Oltre The Dinner Party: Judy Chicago e la materia come linguaggio politico
par Martina Neri
giovedì 28 maggio 2026
Alla Galleria Alberta Pane di Venezia, “The Materiality of Judy Chicago” restituisce la complessità di una delle figure più radicali dell’arte contemporanea
Per molto tempo il nome di Judy Chicago è stato quasi inevitabilmente associato a The Dinner Party, l’opera monumentale realizzata tra il 1974 e il 1979 e diventata simbolo assoluto dell’arte femminista del Novecento. Un lavoro iconico, entrato nel 2007 nella collezione permanente del Brooklyn Museum come fulcro dell’Elizabeth A. Sackler Center for Feminist Art, che ha trasformato Chicago in una figura centrale della riscrittura della storia dell’arte al femminile.
Eppure, come la stessa artista arrivò a chiedersi, “la mia opera riuscirà mai a emergere dall’ombra di The Dinner Party?”. È proprio da questa domanda che sembra partire The Materiality of Judy Chicago, la mostra curata da Allison Raddock presso la Galleria Alberta Pane di Venezia in concomitanza con la Biennale Arte 2026.
L’esposizione non si limita infatti a celebrare una figura storica dell’arte femminista, ma tenta qualcosa di più complesso: restituire la straordinaria coerenza di una ricerca che attraversa oltre sessant’anni di carriera e che ha continuamente interrogato il rapporto tra materia, potere, corpo e costruzione culturale.
Il titolo stesso della mostra, The Materiality of Judy Chicago, contiene la chiave di lettura dell’intero progetto. La “materialità” non riguarda soltanto la concretezza fisica delle opere, ma il modo in cui i materiali diventano parte integrante del significato politico e simbolico del lavoro dell’artista.
Fin dagli esordi Judy Chicago ha lavorato contro le gerarchie tradizionali dell’arte occidentale, che per secoli hanno distinto tra tecniche considerate “alte” e pratiche ritenute minori, decorative o artigianali — categorie storicamente associate al lavoro femminile. Attraverso porcellana, ricamo, tessuti, vetro, vernici industriali e superfici automobilistiche, Chicago ha trasformato materiali marginalizzati in strumenti centrali di un linguaggio artistico contemporaneo e radicalmente politico.
Uno degli aspetti più affascinanti della sua carriera è proprio il rapporto con l’universo industriale e maschile degli anni Sessanta. In un periodo in cui il mondo dell’arte americana era ancora fortemente dominato dagli uomini, Chicago decide di iscriversi a una scuola di carrozzeria automobilistica, dove è l’unica donna tra centinaia di studenti uomini. È qui che apprende le tecniche di verniciatura industriale che utilizzerà nelle celebri opere aerografate sui cofani delle automobili.
La scelta non è puramente estetica. Appropriarsi dei simboli della cultura patriarcale americana — velocità, meccanica, potenza industriale — significa entrare in uno spazio tradizionalmente esclusivo per sovvertirlo dall’interno. Le superfici lucide e metalliche delle carrozzerie vengono trasformate da Chicago in campi visivi attraversati da forme organiche e sensuali, dove il corpo femminile smette di essere oggetto passivo per diventare presenza autonoma e generatrice.
Questa tensione tra materialità e identità attraversa tutta la mostra veneziana, che mette in dialogo opere storiche degli ultimi sessant’anni con un nuovo corpus di lavori intitolato Judy Chicago: Lilies/Goddesses.
La nuova serie comprende sculture in vetro, bronzo e alluminio realizzate in collaborazione con lo Studio Berengo di Venezia, JRP|Editions di Zurigo e il Corning Museum of Glass di New York, presentate per la prima volta al pubblico proprio alla Galleria Alberta Pane.
Le opere nascono dal progetto An Homage to Arles del 2024, sviluppato per LUMA Arles, dove enormi ninfee metalliche galleggianti culminavano in uno spettacolo di fumo colorato e fuochi d’artificio. Qui emerge un aspetto meno noto ma estremamente interessante della ricerca di Judy Chicago: la dimensione apocalittica.
Per anni le opere con ghiaccio secco, fumo colorato e fuochi artificiali sono state interpretate soprattutto come interventi poetici o spettacolari, quasi tentativi di “addolcire” spazi urbani percepiti come freddi e artificiali. Oggi però queste immagini assumono un significato diverso.
Con l’aggravarsi della crisi climatica e ambientale, le nuvole colorate e le esplosioni luminose dei lavori di Chicago sembrano trasformarsi in visioni sospese tra bellezza e catastrofe. Le ninfee monumentali evocano inevitabilmente Monet e l’impressionismo, ma allo stesso tempo suggeriscono un paesaggio fragile, quasi post-umano, in cui la natura appare ormai inseparabile dalla minaccia della distruzione.
È interessante osservare come Judy Chicago riesca a tenere insieme dimensione estetica e tensione politica senza sacrificare la complessità dell’immagine. Le sue opere non funzionano come slogan ideologici, ma come dispositivi visivi capaci di generare ambiguità, seduzione e inquietudine.
In questo senso, la mostra veneziana dimostra quanto la sua ricerca sia stata spesso semplificata dalla lettura esclusivamente femminista di The Dinner Party. Se quell’opera rimane fondamentale nella storia dell’arte contemporanea, The Materiality of Judy Chicago rivela invece una pratica molto più stratificata, capace di attraversare minimalismo, performance, craft, arte ambientale e riflessione ecologica.
Il percorso espositivo include infatti disegni e sculture minimaliste degli anni Sessanta, opere del Birth Project, dedicato alla nascita e alla creazione, lavori della serie PowerPlay sulla costruzione dell’identità maschile, fino ai progetti più recenti legati alla mortalità, all’estinzione e al rapporto tra umanità e pianeta.
Guardando oggi l’opera di Judy Chicago emerge con chiarezza un elemento decisivo: la sua capacità di anticipare temi che soltanto negli ultimi anni sono diventati centrali nel dibattito artistico contemporaneo. La critica alle gerarchie culturali, il recupero delle pratiche considerate “minori”, la riflessione sul corpo femminile, l’ecologia, il rapporto tra distruzione e potere, la ridefinizione del ruolo dell’artista come agente sociale e politico.
La mostra veneziana sembra allora funzionare anche come una sorta di revisione storica. Non più soltanto Judy Chicago come “icona femminista”, ma Judy Chicago come figura fondamentale nella ridefinizione stessa del linguaggio artistico contemporaneo.
Ed è forse proprio questa la forza più grande di The Materiality of Judy Chicago: mostrare come, per oltre sessant’anni, l’artista abbia utilizzato la materia non semplicemente per creare immagini, ma per mettere in discussione il modo stesso in cui la cultura costruisce valore, identità e potere.