“Meno uno, Bum Bum, viva il Duce”. Non sono mele marce: è la fascistizzazione delle forze dell’ordine
par Pressenza - International Press Agency
lunedì 27 luglio 2026
Un brigadiere dei Carabinieri in servizio a Bologna inneggia al fascismo, esulta per la morte di un ragazzo e pubblica contenuti che richiamano la distruzione di Gaza. Il problema non è un singolo individuo: è il clima politico che ha reso tutto questo possibile.
“Meno 1 Bum Bum W il Duce”. “Uno in meno che non serve a nulla per questa società”. “Polizia 1 – Risorsa 0”. E ancora: “Sono accompagnato ma se mi incontri per strada attenta, non si sa mai”.
Non sono i commenti di un hater anonimo nascosto dietro un profilo falso. Secondo quanto documentato da Fanpage, a scriverli sarebbe Walter Lombardi, brigadiere dei Carabinieri in servizio a Bologna. Un uomo dello Stato, armato, con anni di esperienza alle spalle, che ha prestato servizio anche all’estero, presso l’ambasciata italiana a Islamabad.
Le parole sono state pubblicate dopo la morte di Abderrahim Fakir, il giovane deceduto durante un intervento di polizia a Bologna.
Non siamo davanti a uno sfogo. Sedici commenti ripetuti ossessivamente. Un’esultanza compulsiva davanti alla morte di un essere umano. E, come se non bastasse, un esplicito omaggio al fascismo: “Viva il Duce”.
Chi continua a parlare di “mele marce” dovrebbe avere il coraggio di guardare la realtà. Perché il problema non è soltanto un brigadiere che inneggia a Mussolini. Il problema è che un appartenente alle forze dell’ordine ritiene normale celebrare pubblicamente la morte di una persona, usare un linguaggio squadrista, intimidire una cittadina che lo critica e farlo senza percepire alcun limite istituzionale o morale.
Fanpage ha inoltre documentato il profilo TikTok del militare. Tra i contenuti compare una lampada con l’effigie di Benito Mussolini. Ma ancora più inquietante è l’immagine di una scatola di Lego con migliaia di mattoncini grigi sparsi e la scritta “Gaza”, un riferimento che richiama la devastazione e la distruzione della Striscia trasformate in una macabra ironia.
Tutto questo racconta che il fascismo non è soltanto un’opinione privata custodita tra le mura di casa. È un immaginario che entra nello spazio pubblico, che si manifesta senza vergogna e che, fatto ancora più grave, appartiene a chi esercita il monopolio legittimo della forza.
È questo il punto politico. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva legittimazione culturale della violenza come linguaggio della politica. Dalla retorica della “legittima difesa” trasformata in licenza di sparare, all’esaltazione di Mario Roggero come eroe nazionale; dalla criminalizzazione sistematica dei migranti alla rappresentazione del dissenso come una minaccia alla sicurezza pubblica. Ogni giorno viene alimentata l’idea che alcune vite valgano meno di altre e che contro determinati soggetti tutto sia consentito.
Dentro questo clima culturale cresce inevitabilmente anche una parte degli apparati dello Stato.
Non si tratta di dire che tutte le forze dell’ordine siano fasciste. Sarebbe falso. Ma è altrettanto falso continuare a fingere che questi episodi siano casuali o isolati. Dai saluti romani agli slogan razzisti, dagli omaggi al Ventennio alle violenze documentate nelle piazze, nelle carceri e nei CPR, emerge un problema strutturale che non può più essere liquidato come la bravata di qualche esaltato.
Perché qui non stiamo parlando di un cittadino qualsiasi. Stiamo parlando di un brigadiere dei Carabinieri. Una persona armata, investita di pubbliche funzioni, chiamata ogni giorno a esercitare poteri enormi sulla libertà e sulla vita delle persone.
Se chi dovrebbe garantire imparzialità arriva a esultare per la morte di un ragazzo e a inneggiare al Duce, allora la questione non riguarda più soltanto la disciplina interna dell’Arma. Riguarda la tenuta democratica delle istituzioni.
Ed è qui che la responsabilità politica diventa inevitabile. Il governo Meloni ha costruito la propria narrazione sull’idea di una sicurezza ottenuta attraverso l’espansione del potere repressivo, lo scudo penale, la criminalizzazione del dissenso e la continua contrapposizione tra “persone perbene” e “nemici”. In questo contesto, la fascistizzazione di una parte degli apparati non nasce dal nulla. È il prodotto di un clima in cui l’autoritarismo viene normalizzato, la violenza viene giustificata e il fascismo smette di essere un tabù per tornare a essere un riferimento culturale esibito con orgoglio.
La domanda, allora, è inevitabile. Questi sono gli uomini chiamati a garantire la nostra sicurezza? E soprattutto: chi protegge i cittadini quando chi porta una divisa manifesta pubblicamente odio, nostalgie fasciste e disprezzo per la vita umana?
Perché uno Stato democratico non può limitarsi ad aprire un procedimento disciplinare. Deve chiedersi come sia stato possibile che un brigadiere arrivasse a sentirsi abbastanza legittimato da scrivere, senza alcun pudore: “Meno uno. Bum Bum. Viva il Duce.” Se quella frase non provoca uno scandalo istituzionale, allora il problema è molto più grande di Walter Lombardi. È il Paese che stiamo diventando.