Miliardi di tasse incassati. Ma il debito cresce. Dove finiscono i soldi degli italiani?
par Gregorio Scribano
giovedì 20 agosto 2026
Fisco, evasione, Irpef e Iva: se nelle casse pubbliche entrano centinaia di miliardi, perché il debito continua a crescere? Intervista al Dottor Gregorio Scribano
C'è una domanda che, prima o poi, ogni contribuente italiano si pone: ma dove finiscono tutti i soldi che paghiamo allo Stato?
La domanda non nasce soltanto dalla percezione di una pressione fiscale elevata. Nasce soprattutto davanti a un paradosso che da anni accompagna i conti pubblici italiani: lo Stato continua a incassare, ma continua anche ad avere bisogno di nuove risorse, mentre il debito pubblico rimane enorme e la spesa pubblica continua a crescere.
Nei primi sei mesi del 2026 le entrate tributarie erariali hanno raggiunto 282,38 miliardi di euro, oltre 5,7 miliardi in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Le imposte dirette hanno portato nelle casse pubbliche 158,992 miliardi, mentre quelle indirette hanno raggiunto 123,388 miliardi.
A trainare il gettito sono soprattutto Irpef e Iva. L'Irpef ha prodotto 115,806 miliardi di euro, con un incremento del 2,1%. L'Iva ha raggiunto 85,214 miliardi, crescendo del 3,7%.
Ma dentro il dato Irpef emerge un elemento particolarmente significativo: le ritenute sui redditi dei lavoratori dipendenti del settore privato hanno prodotto quasi 52 miliardi di euro, mentre quelle sui dipendenti pubblici hanno superato i 51 miliardi. Complessivamente, oltre 103 miliardi arrivano dunque dalle ritenute sui lavoratori dipendenti.
Numeri che riaccendono una vecchia questione: il lavoratore dipendente e il pensionato sono davvero il bancomat dello Stato?
Naturalmente esiste l'evasione fiscale. Esiste l'elusione. Esiste un'area di economia sommersa che sottrae risorse alla collettività e scarica il peso del prelievo su chi non può sottrarsi.
Ma c'è una domanda ancora più scomoda: se lo Stato continua a incassare centinaia di miliardi, perché il debito pubblico continua a crescere?
E soprattutto: dove finiscono tutti quei soldi?
Ne abbiamo parlato con il Dottor Gregorio Scribano, content editor, esperto di comunicazione e politologo, da sempre attento alle problematiche sociali ed economiche e al rapporto tra cittadini, istituzioni e informazione.
Dottor Scribano, partiamo dalla domanda più semplice e forse più imbarazzante: lo Stato italiano incassa troppo poco oppure spende troppo e male?
«Direi che questa è la domanda che dovremmo porci prima di qualsiasi altra discussione sulle tasse. Per anni abbiamo ascoltato il ritornello secondo cui “non ci sono soldi” per aumentare gli stipendi, per abbassare l'età pensionabile, per migliorare l'efficienza dei servizi pubblici dalla sanità ai trasporti alla sicurezza. Eppure, contemporaneamente, lo Stato incassa centinaia di miliardi attraverso Irpef, Iva, Ires, accise, imposte di registro, bollo, tributi sui consumi e una lunga serie di altri prelievi.
Dobbiamo quindi smettere di raccontare balle: i soldi ci sono, le tasse entrano. Il problema è capire dove vanno a finire.
Se lo Stato incassa di più perché cresce l’economia, aumentano i redditi e si amplia la base imponibile, siamo davanti ad un fenomeno fisiologico. Ma se incassa di più mentre il potere d’acquisto di salari e pensioni cresce poco o addirittura si riduce, allora il problema cambia. Il vero paradosso italiano è proprio questo: lo Stato incassa sempre, ma il cittadino non necessariamente sta meglio.
E se, nonostante l’aumento delle entrate, il debito continua a crescere, significa che il problema non è soltanto quanto incassiamo, ma anche quanto spendiamo, come spendiamo e quanto ci costa il debito accumulato.»
Il dato sull’Irpef sembra però confermare la vecchia tesi: lavoratori dipendenti e pensionati sono il bancomat dello Stato. È davvero così?
