Migranti e insicurezza: una verità capovolta. Sui quattro giovani braccianti arsi vivi ad Amendolara
par Pressenza - International Press Agency
venerdì 5 giugno 2026
Da oltre trent’anni la retorica pubblica italiana ed europea reitera ossessivamente la stessa equazione: migranti/insicurezza (Mannoia e Pirrone, 2018).
Marco Antonio Pirrone - Redazione Italia
foto da FB
È una delle narrazioni più efficaci della destra contemporanea, nazionale, europea ed internazionale; tanto efficace da essere divenuta senso comune, attraversando sempre più spesso anche settori che formalmente si dichiarano democratici o progressisti. Ed è anche per questo che il concetto di remigrazione — presentato come rimpatrio volontario degli stranieri immigrati, ma di fatto deportazione forzata e selettiva, fino a comprendere i cittadini di origine straniera ritenuti non assimilabili — sta guadagnando legittimità.
Eppure, osservando la realtà empirica anziché le rappresentazioni ideologiche, scopriamo qualcosa di sorprendente: la relazione tra migrazioni e insicurezza esiste davvero, ma nel verso opposto rispetto a quello propagandato.
Il problema non è la sicurezza minacciata dai migranti. Il problema è la sicurezza negata ai migranti, in termini di diritti e anche di sicurezza sul lavoro.
Quello che è avvenuto ad Amendolara (Cosenza) il 1° giugno 2026, dove quattro giovani braccianti agricoli – tre afghani e un pakistano, tra i 19 e i 29 anni – sono stati arsi vivi all’interno di un minivan – tra i più gravi degli ultimi anni in Italia – ne è dimostrazione concreta.
Per comprendere questa inversione di prospettiva, e non dimenticare le linee di continuità tra migrazioni e sfruttamento del lavoro, può essere utile tornare a una vicenda spartiacque nella storia italiana delle migrazioni. Nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1989, Jerry Essan Masslo, rifugiato sudafricano fuggito dall’apartheid, venne assassinato durante una rapina nelle campagne di Villa Literno, dove lavorava come bracciante stagionale, e dove era leader della protesta contro lo sfruttamento dei migranti da parte dei caporali legati ai clan camorristici. La sua morte suscitò una vasta mobilitazione, rendendo visibili le condizioni di sfruttamento di migliaia di lavoratori migranti. L’Italia “scoprì” allora, ironicamente e tragicamente, l’immigrazione, ma insieme riscoprì pratiche antiche come il caporalato, già radicate nella propria storia agricola e meridionale, e le applicò ai nuovi soggetti migranti, svelando così la continuità dello sfruttamento capitalistico del lavoro, migrante o autoctono che fosse.
Sono passati quasi quarant’anni. Eppure la domanda resta attuale. Chi è davvero esposto all’insicurezza? Chi paga il prezzo più alto dell’organizzazione contemporanea del lavoro e delle politiche migratorie nel modo di produzione capitalistico?
Le risposte non coincidono mai con quelle offerte dalla propaganda mainstream.
I migranti sono infatti sovrarappresentati nei segmenti più fragili del mercato del lavoro: agricoltura, edilizia, logistica, lavoro domestico, servizi a basso salario. Sono i settori caratterizzati dai più elevati livelli di precarietà, sfruttamento, ricattabilità e rischio per la salute (e lo stesso vale per gli autoctoni negli stessi segmenti: è lo sfruttamento migrante a imporre a tutti le medesime logiche).
In un mio recente lavoro (Pirrone, 2025), ho sostenuto come il migrante occupi una posizione specifica nell’ordine salariale. Non è semplicemente un lavoratore straniero che svolge un’attività economica, ma una forza lavoro inserita attraverso meccanismi di inclusione differenziale: necessaria all’economia del capitale, ma privata di gran parte delle garanzie materiali, sociali e simboliche riconosciute ad altri lavoratori. In questo quadro l’insicurezza non è una conseguenza accidentale del sistema, ma una componente funzionale allo sfruttamento e all’estrazione di valore. Il migrante occupa così la posizione dell’esercito di riserva della forza lavoro, oggi su scala mondiale (Basso, 2023).
Il rischio di licenziamento, di perdere il permesso di soggiorno, di espulsione, di non trovare casa, di discriminazioni o controlli selettivi alimenta una vulnerabilità che spinge ad accettare salari più bassi, condizioni peggiori e minore capacità di conflitto, e talvolta il reclutamento nei circuiti della devianza.
L’insicurezza diventa così una risorsa economica. Non per chi la subisce, ma per chi ne trae profitto.
