P.A. E’ ora di mandare a casa i 65enni (con dignita’) e di fare spazio ai giovani
par Gregorio Scribano
lunedì 11 agosto 2025
Il recente decreto della Presidenza del Consiglio che autorizza l’assunzione di 9.300 nuove unità di personale in 33 amministrazioni pubbliche è una notizia che fa ben sperare.
Dopo anni di blocchi del turnover e carenze strutturali, soprattutto in settori strategici come Giustizia, Difesa, Agenzie fiscali e Previdenza, si comincia finalmente a ricostruire l’ossatura della macchina pubblica. Ma mentre applaudiamo a questa timida inversione di tendenza, non possiamo esimerci dal porre una domanda fondamentale: perché continuiamo a tenere in servizio migliaia di ultra-sessantenni, spesso demotivati o stanchi, invece di aprire la porta, con decisione e visione, alle nuove generazioni?
Il paradosso italiano: giovani fuori, anziani dentro
L’Italia è tra i Paesi con il più alto tasso di disoccupazione giovanile in Europa, e contemporaneamente tra quelli con l’età media più alta dei dipendenti pubblici. L’età media nella PA sfiora i 52 anni. Un paradosso tutto italiano, che alimenta due crisi parallele: da un lato l’invecchiamento e l’inefficienza dell’apparato pubblico, dall’altro la fuga all’estero di decine di migliaia di giovani preparati, scoraggiati da un sistema che non offre loro né opportunità né fiducia.
Mandare a casa i 65enni: non una punizione, ma un diritto
L’idea che a 65 anni si possa e si debba restare al proprio posto, magari per “spirito di servizio” o per “mancanza di ricambi”, è ormai insostenibile. Non solo dal punto di vista economico – perché mantenere stipendi pieni per profili a bassa produttività costa più che assumere nuovi talenti – ma anche dal punto di vista sociale.
Serve un’uscita ordinata, incentivata, senza penalizzazioni pensionistiche, che consenta ai lavoratori più anziani di lasciare il posto con dignità e con un trattamento economico che assicuri la continuità del tenore di vita. Non si tratta di prepensionamenti forzati o tagli indiscriminati, ma di costruire un vero patto generazionale: un meccanismo che favorisca il ricambio, tutelando chi esce e valorizzando chi entra.
I giovani non cercano solo un posto fisso: cercano senso, prospettive e stabilità
Le 9.300 assunzioni previste dal decreto sono un buon inizio, ma non bastano. Il rischio è che queste nuove leve si trovino isolate in un ambiente obsoleto, senza formazione, senza carriera, senza strumenti digitali, e soprattutto senza una vera missione. Per trattenere i giovani nella Pubblica Amministrazione, non basta offrire un contratto a tempo indeterminato: occorre trasformare la cultura del lavoro pubblico, renderlo attrattivo, innovativo, orientato al merito, alla competenza e ai risultati.
Il momento è adesso
Con una spesa di 300 milioni, si sta compiendo un passo importante. Ma ora serve coraggio politico. Non si può continuare a rinviare una riforma strutturale delle carriere pubbliche, che liberi spazio in alto, per far salire chi è pronto, e che al tempo stesso costruisca un sistema di pensionamento equo, flessibile, sostenibile.
In un Paese che ogni anno vede emigrare migliaia di giovani laureati e specializzati, continuare a “trattenere” chi ha già dato, per abitudine o per mancanza di alternative, è non solo miope, ma ingiusto.
Non è una guerra tra generazioni. È una chiamata alla responsabilità. Perché senza giovani nella PA, senza energie nuove, senza innovazione, non ci sarà futuro per lo Stato, né per chi lo serve.