«Il termine “bancomat” è volutamente provocatorio, ma fotografa una percezione molto diffusa. Il lavoratore dipendente non può decidere se versare l’Irpef: gliela trattengono prima ancora che lo stipendio arrivi sul suo conto corrente. Il pensionato si trova sostanzialmente nella stessa situazione. Questo rende il loro contributo fiscale particolarmente certo, tracciabile e facilmente contabilizzabile.
Guardiamo i numeri: nei primi sei mesi del 2026 le ritenute sui dipendenti privati sono state quasi 52 miliardi, mentre quelle sui dipendenti pubblici hanno superato i 51 miliardi. Insieme fanno più di 103 miliardi di euro. È una somma enorme. Il problema, naturalmente, non è che lavoratori e pensionati paghino le tasse. Il problema è la diversa possibilità di controllo e di certezza del prelievo a seconda della natura del reddito.
Chi vive esclusivamente di stipendio o pensione non può nascondere alla fonte ciò che guadagna.
Ecco perché il sistema fiscale deve essere percepito come equo: non basta dire che tutti devono pagare; bisogna fare in modo che tutti paghino quanto effettivamente dovuto.»
E gli autonomi? Il loro contributo è molto più basso rispetto a quello dei dipendenti?
«Bisogna evitare semplificazioni.
Gli autonomi non sono tutti evasori e sarebbe profondamente sbagliato sostenere il contrario.
Il punto è un altro: la diversa possibilità di controllo e di certificazione dei redditi.
Il dipendente ha un reddito certificato dal datore di lavoro. Il pensionato ha un reddito certificato dall’ente previdenziale. Per altre categorie il meccanismo può essere più articolato.
La soluzione, però, non è mettere tutti sotto accusa.
La soluzione è costruire un sistema nel quale evadere sia molto difficile, essere corretti sia semplice, il prelievo sia proporzionato alla reale capacità contributiva e la certezza della pena - severa, anzi severissima - per evasori ed elusori!»
Eppure, quando si parla di conti pubblici, il primo bersaglio è quasi sempre l’evasore.
«Perché l’evasione fiscale è un problema reale, 100Miliardi di evasione all'anno non so bruscolini, e, in molti casi, l'evasore è un bersaglio assolutamente legittimo.
Chi evade sottrae risorse alla collettività e trasferisce indirettamente una parte del proprio carico fiscale sugli altri contribuenti.
Quindi sì: l’evasione va combattuta e chi evade deve pagare.
Ma attenzione a non trasformare questa sacrosanta battaglia in un alibi.
Combattere l’evasione non può significare evitare di discutere dello spreco, dell’inefficienza e della qualità della spesa pubblica.
Sono due problemi distinti.
Possiamo recuperare risorse dall’evasione e, contemporaneamente, spenderle male. E allora non avremmo risolto il problema: avremmo semplicemente incassato di più per continuare a spendere male.
Per questo aggiungerei allo slogan “pagare tutti per pagare meno” una seconda parte: "pagare tutti, pagare il giusto e spendere bene".»
Poi c’è l’Iva: oltre 85 miliardi in sei mesi. Anche qui, alla fine, paga il cittadino.
«Esatto.
L’Iva è una delle imposte più pervasive perché accompagna praticamente ogni acquisto. Quando facciamo la spesa, acquistiamo un elettrodomestico, paghiamo un servizio o consumiamo determinati beni, una parte del prezzo finisce nelle casse pubbliche.
Dal punto di vista dello Stato è un’imposta estremamente efficace. Dal punto di vista delle famiglie può diventare pesante, soprattutto quando il reddito disponibile è basso.
Una famiglia con un reddito modesto non può semplicemente decidere di non comprare cibo, energia, vestiti o servizi essenziali.
Per questo le imposte indirette possono avere un impatto socialmente più pesante di quanto suggerisca la loro semplice aliquota.»
Quindi il cittadino paga quando guadagna e paga quando spende. Possiamo parlare di una sorta di “prelievo fiscale permanente”?
«Dal punto di vista tecnico non parlerei di una semplice doppia tassazione, perché Irpef e Iva hanno presupposti differenti.
Dal punto di vista della percezione del contribuente, però, il concetto è comprensibile.
Una parte del reddito viene prelevata quando viene prodotto e una parte di ciò che rimane viene nuovamente tassata quando viene spesa. A questo si aggiungono accise, bolli, imposte di registro, tributi locali e altri prelievi.
Il cittadino incontra il fisco praticamente in ogni momento della propria vita economica.
