Obiettare la guerra e disonorare le armi: verso una Difesa Civile Nonviolenta

par Laura Tussi
martedì 18 agosto 2026

Il riarmo torna a essere presentato come una risposta necessaria alle insicurezze del nostro tempo. Ma l’aumento delle spese militari, la corsa agli armamenti e la crescente centralità della deterrenza rischiano di trasformare la sicurezza in una spirale permanente, nella quale ogni potenziamento dell’apparato bellico viene interpretato dall’avversario come una minaccia e produce, a sua volta, nuove esigenze di armamento.

di Laura Tussi su FARO DI ROMA

In un mondo attraversato da guerre, tensioni geopolitiche e crisi ambientali, investire sempre più risorse nella capacità di distruggere significa sottrarle alla prevenzione dei conflitti, alla cooperazione, alla protezione sociale e alla costruzione di strumenti civili di sicurezza. È dunque urgente interrogarsi non soltanto su quante armi possediamo, ma sul modello di società e di relazioni internazionali che intendiamo costruire. Ripensare la difesa significa anche avere il coraggio di immaginare una difesa che non coincida necessariamente con la guerra.

L’urgenza di ripensare il nesso tra potere, violenza e identità attraversa il cuore del dibattito contemporaneo sulla democrazia e sulla convivenza globale. Ci troviamo di fronte a una svolta epocale che richiede il coraggio radicale di assumere una responsabilità inedita: mettere in discussione l’idea secondo cui la sicurezza possa essere garantita soltanto attraverso la disponibilità della forza militare e la capacità di esercitare una minaccia credibile.

In questa prospettiva, l’istanza di “disonorare e obiettare la guerra” non può essere ridotta a un appello moralistico alla concordia. È, piuttosto, una chiamata alla responsabilità storico-politica. Per secoli, gli esseri umani sono stati insieme il braccio operativo e l’architettura legittimante della violenza istituzionalizzata, dentro un modello di sovranità nel quale la coercizione bellica veniva considerata l’ultima ratio della politica.

Riconoscere questa genealogia significa abbandonare ogni alibi di neutralità e interrogarsi sulle strutture di potere che hanno progressivamente subordinato la vita alla logica delle armi. Disonorare la guerra equivale allora a ritirare il consenso, sul piano culturale e politico, a un modello nel quale la sopraffazione viene considerata una misura dell’efficacia e persino della grandezza storica.

Obiettare alla guerra significa anzitutto mettere in discussione il paradigma che la rende possibile. Non si tratta soltanto di opporsi a un singolo conflitto, a una determinata operazione militare o a una specifica politica di riarmo. Si tratta di interrogare la cultura che continua a rappresentare la forza armata come risposta naturale e inevitabile alle crisi.

Tale operazione di dissenso non si esaurisce nell’obiezione di coscienza formale al servizio militare, intesa come salvaguardia della propria integrità morale di fronte all’obbligo delle armi. L’orizzonte è assai più vasto e radicale: implica la decostruzione attiva e sistematica del mito della forza come fondamento ultimo del potere.

Finché la forza sarà percepita come l’unica moneta di scambio capace di risolvere le controversie e di garantire la stabilità geopolitica, la pace rischierà di essere ridotta a una semplice tregua armata, a un intervallo precario tra un conflitto e quello successivo. La cultura della forza attraversa il linguaggio, le istituzioni, le relazioni economiche e persino la psicologia collettiva, alimentando l’idea che l’esistenza umana sia inevitabilmente organizzata secondo il dominio del più forte.

Il riarmo contemporaneo rende questa riflessione ancora più urgente. Ogni arsenale viene costruito nel nome della sicurezza, ma la sicurezza dell’uno può diventare rapidamente l’insicurezza dell’altro. La deterrenza può evitare alcuni conflitti, ma non elimina le cause politiche, economiche e sociali che li alimentano e, soprattutto, non può essere considerata l’unico orizzonte possibile della politica internazionale. L’accumulo di strumenti di distruzione sempre più potenti aumenta inoltre il rischio che errori di calcolo, incidenti, escalation o decisioni irresponsabili producano conseguenze irreversibili.

