosto portato a non credee che sia andata veramente così e tenderà a fare provare ai diretti interessati rimorso, senso di colpa o vergogna.
È proprio questo il tema dell’incontro al Festival della Letteratura di Mantova: “La vergogna deve cambiare lato”. In una delle sue rarissime partecipazioni a eventi in Italia, Gisèle Pelicot lancia un messaggio forte che parla di dignità della donna e della persona al di là del genere, di autostima da ricostruire. Uno sguardo rivolto verso il futuro, a dispetto della sofferenza e del vuoto lasciato, per reagire ai colpi subiti, per rimettere insieme i frammenti di un’esistenza spezzata. “La vergogna? – dice madame Pelicot con voce calma e pacata, quasi impalpabile, scandendo le parole – Non mi appartiene più. Vorrei aiutare altre donne ad avere fiducia in se stesse.”
È stato così, in effetti, poco a poco Gisèle è diventata un simbolo, un punto di riferimento per tante donne che non hanno avuto finora la sua stessa forza e che vedono in lei un esempio. Un esempio anche per gli uomini che grazie a lei si sono rimessi in discussione. In Francia e all'estero hanno seguito il processo, le scrivono, la aspettano nelle sue apparizioni pubbliche, la applaudono. Anche questo le dà coraggio, dice, molto più di quanto la possano ferire gli haters sempre e comunque pronti a infierire, a negare le evidenze.
Forse l’età matura l’ha aiutata a sopravvivere, venti o trenr’anni fa non avrebbe reagito allo stesso modo. La sua nuova esistenza è cominciata con un libro autobiografico, “Un inno alla vita”, edito in Italia da Rizzoli (Et la joie de vivre è il titolo originale francese)”, dove – con l’aiuto della giornalista e scrittrice Judith Perrignon - trasforma i pensieri, i ricordi e i dolori in una narrazione fluida e aderente alla realtà. Non risparmia nessun dettaglio: la scoperta drammatica dei fatti dopo dieci anni pervasi da un malessere e un disagio non identificati, fatto di dolori fisici e vuoti di memoria; il primo interrogatorio, le fotografie che la ritraggono nell'intimità, e poi lo smarrimento, i video dell’orrore, la famiglia che va in pezzi, la sofferenza sua e dei figli. Poi un nuovo inizio, perché il dolore non l’ha spezzata, perché il dolore deve essere affrontato, non fuggito.
È questo lo stesso pensiero di Gino Cecchettin che insieme a Gisèle Pelicot ha partecipato all’incontro al Festival di Mantova, in un confronto molto toccante. Ormai in molti hanno avuto modo di conoscerlo in questi anni: è il padre di Giulia, uccisa nel 2023 dal suo ex fidanzato. Anche Cecchettin ha scritto un libro - “Cara Giulia” (sempre pubblicato da Rizzoli) - solo pochi mesi dopo la morte della figlia, proprio perché scrivere è una testimonianza per gli altri e una cura per se stessi, un modo per elaborare il lutto, rimettere insieme ciò che si è rotto nel proprio mondo interiore, per sostenere un tormento che comunque non sarà mai superato. Ora il suo impegno di padre - oltre a concentrarsi sugli altri due figli - è nel fare crescere la Fondazione dedicata a Giulia. È così che lei continua a vivere e a essere presente. L’obiettivo è quello di spendersi per parlare alla comunità, per aiutare altre donne a prevenire e a portare alla luce realtà quotidiane di maltrattamenti domestici o di minacce che le imprigionano, e che alla fine rischiano di ucciderle.
Ma che cosa accomuna nel profondo le storie della settantenne Pelicot (aveva sessant’anni all’epoca in cui cominciò a subire abusi mentre era drogata e addormentata) e la giovane Giulia Cecchettin? La parola chiave per comprendere tutto ciò che le due sono stare costrette a subire - loro come da tante altre, più di quante si immagini - è “possesso”. “Il signor Pelicot aveva una terribile paura di perdermi – sottolinea Gisèle – Così ha voluto a tutti i costi sottomettere una donna non sottomessa”. Le droghe - la “soumission chimique” - hanno lo scopo di ridurre la persona a oggetto, a una cosa. La stessa ansia di possesso aveva mosso l’assassino di Giulia che non si rassegnava a essere stato lasciato.
La domanda è quale antidoto si possa contrapporre a questa forma di aggressione violenta e incontrollabile, determinata dal bisogno di affermare se stessi, con possibili conseguenze estreme, senza per questo colpevolizzare l’intero genere maschile e mantenendo sempre vivi ottimismo e fiducia negli altri. La risposta viene da un’altra parola che racchiude un concetto infinito: rispetto. Un’educazione al rispetto dell'altro che deve iniziare già nei primi anni di vita, in famiglia, nelle relazioni di amicizia e sentimentali. Occorre lavorare a fondo per trasmettere alle giovani generazioni la convinzione imprscindibile che nessuno possa decidere della vita di chi gli sta intorno, dettare condizioni, influenzare con la forza le sue scelte. Meno che mai con la scusa dell’amore, barricandosi dietro l'ossimoro di fare del male proprio per il troppo amore.
Eleonora Poli