Per questo parlare soltanto dell’aliquota Irpef è riduttivo.
La pressione fiscale percepita dal cittadino è la somma di tutti i prelievi che incontra durante la vita quotidiana.»
Nel frattempo aumentano anche le imposte indirette. L’Iva cresce del 3,7%, mentre il gettito dell’accisa sul gas metano aumenta addirittura dell’82%. È un segnale che lo Stato tassa sempre più anche i consumi essenziali?
«È un tema delicatissimo.
Le imposte indirette possono incidere maggiormente, in proporzione al reddito, sui cittadini con redditi medio-bassi. Chi guadagna poco e deve spendere gran parte del proprio reddito per vivere non può semplicemente decidere di non consumare.
Ecco perché il sistema fiscale dovrebbe considerare non soltanto la capacità contributiva teorica, ma anche la capacità reale delle famiglie di sostenere il prelievo senza impoverirsi.
Se aumento il costo fiscale dei consumi essenziali in una fase nella quale salari e pensioni crescono lentamente, rischio di comprimere ulteriormente il potere d’acquisto.
E una famiglia che perde potere d’acquisto non diventa semplicemente “più tassata”: diventa più povera.»
Quindi tasse elevate possono diventare esse stesse un problema per la crescita?
«Certamente.
Questo non significa che le tasse siano sempre negative. Una società moderna ha bisogno della fiscalità per finanziare servizi pubblici essenziali. Ma un sistema fiscale deve essere sostenibile.
Se prelevi troppo da chi produce reddito, rischi di scoraggiare il lavoro e gli investimenti. Se tassi troppo i consumi, riduci il potere d’acquisto. Se rendi il sistema troppo complesso, aumenti i costi burocratici. Se rendi il prelievo percepito come ingiusto, alimenti evasione e sfiducia.
È un equilibrio delicatissimo.
E soprattutto c’è un effetto macroeconomico: meno reddito disponibile significa meno consumi, meno capacità di risparmio e, potenzialmente, meno investimenti e crescita.
E senza crescita diventa ancora più difficile ridurre il peso del debito.»
E arriviamo così alla domanda centrale: se lo Stato incassa 282 miliardi in sei mesi, perché il debito pubblico continua a essere così elevato?
«Perché bisogna distinguere tra entrate tributarie e bilancio complessivo dello Stato.
Lo Stato deve sostenere una spesa pubblica enorme: pensioni, sanità, scuola, stipendi pubblici, sicurezza, trasferimenti, infrastrutture, interessi sul debito e moltissime altre voci.
E soprattutto c’è una voce che spesso viene dimenticata nel dibattito pubblico: il debito accumulato nel passato produce interessi.
Quindi una parte delle risorse che oggi raccogliamo non finanzia necessariamente un nuovo ospedale, una nuova scuola o una nuova infrastruttura. Serve semplicemente a pagare il costo del debito accumulato ieri.
È come una famiglia indebitata che continua a lavorare, incassa il proprio stipendio, ma deve destinare una parte crescente delle proprie entrate al pagamento degli interessi.
Per questo non è sufficiente chiedersi quanto incassa lo Stato.
Bisogna chiedersi quanto spende, come spende e quale risultato produce quella spesa.»
Allora possiamo dire che una parte delle tasse serve a pagare gli errori del passato?
«In una certa misura sì.
Ogni generazione eredita una parte delle decisioni finanziarie delle generazioni precedenti.
Se abbiamo accumulato debito per finanziare investimenti produttivi, possiamo discutere se siano stati investimenti convenienti. Ma se abbiamo utilizzato debito per finanziare spesa corrente senza creare crescita sufficiente, allora il conto prima o poi arriva.
E il conto lo paga qualcuno.
Quel qualcuno è il contribuente di oggi e, in parte, quello di domani.
Questo è il motivo per cui la sostenibilità dei conti pubblici non è una questione astratta riservata agli economisti: riguarda direttamente il futuro delle famiglie.»
È questo allora il vero paradosso italiano: lo Stato incassa sempre di più, ma continua a dire che non ci sono soldi?
«È un paradosso solo apparente. Le entrate possono aumentare e, contemporaneamente, il bilancio può rimanere sotto pressione se la spesa cresce altrettanto o più rapidamente e se il costo del debito assorbe una parte significativa delle risorse.
Ma questo ci porta a una questione politica fondamentale.