Per questo è necessario affiancare alla discussione sulla difesa militare una riflessione seria sulla Difesa Civile Nonviolenta. Non come utopia astratta, ma come ricerca concreta di strumenti capaci di proteggere le comunità, le persone e le istituzioni democratiche attraverso la prevenzione, la resistenza civile, la solidarietà, la diplomazia, la mediazione e la partecipazione.

È proprio nel vuoto strutturale generato dal rifiuto della violenza come criterio ultimo della politica che emerge la necessità di una soggettività “altra”. Una nuova postura esistenziale e politica che rifiuti di cercare nel conflitto e nella vittoria sul nemico la prova della propria efficacia o della propria legittimazione.

Laddove il paradigma tradizionale esalta la capacità di annientare l’antagonista, la soggettività nonviolenta individua nella cura, nella mediazione e nella responsabilità condivisa la cifra costitutiva di un nuovo modo di abitare lo spazio pubblico. La cura non va intesa come un ripiego sentimentale o esclusivamente privato, ma come una pratica politica rigorosa, capace di rigenerare il tessuto sociale attraverso l’ascolto, la riparazione, la solidarietà e il riconoscimento reciproco.

La cura e la mediazione come nuove forme di sovranità

Ridisegnare lo spazio pubblico attraverso i codici della mediazione e della cura significa trasformare radicalmente anche la natura della cittadinanza. Il conflitto, ineliminabile in ogni consorzio umano a causa della pluralità delle opinioni, degli interessi e dei desideri, non viene rimosso né affrontato attraverso la cancellazione dell’altro. Diventa invece uno spazio di transizione e trasformazione.

La Difesa Civile Nonviolenta si configura, in questa prospettiva, come un dispositivo operativo complesso, capace di mobilitare le energie sociali per la tutela dei diritti, della dignità, delle comunità e delle istituzioni democratiche senza ricorrere all’uso delle armi o alla minaccia della coercizione militare.

Questo richiede preparazione, organizzazione e consapevolezza. Una società nonviolenta non è una società inerme. Al contrario, è una società che investe nella propria capacità di resistere all’aggressione senza riprodurne la logica, costruendo reti territoriali, strumenti di protezione civile, capacità di mediazione, solidarietà sociale e forme di partecipazione democratica.

In questo scenario, la forza perde il suo primato ontologico per lasciare spazio alla potenza generativa della parola e dell’azione comune. Gli esseri umani, storicamente abituati a identificare la propria affermazione con il dominio e con la difesa armata dei confini, sono chiamati a riscoprire una forza differente: quella della vulnerabilità condivisa, della cooperazione e della responsabilità solidale.

Obiettare alla guerra significa allora anche obiettare alla convinzione che non esistano alternative. Significa rifiutare l’idea che la sicurezza debba essere acquistata necessariamente attraverso l’aumento degli arsenali e che la pace possa essere affidata soltanto all’equilibrio della paura.

La vera sfida è costruire istituzioni e comunità capaci di prevenire la violenza prima che esploda, di affrontare le disuguaglianze che alimentano i conflitti, di difendere le persone senza trasformare l’altro in un nemico assoluto e di ricostruire il dialogo quando le relazioni sono ormai spezzate.

Disonorare la guerra significa, in ultima analisi, restituire alla politica la sua vocazione originaria: non la gestione della morte e della distruzione, ma l’arte difficile e necessaria di rendere la coesistenza umana più giusta, pacifica e duratura.

In un’epoca nella quale il riarmo viene spesso presentato come inevitabile, obiettare alla guerra significa dunque compiere un gesto politico concreto: rimettere al centro la vita e chiedere che la sicurezza non venga misurata dalla quantità di armi disponibili, ma dalla capacità di una società di proteggere i propri cittadini, prevenire i conflitti e costruire pace. La Difesa Civile Nonviolenta può essere uno dei luoghi nei quali questa trasformazione comincia a diventare realtà.

Laura Tussi


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