Ottone in villa al Teatro Maliban

par Giovanni Greto
lunedì 13 aprile 2026

Un nuovo allestimento della Fondazione Teatro La Fenice, per il primo dramma per musica della cospicua produzione operistica di Antonio Vivaldi (1678 – 1741)

Ottone in villa (1713) fu la prima produzione operistica andata in scena con la presenza del pubblico alla Fenice di Venezia durante il periodo del Covid nel mese di luglio del 2020.

A distanza di quasi sei anni proporre questo giovane e stimolante capolavoro nella tradizione ormai consolidata di opere vivaldiane al Teatro di San Giovanni Grisostomo – ora dedicato a Maria Malibràn che ne permise il restauro – mi ha riempito di gioia.

A parlare in questo modo è il maestro concertatore e direttore Diego Fasolis (Lugano, 19 marzo 1958), specialista internazionalmente riconosciuto del repertorio barocco e vivaldiano.

Siamo dunque tutti contenti che La Fenice continui a riscoprire il Vivaldi operistico : dopo Dorilla in tempe (2019) ; Farnace (2021) ; Griselda (2022) ; Orlando Furioso (2018 e 2023) ; Tamerlano (2024) – l’unica opera non diretta da Fasolis – la Fondazione ha proposto un nuovo allestimento, ancora una volta con la regia e la coreografia di Giovanni Di Cicco, le scene di Massimo Checchetto, i costumi di Carlos Tieppo, il disegno di luci di Andrea Benetello e il coordinamento coreografico a cura di venti mimi dell’Associazione DEOS (Danse Ensemble Opera Studio) di Genova.

La Trama

L’azione si svolge nella villa di campagna dell’Imperatore romano Ottone (il contralto Margherita Maria Sala) - Marco Salvio Otone (32-69 d.C.) fu un imperatore romano, in carica per soli tre mesi dal 15 gennaio al 16 aprile 69 d.C. durante il caotico "anno dei quattro imperatori". Ex amico di Nerone e marito di Poppea, prese il potere con una congiura contro Galba, ma si suicidò dopo la sconfitta contro Vitellio per evitare una guerra civile prolungata - follemente innamorato di Cleonilla (la soprano Carlotta Colombo), che non gli è affatto fedele, sembrando attratta dal fascino di qualunque giovanetto. E così il povero Caio Silio (la mezzo soprano Lucia Cirillo) si vede abbandonato in favore di un nuovo paggio, Ostilio, che in realtà è Tullia, in abiti maschili (la soprano Michela Antenucci), un tempo fidanzata di Caio, che cercherà di riconquistare.

L’ultimo personaggio del dramma è Decio, confidente di Ottone (il tenore Ruairi Bowen), il quale tenta di metterlo in guardia da Cleonilla poiché sarà la sua rovina, giacché Roma disapprova i suoi numerosi e ben noti amori.

Attraverso una serie di intrighi, equivoci, in cui i cantanti si sono spesso espressi mediante lunghi recitativi, nel terzo, ultimo atto, si arriva forse un po’ troppo superficialmente al lieto fine : Tullia/Ostilio sposerà Caio, secondo il desiderio di Ottone, che chiede perdono a Cleonilla, anche se costei lo ha raggirato per l’ennesima volta, dando il via ad un concertato di giubilo generale.

La storia del dramma per musica

Il libretto di Ottone in villa è stato scritto da Nicolò Sebastiano Biancardi, in arte Domenico Lalli, poeta napoletano morto a Venezia nel 1741, con cui Vivaldi lavorerà anche in seguito. In realtà, Lalli adatta, modificandola secondo il gusto che va imponendosi agli inizi del ‘700, la Messalina di Francesco Maria Piccioli (1685 – 1711), musicata con notevole successo nel 1680 da Carlo Pallavicini (1638 ca. – 1688) per il veneziano Teatro Vendramin.

Andò in scena per la prima volta il 17 maggio 1713 a Vicenza, un centro musicale periferico che per lo più fino a quel momento aveva importato repertorio operistico dalla vicina Venezia. Nel 1713 però, con l’apertura del nuovo Teatro delle Grazie, si optò per un lavoro inedito in un’ottica di rivalità nei confronti del più antico Teatro di Piazza o delle Garzerie. Ecco, dunque, la commissione al Prete Rosso, a quel tempo ritenuto uno dei più importanti compositori strumentali e proprio dal 1713 promosso maestro di coro all’Ospedale della Pietà di Venezia, in sostituzione di Francesco Gasparini, cui erano stati concessi sei mesi di congedo per malattia, ma che poi non ritornò più.

Come è costume nel melodramma italiano del primo ‘700, l’opera, introdotta da una Sinfonia in tre movimenti, alterna recitativi e arie a solo, nelle quali ciascun personaggio esprime una propria riflessione su quanto accade nel recitativo precedente.

L’ambientazione, secondo l’idea del regista, danzatore e coreografo Giovanni Di Cicco, tende ad avvicinarsi al mondo romano, non abbiamo voluto rendere l’opera contemporanea ; le scenografie di Massimo Checchetto suggericono uno spazio simbolico piuttosto che realistico.

Vediamo così i mimi muoversi tra capitelli monumentali ionici, dorici e corinzi. A volte sono perfettamente immobili come statue, ma capaci di acquistare un guizzo improvviso o di creare una serie di processioni, sempre sbiancati nel volto, indossando abiti bianchi mentre il pavimento è ricoperto di sabbia.

Conclude il suo pensiero Di Cicco : La specificità del Teatro Malibran e il confronto con Massimo Checchetto, ha orientato l’immaginazione scenica verso l’idea di uno spazio neutro e, a volte, densamente abitato da vestigia, oggetti e presenze che appaiono e scompaiono secondo una logica non narrativa ma simbolica.

Attenta e concentrata l’orchestra, circa venti musicisti guidati con lo sguardo e la gestualità danzante delle mani da Fasolis, che si è alternato al cembalo con Andrea Marchiol, contribuendo alla creazione di un continuo assieme a Giacomo Cardelli (violoncello), Fabio Grandesso (fagotto) e Francesco Tomasi (tiorba e vihuela).

Del cast del 2020 sono rimaste solo Lucia Cirillo, - brava ma la sua voce, forse affaticata dalle cinque impegnative repliche, mi è parsa verso la fine tendente al roco - e Michela Antenucci, puntuale, intensa, impulsiva nelle diverse situazioni. Irrequieta, ma disinvolta e stimolante nel timbro vocale Carlotta Colombo. Affidabili e sicure le voci di Margherita Maria Sala e dell’unica maschile del britannico Ruairi Bowen.

Da segnalare infine un tecnico (?) dietro le quinte intervenuto a creare, soffiando in un minuscolo oggetto, un dolce e acuto cinguettio che si è ben accostato alle sonorità degli ottimi strumenti dell’orchestra e una perfetta esecuzione di un’impegnativa cadenza nell’aria “Guarda in quest’occhi”, da parte del primo violino Roberto Baraldi.

Foto di MICHELE CROSERA

 

 


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