Michael Hofstetter e Alpesh Chauhan dirigono l’Orchestra del Teatro La Fenice

par Giovanni Greto
mercoledì 6 maggio 2026

Repertori assai diversi per due concerti davvero interessanti nella stagione sinfonica della Fenice

L’Orchestra e il Coro del Teatro veneziano hanno eseguito un repertorio di musica sacra del periodo barocco. Nell’ordine, la Sinfonia Al Santo Sepolcro in Si minore RV 169 di Antonio Vivaldi (1678 – 1741), di breve durata, ma incantevole nei due movimenti : Adagio molto ; Allegro ma poco.

Ha comunicato attraverso il dolce suono degli strumenti, mai a volume elevato, l’intensità del dolore e la bellezza della tristezza – come diceva Vinicius De Moraes “un buon Samba per essere bello necessita di un po’ di tristezza “.

Organico essenziale – violini, viole, violoncelli, contrabbassi – senza il consueto continuo, probabilmente con l’intento di accrescere la carica espressiva di una profonda meditazione della Passione di Cristo.

A seguire, quasi senza pausa, il Credo in Fa maggiore per voci, archi e continuo di Antonio Lotti (1667 – 1740), un compositore di grande levatura, che non gode oggi di una fama meritata. Fu rappresentante di spicco della Scuola veneziana ; sposò una soprano che gli facilitò la conoscenza e la pratica con l’arte del Canto ed ebbe un notevole successo come insegnante, venendo considerato uno tra i più insigni didatti veneziani.

Buona parte della sua produzione sacra è funzionale alla celebrazione liturgica, come avviene per il Credo. Il brano risale alla tradizione marciana, che chiedeva al primo organista e al Maestro di Cappella - incarico da lui ottenuto nel 1736, molti anni dopo la prima esperienza (1687) nella veste di cantore aggiunto – la realizzazione del Gloria e del Credo, mentre le altre due parti della Messa, il Sanctus e l’Agnus Dei, vengono sostituite da Toccate e Mottetti.

L’articolazione del testo viene realizzata suddividendo il Credo in quattro parti : Credo in unum Deum ; il crucifixus ; et resurrexit, seguito senza soluzione di continuità da et unam sanctam.

Il brano si conclude con l’ultima frase della preghiera liturgica et vitam venturi saeculi e l’Amen.

Affascinanti, fra gli strumenti, la tiorba, il cembalo e l’organo portativo, mentre il Coro feniceo ha ben interpretato la solennità della preghiera.

L’ultima composizione, certamente la più famosa dell’Autore, è stata lo Stabat Mater, per soprano, contralto, archi e basso continuo p 77 di Giovan Battista Draghi, meglio conosciuto come Pergolesi (1710 – 1736), conclusa poco prima della morte, a causa della tubercolosi.

Apprezzato nell’Europa intera per la profonda maestria armonica e considerato il capolavoro della musica latina ; il più perfetto e toccante mai uscito dalla penna di un musicista, lo Stabat Mater fu l’opera più stampata del compositore di Jesi, oggetto di numerosi rifacimenti : tra gli altri, Bach, col mottetto Tilge, Hochster, meine Sunden (cancella, o Signore, i miei peccati).

La leggenda vuole che Pergolesi attendesse alla composizione di questo lavoro nel 1736, durante il breve periodo trascorso presso il monastero francescano di Pozzuoli. Gli fu commissionato dalla “nobile Confraternita dei Cavalieri della vergine dei Dolori” e doveva sostituire lo Stabat Mater di Alessandro Scarlatti, che per tradizione la Confraternita cantava durante le orazioni nei venerdì di Quaresima, ma che era venuto a noia, perché considerato un po’ antiquato.

Pergolesi riuscì ad ottemperare la commissione, ma non ad ascoltare l’esecuzione.

La composizione, intessuta di arie (5) e duetti (7), magistralmente interpretati dalla soprano Giulia Biolcato e dal contralto Teresa Iervolino, si segnala per l’uso di un linguaggio moderno e di un contenuto espressivo. Non a caso ebbe un successo straordinario e fu considerata per tutto il ‘700 l’ideale stilistico della musica sacra.

Una perfetta intesa tra le cantanti soliste e gli impeccabili interventi del Coro hanno dato vita ad un rilassante godimento di una musica sacra, che rimarrà immortale nel corso del tempo.

Direzione tranquilla, ma sicura di Michael Hofstetter (Monaco di Baviera, 6 settembre 1961).

Spumeggiante, ricco di suoni diversi, il concerto diretto dal giovane direttore inglese Alpesh Chauhan (Birminghan, 26 aprile 1990), che aveva già calcato con successo il palcoscenico del Teatro La Fenice.

