Pedro Cano: tra memoria e umanità
par Gianleonardo Latini
lunedì 6 luglio 2026
Fino al 13 settembre 2026 il Casino dei Principi di Villa Torlonia ospita “Pedro Cano. Siete e Roma”, una grande mostra dedicata all’artista spagnolo che da oltre mezzo secolo intreccia il proprio percorso creativo con la città di Roma. Curata da Giorgio Pellegrini con il coordinamento di Raquel Vázquez-Dodero Fontes, l’esposizione riunisce oltre cento opere e costruisce un intenso dialogo tra due anime complementari della ricerca di Cano: da una parte il grande ciclo pittorico Siete, dedicato alla condizione umana; dall’altra gli acquerelli romani, intimi e contemplativi, che raccontano il legame personale dell’artista con la Città Eterna.
La mostra si inserisce nel progetto dedicato agli artisti internazionali che nel Novecento hanno trovato a Roma una patria culturale e spirituale. Pedro Cano appartiene pienamente a questa storia: spagnolo di origine, romano per scelta e sensibilità.
Il cuore drammatico dell’esposizione occupa il primo piano del Casino dei Principi, dove è presentato integralmente Siete, monumentale ciclo realizzato tra il 2018 e il 2019.
Sette trittici – Gioco, Lavoro, Biciclette, Interno, Salto, Attesa e Carico – compongono una sequenza di ventuno grandi tele a olio in bianco e nero, accompagnate da schizzi e disegni preparatori. Le figure dipinte da Cano sembrano sospese in uno spazio essenziale, prive di contesto narrativo preciso ma attraversate da tensioni universali: il lavoro, la migrazione, la fatica, la precarietà, la solidarietà umana.
Il bianco e nero elimina il superfluo e concentra tutto sui corpi, sui gesti, sulle relazioni silenziose tra le figure. Cano costruisce così immagini di forte impatto emotivo, in cui uomini e donne appaiono fragili e dignitosi al tempo stesso.
L’allestimento accompagna il visitatore in una sorta di attraversamento esistenziale. Ogni trittico aggiunge una sfumatura al racconto collettivo della vulnerabilità umana, trasformando la pittura in uno spazio di meditazione.
In questa serie emerge con forza la grande tecnica dell’artista: composizioni calibrate, equilibrio dei volumi, controllo rigoroso della luce e della materia pittorica. Pedro Cano dimostra ancora una volta di essere un maestro dell’acquerello e del disegno, capace di insegnare attraverso la disciplina dello sguardo e la precisione del gesto.
Eppure proprio questa perfezione tecnica può generare una distanza emotiva. Alcune opere sembrano trattenere il sentimento invece di lasciarlo esplodere. Non manca la partecipazione umana, ma spesso resta filtrata da una costruzione molto controllata dell’immagine. Si avverte talvolta il desiderio di una pittura più viscerale, meno composta, capace di abbandonarsi a una tensione emotiva più radicale.
Non il sentimentalismo nostalgico del ricordo, ma un sentimento più corporeo e immediato, che possa incrinare la superficie elegante dell’opera.
Se Siete rappresenta la dimensione universale e collettiva della pittura di Cano, il piano terra della mostra conduce invece nella sua dimensione più privata e autobiografica.
Qui sono raccolti quarantotto lavori dedicati a Roma, soprattutto acquerelli su carta, alcuni dei quali inediti, insieme a sette taccuini di viaggio che permettono di entrare nel laboratorio creativo dell’artista.
Pantheon, Colosseo, scorci urbani, finestre affacciate sulle Terme di Diocleziano: Roma emerge come luogo della memoria e dello sguardo quotidiano. Cano non dipinge soltanto monumenti, ma atmosfere. La luce diventa materia narrativa, mentre le architetture sembrano dissolversi in trasparenze leggere e silenziose.
I taccuini rappresentano forse il nucleo più poetico della mostra. Non semplici strumenti preparatori, ma veri diari visivi dove appunti, macchie d’acquerello e annotazioni restituiscono il tempo lento dell’osservazione. Fin dagli anni Settanta Cano ha utilizzato questi quaderni durante i suoi viaggi tra Europa, Medio Oriente e America, fissando impressioni immediate e intuizioni che spesso sono diventate il punto di partenza di opere future.
Per la serialità di alcuni soggetti e per la continua variazione sul tema, qualcuno potrebbe definire Pedro Cano una sorta di “Andy Warhol dell’acquerello”. Ma rispetto alla ripetizione fredda e iconica della Pop Art, Cano mantiene sempre una dimensione contemplativa e meditativa.
La mostra evidenzia anche un aspetto interessante della ricezione della sua pittura: l’esperienza visiva cambia profondamente a seconda della sensibilità dello spettatore.
Chi predilige le sfumature, le velature e le trasparenze troverà negli acquerelli romani un universo di straordinaria delicatezza. Chi invece ricerca tensioni più forti e contrasti netti potrebbe sentirsi maggiormente coinvolto dalle grandi tavole di Siete, dove il bianco e nero costruisce una drammaticità più immediata.
È proprio in questo equilibrio tra controllo tecnico e ricerca emotiva che si gioca la forza dell’opera di Pedro Cano: una pittura che non urla mai, ma che lentamente sedimenta nello sguardo.
La divisione della mostra sui due livelli del Casino dei Principi non è soltanto curatoriale, ma profondamente narrativa. Al piano superiore l’umanità universale e dolente di Siete; al piano inferiore la memoria personale di Roma. Due dimensioni apparentemente lontane che finiscono invece per completarsi.
Da una parte il corpo collettivo dell’umanità contemporanea, dall’altra il rifugio intimo dello sguardo quotidiano. In mezzo, il percorso di un artista che da cinquant’anni osserva il mondo con disciplina, sensibilità e una straordinaria coerenza poetica.
“Pedro Cano. Siete e Roma” non è soltanto una retrospettiva, ma un invito a rallentare lo sguardo e ad attraversare la pittura come esperienza di ascolto.