Questa dinamica appare con particolare evidenza nel settore agricolo. Da decenni il sistema del caporalato prospera grazie alla disponibilità di una forza lavoro resa fragile dall’intreccio tra bisogno economico, status giuridico incerto e debolezza contrattuale. I ghetti informali sorti in diverse aree del paese non sono un’anomalia esterna al sistema produttivo, ma una sua componente strutturale1. Per questo chi prova a ribellarsi allo sfruttamento finisce per pagarla, anche con la morte – come i quattro ragazzi arsi vivi nel cosentino, che, stando al sopravvissuto, chiedevano contratti regolari.
La retorica della sicurezza parla di frontiere da difendere, non delle persone che le attraversano. Parla dei muri, non delle vite; dei confini, non dei corpi; delle paure degli inclusi, non di quelle degli esclusi.
Eppure una parte significativa dei migranti sperimenta forme di insicurezza che investono insieme la dimensione lavorativa, abitativa, sanitaria e giuridica: alloggi precari, discriminazioni nell’accesso alla casa, occupazioni ad alta incidentalità. A questa insicurezza si aggiunge quella prodotta dalle politiche di controllo delle migrazioni.
Negli ultimi decenni l’Europa – come le altre potenze capitalistiche – ha investito miliardi di euro nel rafforzamento delle frontiere, nell’esternalizzazione dei controlli e nella costruzione di apparati sempre più sofisticati di sorveglianza e contenimento – piattaforme digitali, intelligenza artificiale, sistemi di difesa e di monitoraggio (Molnar, 2024) – con immensi costi energetici e di risorse minerarie: il che spiega perché assistiamo a una nuova fase di guerre imperialistiche, determinata proprio dal ritorno all’estrattivismo necessario all’autonomia energetica delle potenze imperiali su cui si basa una parte rilevante del capitalismo contemporaneo. Il risultato non è stata la scomparsa delle migrazioni, ma l’aumento dei costi umani della mobilità.
Da Jerry Masslo ai lavoratori agricoli morti nei campi, dalle vittime del caporalato alle migliaia di persone scomparse nel Mediterraneo, emerge una verità che il discorso pubblico continua a rimuovere: i migranti non sono l’oggetto delle campagne securitarie, ma le principali vittime dell’insicurezza sociale prodotta dal capitalismo contemporaneo.
Sarebbe allora opportuno capovolgere la domanda che domina il dibattito pubblico.
Non dovremmo più chiederci se i migranti rappresentino una minaccia per la sicurezza. Dovremmo chiederci perché, in società che si proclamano democratiche, milioni di persone continuino a essere private della propria sicurezza in quanto migranti.
Finché non saremo disposti ad affrontare questa domanda, continueremo a confondere le vittime con il problema e a scambiare l’effetto per la causa.
La storia di Jerry Masslo, come molte altre che l’hanno seguita, ci ricorda da che parte occorre guardare per comprenderla.
Ammesso che abbia un senso la parola “remigrazione”, così tanto invocata e osannata dalla destra mondiale – razzista, xenofoba, fascista e nazista – l’unico che vedo è questo: remigrare gli untori della peste fascista nelle fogne da cui sono usciti, per parafrasare uno splendido passaggio di Giorgio Gaber sulla peste fascista (Giorgio Gaber, La peste, 1974): “l’infezione è trasmessa da topi usciti dalle fogne/ma hanno visto abilissime mani lanciarli dai tombini/son le solite mani nascoste e potenti/che lavorano sotto, che son sempre presenti”
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1Sulle dimensioni qui richiamate (la struttura non episodica del caporalato e del lavoro migrante privo di status, il nesso tra insicurezza giuridica e sfruttamento, il modello economico del capitalismo agricolo e l’intreccio con la criminalità organizzata) si veda l’approfondito quadro offerto da S. Becucci e V. Scalia (a cura di, 2025), e in particolare l’Introduzione dei curatori (pp. 13-17) e i capitoli di F. Carchedi (pp. 117 ss.), V. Scalia (pp. 147 ss.) e A. Sergi (pp. 163 ss.).
Riferimenti bibliografici
Basso, P. (2023). Marx sull’esercito industriale di riserva e le migrazioni: vietato abusarne!, in M. Musto e A. M. Iacono (a cura di), Ricostruire l’alternativa con Marx: Economia, ecologia, migrazione (pp. 219–240). Roma: Carocci.
Becucci S., Scalia V. (a cura di). (2025), Crimini e caporali. Lo sfruttamento nell’epoca del lavoro flessibile, Futura, Roma.
Molnar P. (2024), The Walls Have Eyes. Surviving Migration in the Age of Artificial Intelligence, The New Press, New York.
Mannoia, M., & Pirrone, M. A. (a cura di). (2018). Razzismi, insicurezza e criminalità: Riflessioni teoriche e dati empirici. PM edizioni, Varazze (SV).
Pirrone M. A. (2025), Guerra ai migranti. Neoliberismo e neoschiavitù nel XXI secolo, PM edizioni, Varazze (SV).
Marco A. Pirrone è Ricercatore di Sociologia presso il Dipartimento “Culture e società” dell’Università di Palermo