Panama in rivolta
par David Lifodi
lunedì 8 settembre 2025
Da oltre due mesi, nel paese centroamericano i movimenti sociali, gli studenti, i sindacati e la società civile sfidano la repressione del governo guidato dal presidente Raúl Mulino, promotore di una riforma che distrugge il sistema di previdenza sociale e pensionistico, svende il Canale di Panama agli Usa e sospende le garanzie costituzionali.
Foto: TeleSUR, Resumen Latinoamericano
“Peggio che durante la dittatura militare”: così, alcuni dirigenti sindacali del settore scolastico, in un’intervista rilasciata al Giorgio Trucchi, una tra le personalità più esperte della geopolitica centroamericana, hanno commentato la crescente criminalizzazione dei movimenti sociali e della società civile panamense, da più di due mesi in lotta per chiedere l’abrogazione della legge 462 contro la riforma del sistema di previdenza sociale e pensionistico e la riapertura della miniera Cobre Panamá imposta dal governo del presidente Raúl Mulino che, nei giorni scorsi, ha sospeso anche le libertà costituzionali a partire dal diritto di riunione ed espressione.
Il paragone con Cara de piña (Faccia d’ananas) Noriega, che dal 1983 al 1989 aveva instaurato la dittatura militare a Panama, per l’attuale presidente Mulino non è dei più lusinghieri. Da Noriega, sostenitore delle forze controrivoluzionarie in El Salvador e Nicaragua, Mulino ha senza dubbio imparato le tecniche repressive che il dittatore aveva appreso alla tristemente famosa scuola di Fort Benning in Georgia.
Nonostante lo stato d’assedio, la crescita delle proteste nella cosiddetta zona bananera, dove l’impresa Chiquita Panamá ha licenziato più di cinquemila lavoratori e si è allineata subito ai diktat repressivi del governo, che in pochi mesi ha già arrestato oltre 140 persone, ha trasformato attualmente Panama “nell’epicentro della lotta in America latina”, secondo la definizione di José Cambra, direttore della Scuola di Sociologia all’Università di Panama.
Il presidente Mulino, giunto al potere nel 2024 grazie al sostegno della borghesia panamense e del grande capitale, era riuscito a guadagnarsi l’appoggio popolare intercettando sia l’elettorato ultraconservatore deluso dal neoliberista Martinelli, alla guida del paese tra il 2009 e il 2014 prima di essere travolto da una serie di scandali legati alla corruzione, sia quello non del tutto convinto dei suoi predecessori Juan Carlos Varela (a sua volta caduto nella rete della corruzione per via delle tangenti legate al caso della multinazionale Odebrecht) e Laurentino Cortizo. Proprio per evidenziare una rottura netta rispetto al passato Mulino aveva presentato, nella sua squadra, molti deputati autodefinitisi indipendenti.
Ben presto, però, all’interno di un esecutivo abbastanza composito, la parte più reazionaria ha conquistato facilmente campo permettendo a Mulino di compiere un clamoroso voltafaccia secondo un copione già visto numerose volte in America latina, a partire dall’Ecuador, dove Lenin Moreno aveva intrapreso una strada più o meno simile tradendo il correismo e divenendo ben presto il cavallo di Troia della destra ultraliberista. L’attacco alle pensioni tramite la Legge 462, che segna una decurtazione dal 60% al 30% del salario al momento in cui un lavoratore termina il suo percorso nel mondo del lavoro ha scatenato la miccia. La riapertura della miniera Cobre Panamá, unita alla volontà di compiacere Trump concedendo ampi poteri di gestione sul Canale di Panama e l’autorizzazione a ripristinare in territorio panamense tre basi militari a stelle e strisce hanno contribuito a far deflagrare definitivamente la protesta.
Non solo. Mulino è stato anche tra coloro che, subito dopo le presidenziali venezuelane del 28 luglio 2024, si è affrettato a schierarsi a fianco dei golpisti Edmundo González Urrutia e María Corina Machado.
In un paese di poco più di 4 milioni di abitanti i primi a scendere in lotta, il 23 aprile scorso, sono stati i docenti. Successivamente, a far sentire la propria voce, sono stati lavoratori delle bananeras, i sindacati, a partire dal Suntracs (Sindicato Único Nacional de Trabajadores de la Construcción y Similares) e gli studenti, tutti riuniti sotto le insegne del collettivo Alianza Pueblo Unido por la Vida che, fin dall’inizio, ha definito quella di Mulino come un’”offensiva neoconservatrice e neocolonialista”.
Non è un caso che, come ha ricordato Geraldina Colotti nel suo articolo Panamá. Huelgas y represión en el silencio de las instituciones internacionales, nel XX secolo Panama fosse nota per essere considerata “la repubblica delle banane”, come dimostra, tuttora, l’ingombrante presenza della multinazionale Chiquita, da cui dipende un’intera provincia del paese, quella di Bocas del Toro, dove maggiore è stata la sollevazione antigovernativa, al pari della violenta repressione scatenata dal governo nell’ambito della cosiddetta “operazione Omega”.
Al momento Mulino non sembra intenzionato a tornare sui suoi passi, sebbene il segretario generale dell’Asociación de Profesores de Panamá (Asoprof), Fernando Ábrego, abbia dichiarato che la mobilitazione si protrarrà a tempo indefinito fin quando il presidente non ritirerà la legge 462 ma, in questo contesto, la riapertura delle basi militari Usa potrebbe essere utilizzata anche per reprimere, ancor più selvaggiamente, i movimenti sociali in lotta per difendere quella sovranità nazionale svenduta agli interessi degli Stati Uniti e dello stesso capitalismo panamense.