La prima parte della serata è iniziata con l’esecuzione di Vltava (La Moldava) di Bedrich Smetana (Litomysl, 1824 – Praga, 1884). Si tratta del secondo (in tutto sono sei) del ciclo di poemi sinfonici Ma Vlast (la mia Patria), composto tra il 20 novembre e l’8 dicembre 1874, quando Smetana era afflitto da una sordità pressochè completa, oltre che da disturbi mentali, che diventeranno sempre più ossessivi. Il ciclo, ispirato a leggende, vicende storiche e paesaggi naturali, si concluse nel 1879.

Alla base della sua creazione c’era la volontà da parte del compositore di offrire un affresco musicale che potesse diventare simbolo dell’identità nazionale ceca, in occasione delle crescenti spinte patriottiche che animavano il Paese nell’ultimo quarto dell’Ottocento.

In Vltava viene raccontato e vissuto il percorso del fiume Moldava – dalla sorgente nella selva boema fino all’ingresso trionfale a Praga – attraverso una successione di quadri che, sebbene distinti, sono saldamente uniti da una scrittura ciclica e da una sapiente economia di mezzi tematici.

Eccellente il lavoro di quattro percussionisti – timpani, piatti, triangolo, gran cassa – mentre nei momenti più delicati affiora la dolce sonorità dell’arpa.

A seguire Galantai tancock, le danze di Galanta, di Zoltan Kodaly (Kecskemet 1882 – Budapest, 1967), compositore, etnomusicologo e didatta ungherese. Laureatosi in Lettere nel 1906 con una tesi sul canto popolare ungherese, iniziò a studiare il patrimonio popolare della sua terra, associandosi ben presto a Béla Bartok, raccogliendo e trascrivendo melodie popolari in villaggi remoti, in una ricerca che non avrebbe più abbandonato.

Le Danze di Galanta nacquero nel 1933, allorchè la Società Filarmonica di Budapest commissionò a Kodaly un lavoro per celebrare il suo 80-esimo anniversario : l’Autore scelse di richiamare le suggestioni della propria infanzia trascorsa per sette anni a Galanta, cittadina situata lungo la linea ferroviaria tra Vienna e Budapest.

Le danze sono una elaborazione sinfonica raffinata, che prende spunto da edizioni antiche di melodie per banda e dalle formule tipiche della danza ungherese di reclutamento, Verbunkos, strutturata alternando una sezione lenta (lassù)e una veloce (friss). L’inizio è affidato a una specie di richiamo del corno, cui rispondono l’oboe e il clarinetto, con un solismo più lungo, a dettare la melodia.

Particolarmente significativa è la scrittura per gli archi, che alternano momenti di cantabilità distesa a passaggi virtuosistici di notevole brillantezza. In questo modo la danza si eleva da semplice intrattenimento popolare a costruzione sinfonica di ampio respiro. Il cuore dell’opera si trova nella grande sezione centrale, in cui il ritmo del friss esplode in tutta la sua energia.

Non mancano le percussioni – tamburo, triangolo, timpani, gran cassa e glockenspiel – che assieme ai fiati danno un’immagine piena di colori se si ascolta il brano ad occhi chiusi. Meritevole in Kodaly l’aver creato uno stile personale di compiaciuti esotismi, lontano sia dal tardo romanticismo. sia dall’espressionismo.

Dopo la consueta pausa, l’Orchestra ritorna per eseguire il brano più lungo, la Sinfonia n. 2 in Re maggiore, op. 43, in quattro tempi del finlandese Jean Sibelius (Hameenlinna, 1865 – Jarvenpaa, 1957).

Fu un soggiorno a Rapallo nei primi mesi del 1901 lo stimolo a concepire una nuova sinfonia come flusso musicale autonomo, ricca di tensioni interiori e immagini poetiche sottese.

Ultimata a Helsinki nel 1902, l’8 marzo fu eseguita per la prima volta sotto la direzione dello stesso Sibelius. L’accoglienza fu trionfale : il pubblico finlandese, oppresso dalle politiche di russificazione imposte dallo Zar, riconobbe nel crescendo epico e nella catarsi del Finale una sorta di messaggio di resistenza nazionale, un simbolo di speranza collettiva.

La composizione, impostasi subito come la sinfonia più amata e più frequentemente eseguita di Sibelius, appare ancor oggi l’opera più amata del compositore, quella che più spesso appare nei programmi sinfonici e che più chiaramente continua a incarnare – per gli ascoltatori finlandesi e non – l’idea di un cammino dalla lotta alla vittoria, dalle ombre alla luce. Una pagina universale, in cui ciascuno può riconoscere un personale e unico percorso di trasformazione.

Soltanto i timpani, ma con un lavoro notevole e impegnativo, sono utilizzati tra gli strumenti a percussione, mentre trombe, tromboni e tutti gli altri fiati hanno procurato, per così dire, un’esplosione emotiva e di energia che è penetrata nell’animo di chi ascolta.

Un plauso, oltre che all’Orchestra, a Chauhan, pieno di gestualità stimolanti, di smorfie, spesso a bocca spalancata, forse utili a caratterizzare i vari momenti musicali.

Applausi ripetuti, intensi e meritati.

 


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