Pace ingannevole. Gaza finisce nel "menu"
par Annalisa Martinelli
martedì 27 gennaio 2026
A Gaza la parola “Pace” si svuota completamente di senso. Di fatto, dal cessate il fuoco iniziato nell’ottobre 2025, si sono registrate continue violazioni. La popolazione palestinese ha subito, e continua a subire, ripetuti attacchi ingiustificati.
Secondo i dati diffusi dal Government Media Office di Gaza e da Agenzie internazionali come Emergency, aggiornati a gennaio 2026, Israele ha compiuto all’incirca 1300 violazioni dell’accordo. Gli attacchi si possono suddividere in diverse tipologie, tra bombardamenti, almeno 604 casi di fuoco d’artiglieria o attacchi aerei; sparatorie contro i civili, fuoco diretto in circa 430 episodi documentati; incursioni terrestri, almeno 66 raid in aree residenziali, collocate oltre la “linea gialla” di demarcazione, il confine stabilito in seguito all’accordo di cessate il fuoco; demolizioni e distruzioni di proprietà e infrastrutture, circa 200 casi.
La “Kill zone” è un’area di fuoco o di morte in cui le truppe israeliane hanno l’ordine di sparare a vista su chiunque si avvicini o tenti di attraversare la linea. Molti civili palestinesi, inclusi bambini, che cercavano legna da ardere per potersi scaldare o cucinare, sono stati uccisi trovandosi nelle vicinanze della linea o nell’attraversarla distrattamente.
Di quale Pace si sta parlando?
Gaza non ha alcuna voce in capitolo. Altri, i potenti, si sono radunati al tavolo per deciderne le sorti, sbandierando piani patinati per la ricostruzione. La Striscia di Gaza è diventata il piatto prelibato del menu. Dietro una parola resa ormai vuota, Pace, si cela un piano sistematico di distruzione e occupazione.
Ci ha pensato Trump al futuro di Gaza, che orgogliosamente ha lanciato il Board of Peace (Consiglio della Pace) al World Economic Forum di Davos. Sulle macerie ancora fumanti, con l’appoggio del governo israeliano guidato da Netanyahu, già immaginano una futuristica ricostruzione. E il popolo palestinese? I bambini che continuano a morire di freddo e di fame, con la devastazione nel cuore? Qualcuno li ha menzionati? Chi tra questi distinti e ricchi signori sorridenti si sta preoccupando di loro? Nessuno. Gioiscono per il grande potenziale turistico di Gaza. Vogliono trasformare un Genocidio in una grande opportunità, per loro.
Il progetto “New Gaza” prevede un investimento di circa 25 milioni di dollari per trasformare radicalmente la Striscia in un polo turistico, industriale e commerciale di lusso, con molti grattacieli lungo la costa, entro il 2035.
Tutto ciò mentre il primo ministro Benjamin Netanyahu risulta ufficialmente ricercato a livello internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Il 21 novembre 2024, la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato d’arresto contro Netanyahu e l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant. Le accuse riguardano la conduzione della guerra a Gaza tra l’ottobre 2023 e maggio 2024: utilizzo della fame come metodo di guerra. Attacchi intenzionali contro la popolazione civile. Crimini contro l’umanità, tra cui omicidio, persecuzione e atti disumani.
Nonostante oltre 120 Paesi membri della CPI (Corte Penale Internazionale) siano obbligati ad arrestarlo, nel caso in cui entrasse nei loro territori, l’esecuzione del mandato risulta condizionata dalla volontà politica di ogni singolo Stato. Gli Stati Uniti, sotto la guida di Trump, respingono la giurisdizione della CPI, e adottano una linea di scontro e opposizione. L’Ungheria di Viktor Orbán, ha dichiarato che non applicherà il mandato, invitando sfacciatamente Netanyahu nel proprio territorio. Anche l’Italia, guidata da Meloni, sostiene che l’arresto di un capo di governo in carica solleverebbe complicazioni legate all’immunità diplomatica (però che venga sequestrato il capo di governo del Venezuela va bene?).
Tra i Paesi firmatari dello Statuto di Roma della CPI, Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Slovenia, Irlanda, Regno Unito e Norvegia hanno espresso disponibilità ad attuare tale obbligo.
Paesi aderenti e firmatari del Board of Peace: Egitto, Bielorussia, Vietnam, Argentina, Azerbaigian, Armenia, Bahrein, Ungheria, Indonesia, Kosovo, Giordania, Marocco, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Kazakistan e Uzbekistan. Il primo ministro di Israele Netanyahu ha accettato ufficialmente di aderire al consiglio, anche se non si è presentato per la firma. Lo ha annunciato il suo Ufficio il 21 gennaio scorso.
Paesi che hanno già annunciato di non voler aderire al Boad of Peace: Francia, Slovenia, Norvegia, Svezia, Regno Unito, Danimarca e Spagna.
Tra gli invitati che non hanno ancora confermato l’adesione: Cambogia, Cina, Croazia, Italia, Germania, India, l’esecutivo della UE, Russia, Singapore, Ucraina, Paraguay e Thailandia.
Trump, Presidente del Consiglio per la Pace a Gaza, ha invitato 60 Paesi, con un nucleo di 22-25 Paesi fondatori, evitando di coinvolgere direttamente: L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) (assenza che costituisce motivo di rifiuto per alcuni, tra cui la Spagna) e nazioni sotto sanzioni o ritenute ostili come Iran, Siria, Corea del Nord.
Anche Elon Musk ha partecipato al World Economic Forum di Davos, ma non come membro del Board of Peace. Durante il suo intervento, ha lanciato una provocazione, ironizzando sulla somiglianza di suono tra le parole “Peace” (pace) e “Piece” (pezzo).
Il Canada rappresenta l’unico caso di ritiro dell’invito. Il discorso del primo ministro canadese Mark Carney non è affatto piaciuto a Donald Trump che, su tutte le furia, ha reagito ritirando ufficialmente il suo invito.
Mark Carney ha sottolineato la necessità per le medie potenze di unirsi per evitare di diventare semplici strumenti delle decisioni prese unilateralmente dalle grandi potenze, perché “se non siedi al tavolo, sei nel menu“.
Chi siede al tavolo partecipa attivamente alla definizione delle regole globali su sicurezza, commercio e tecnologia. Chi ne resta fuori, tali regole le subisce e diventa un “boccone da spartire”.