Non possiamo continuare a parlare soltanto di come aumentare le entrate. Dobbiamo finalmente discutere di come migliorare la spesa.
Aumentare un’imposta produce un’entrata. Riformare una macchina amministrativa è molto più complicato. Tagliare uno spreco significa scontrarsi con interessi consolidati. Ridurre una struttura inefficiente significa affrontare resistenze politiche e burocratiche.
E allora spesso si sceglie la strada più semplice: si chiede ancora qualcosa in più al contribuente. Ma questa strada ha un limite e quel limite oggi come oggi è stato abbondantemente superato!
Non puoi continuare indefinitamente ad aumentare il prelievo su una popolazione che ha già salari e pensioni insufficienti rispetto al costo della vita.»
C’è quindi un problema di trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche?
«Enorme. Il cittadino vede la busta paga, vede quanto gli viene trattenuto e vede quanto gli rimane. Poi vede le bollette, il carrello della spesa, il carburante, le tasse sulla casa e i tributi locali.
Ma non vede con la stessa immediatezza il percorso che fanno quei soldi una volta entrati nelle casse pubbliche.
Questo crea una distanza enorme tra contribuente e istituzioni. Io credo che ogni cittadino dovrebbe poter avere accesso, in modo semplice, a una sorta di “rendiconto delle proprie tasse”.
Non significa attribuire ogni singolo euro a una singola prestazione, naturalmente. Significa mostrare con chiarezza come viene distribuita la spesa pubblica.
Quanto va alla sanità? Quanto alla scuola? Quanto alle pensioni? Quanto alla sicurezza? Quanto agli interessi sul debito? Quanto alla macchina amministrativa?
La trasparenza sulla destinazione delle risorse sarebbe una grande rivoluzione democratica.»
Quindi il problema non è soltanto “quanto incassa lo Stato”, ma “come spende”?
«Esattamente. Il dibattito fiscale italiano viene spesso ridotto alla contrapposizione tra chi vuole più tasse e chi vuole meno tasse.
Ma manca una terza domanda: quanto costa realmente la macchina pubblica e quale beneficio produce ogni euro prelevato ai cittadini?
Se aumento le tasse per finanziare servizi efficienti, infrastrutture, sanità, scuola e sicurezza, il cittadino può anche comprendere il sacrificio.
Ma se il cittadino paga sempre di più e, contemporaneamente, deve ricorrere al privato per curarsi, garantirsi un pensione dignitosa, pagare servizi aggiuntivi, affrontare tempi interminabili della burocrazia o sostenere direttamente costi che teoricamente dovrebbero essere coperti dalla fiscalità generale, allora nasce una domanda legittima: Per cosa sto pagando?
Uno Stato forte non è necessariamente uno Stato che incassa molto. Uno Stato forte è quello che trasforma bene le risorse che preleva in servizi, infrastrutture, sicurezza, sanità, istruzione e opportunità.»
È questo il punto sociale della questione?
«È il punto centrale. La fiscalità non è soltanto una questione di numeri. È una questione sociale. Se una famiglia paga sempre più tasse ma il proprio reddito reale diminuisce, quella famiglia non diventa semplicemente “più tassata”. Diventa più povera.
E se questo accade a milioni di persone, abbiamo un problema macroeconomico prima ancora che fiscale.
Per questo il sistema tributario deve essere valutato anche per la sua capacità di non impoverire il ceto medio e le fasce più fragili. La fiscalità deve finanziare la comunità, non diventare un fattore strutturale di impoverimento.»
Dunque meno tasse oppure tasse meglio utilizzate?
«Prima ancora di discutere di meno tasse, discuterei di tasse più giuste e spesa più efficiente.
Ridurre la pressione fiscale senza intervenire sulla spesa rischia di creare semplicemente nuovo deficit e nuovo debito. Ma anche aumentare continuamente il prelievo senza riformare la spesa è una strada insostenibile.
Serve un patto nuovo tra Stato e cittadini: chi può e deve pagare, paga; chi evade viene perseguito; chi paga regolarmente non viene considerato il contribuente da spremere all’infinito; e lo Stato dimostra con i fatti come utilizza le risorse raccolte. Solo così si può ricostruire la fiducia.»
Dottor Scribano, qual è allora la riforma fiscale di cui l’Italia avrebbe realmente bisogno?
