Nel Sud quasi metà dei lavoratori sotto 15 mila euro annui. Uno studio della CGIL

par Pressenza - International Press Agency
lunedì 29 dicembre 2025

Nel 2024, in Italia, il salario lordo annuale medio nel settore privato, esclusi il settore agricolo e domestico, si è attestato a 24.486 euro.

di Giovanni Caprio

Osservando il salario medio disaggregato per differenti profili occupazionali si osserva come il lavoratore a tempo indeterminato, full-time e anno intero abbia guadagnato 39,6 mila euro lordi annui, attestandosi ad un livello marcatamente superiore rispetto alla media generale. Al contrario, il lavoratore a termine e part-time hanno guadagnato in media, rispettivamente, 10,5 mila è 12,2 mila lordi annui, attestandosi entrambi nettamente al di sotto della media generale. Nello stesso anno, nel Mezzogiorno il salario lordo annuale medio è però pari a 18.148 euro, con un differenziale salariale che lo penalizza complessivamente nella misura del -25,9% rispetto all’Italia.

Inoltre, nel Meridione si registra una significativa differenza anche nei vari profili occupazionali, in particolare nel caso del lavoratore standard. È quanto si legge in uno studio dell’Ufficio Economia della Cgil Nazionale, a cura di Nicolò Giangrande, che analizza i dati INPS del settore privato (esclusi agricoli e domestici). “Questo profondo divario salariale tra il Mezzogiorno e l’Italia, si legge nello Studio della CGIL, è determinato da un minor numero di giornate medie retribuite nell’anno (228 contro 247), da un maggior peso delle attività economiche a retribuzione più bassa e da un’incidenza più alta del lavoro non-standard (a termine, part-time, discontinuo)”.

Tenendo conto che il salario annuale di un dipendente è il risultato della combinazione di almeno tre componenti (la retribuzione oraria, l’intensità occupazionale mensile e la durata contrattuale nell’arco dell’anno), sono proprio gli elementi più penalizzanti evidenziati precedentemente che, combinati tra loro, concorrono a determinare nel Mezzogiorno salari lordi annui nettamente più bassi rispetto al resto del Paese. “Lo si può osservare nitidamente, annota Giangrandeattraverso la distribuzione per classi di importo della retribuzione annuale: nel 2024, nelle classi inferiori a 25 mila euro lordi annuali ricade il 60,1% dei lavoratori dipendenti del settore privato in Italia (10,7 milioni) contro il 74,5% nel Mezzogiorno (3,2 milioni). Tra questi, si segnala che sotto i 15 mila euro lordi annuali c’è il 34,5% dei lavoratori a livello nazionale (6,1 milioni) contro il 47,3% a livello meridionale (2,1 milioni)”.

Salari che negli ultimi anni al Sud sono poi addirittura “crollati”. Come sottolineava la SVIMEZ nel suo ultimo Rapporto, tra il quarto trimestre 2019 e la prima metà del 2024, i salari reali si sono ridotti del -5,7% al Sud e del -4,5% nel Centro-Nord (-1,4% nell’eurozona). Un vero e proprio crollo al Sud causato da una più sostenuta dinamica dei prezzi e dai ritardi nei rinnovi contrattuali, in un mercato del lavoro che ha raggiunto livelli patologici di flessibilità.

Nel Mezzogiorno la precarietà è diventata un fenomeno tutt’altro che marginale in comparazione ad altre economie europee. Nelle regioni meridionali più di un lavoratore su cinque è assunto con contratti a termine: 21,5%, contro una media europea del 13,5%. La minore diffusione di posizioni permanenti è spiegata soprattutto dalla presenza di una struttura produttiva che più si presta a ricorrere al lavoro flessibile, per la più marcata specializzazione nel terziario tradizionale e la più contenuta dimensione media delle imprese.

Quasi i tre quarti degli occupati meridionali a tempo parziale sono in part-time involontario (72,9%), a fronte del 46,2% nel Centro-Nord e meno del 20% nell’Ue. Nel Mezzogiorno si concentra il 60% dei 2,3 milioni di lavoratori poveri italiani (circa 1,4 milioni). L’andamento positivo dell’occupazione non ha impedito l’aumento delle famiglie con persona di riferimento occupata in povertà assoluta nel Mezzogiorno: 9,5% nel 2023 dall’8,5% del 2021. L’aumento è stato addirittura di 3 punti percentuali per le famiglie con persona di riferimento occupata con qualifica di operaio o assimilato: dal 13,8 del 2021 al 16,8%.

La questione salariale nel Mezzogiorno, sottolinea il segretario confederale della Cgil, Christian Ferrariè un’emergenza nell’emergenza, che spiega – più di ogni altra causa – l’esodo di 175.000 giovani meridionali nel triennio 2022–2024 verso altri territori del Paese e verso l’estero, per cercare un lavoro dignitoso e una vita migliore. Nel Sud quasi la metà dei lavoratori del settore privato ha percepito un salario inferiore ai 15 mila euro lordi annui che equivalgono, nel migliore dei casi, a circa 1.100 euro netti mensili. Le gabbie salariali, di fatto, esistono già e andrebbero superate, mentre non pochi le propongono addirittura come la soluzione. L’aumento dell’occupazione riguarda quasi solo gli over 50, spinto dall’innalzamento dell’età pensionabile, ed è trainato da settori a basso valore aggiunto, caratterizzati da lavoro povero e sfruttamento. Questo accade particolarmente nelle regioni meridionali, dove si concentrano i fattori negativi del mercato del lavoro: meno giornate retribuite, più precarietà, più part-time involontario e discontinuità lavorativa, meno occupazione femminile”.

Qui lo Studio dell’Ufficio Economia della Cgil Nazionale, a cura di Nicolò Giangrande:


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