«Una riforma che parta da un principio molto semplice: il fisco deve tornare ad essere uno strumento di equità, non una macchina burocratica. Servirebbe un sistema più semplice, con meno adempimenti, meno sovrapposizioni, maggiore certezza del diritto e un rapporto più trasparente tra cittadino e amministrazione.
Ma soprattutto servirebbe una vera lotta all’evasione basata sulla tecnologia e sull’incrocio dei dati, non sulla persecuzione indiscriminata del contribuente. Bisogna riuscire a individuare chi evade senza trasformare ogni cittadino in un sospettato.
E, contemporaneamente, bisogna intervenire sulla spesa.
Perché se facciamo soltanto la prima parte, abbiamo un fisco più efficiente.
Se facciamo entrambe, possiamo avere uno Stato più efficiente.»
Quindi “pagare tutti per pagare meno” non è sufficiente?
«È uno slogan corretto soltanto a metà.
Sì, se tutti pagassero quanto dovuto, il carico potrebbe teoricamente essere distribuito meglio.
Ma aggiungerei una seconda metà dello slogan: “Pagare tutti, pagare il giusto e spendere bene”.
Perché altrimenti rischiamo di recuperare l’evasione per poi continuare a finanziare inefficienze.
Il cittadino ha il diritto di pretendere entrambe le cose: legalità fiscale e responsabilità nella spesa pubblica.
Non può esistere una fiducia fiscale a senso unico.
Lo Stato pretende correttezza dal cittadino? Bene. Il cittadino deve poter pretendere altrettanta correttezza dallo Stato nell’utilizzo delle risorse pubbliche.»
Una provocazione per concludere: il vero evasore italiano è soltanto quello che non paga le tasse o esiste anche un’altra forma di “evasione”, quella dello Stato che non restituisce in servizi ciò che preleva?
«Non userei la parola evasione per lo Stato, perché giuridicamente significherebbe altro. Ma la provocazione contiene una questione politica importante.
Il cittadino non paga le tasse per finanziare il nulla.
Paga perché si aspetta qualcosa in cambio: servizi, sicurezza, pensioni, sanità, istruzione, infrastrutture, assistenza, giustizia.
Quando questo rapporto si rompe, nasce la sfiducia. E quando la fiducia viene meno, anche il rapporto fiscale si deteriora.
Per questo la domanda più importante oggi non dovrebbe essere: “Come possiamo aumentare ancora le entrate?”
Dovrebbe essere: “Come possiamo fare in modo che ogni euro raccolto dallo Stato produca il massimo beneficio possibile per la collettività?”
Perché 282 miliardi di entrate tributarie in sei mesi sono una cifra enorme, ma neppure briciole. E davanti a una cifra del genere non possiamo limitarci a dire agli italiani che “non ci sono soldi”. Prima bisogna avere il coraggio di spiegare loro dove sono finiti quelli che hanno già pagato.»
LA DOMANDA CHE RESTA SUL TAVOLO
L’intervista al Dottor Scribano lascia una questione che nessuna polemica sull’evasione fiscale dovrebbe rimuovere. Sì, l’evasione va combattuta. Sì, chi evade deve pagare. Sì, chi può contribuire maggiormente deve fare la propria parte.
Ma c’è un’altra faccia della medaglia.
Se nei primi sei mesi dell’anno lo Stato incassa 282,38 miliardi di euro di entrate tributarie, se Irpef e Iva continuano a garantire una montagna di risorse, se lavoratori e pensionati versano puntualmente il dovuto e se, contemporaneamente, il debito pubblico resta una delle grandi emergenze strutturali del Paese, allora la domanda non può essere soltanto: “Chi non paga?”
La domanda deve diventare: “Chi paga, quanto paga e soprattutto che cosa riceve in cambio?”
Perché il contribuente non è un bancomat. È il cittadino che finanzia lo Stato.
E uno Stato che chiede sempre di più ai propri cittadini dovrebbe avere almeno il dovere di spiegare, con la massima trasparenza, come utilizza ciò che incassa. Perché la vera questione, alla fine, non è soltanto quanto lo Stato riesce a prelevare.
È quanto valore riesce a restituire alla società attraverso ogni euro che preleva. E se la risposta non è abbastanza convincente, allora la domanda iniziale torna inevitabilmente a bussare alla porta:
DOVE FINISCONO I SOLDI DEGLI ITALIANI?