Libano | Tra il ritiro annunciato da Zawtar al Gharbiya e il vertice di Washington: una tregua ancora tutta da verificare

par Medioriente.net
venerdì 24 luglio 2026

Tre vicende nella stessa giornata raccontano la stessa contraddizione di fondo che attraversa oggi il sud del Libano.

 

Da un lato l’accordo quadro firmato a Washington il 26 giugno inizia il suo primo vero banco di prova sul terreno, con l’ingresso dell’esercito libanese nelle cosiddette «zone pilota»; dall’altro il presidente del Consiglio Nawaf Salam parla da Zawtar al Gharbiya di un «momento nazionale dal grande peso politico e morale», mentre a Washington il presidente Joseph Aoun viene ricevuto da Donald Trump in un clima di cordialità pubblica. Il punto è che questi tre piani, quello militare, quello politico interno e quello diplomatico, non raccontano la stessa storia in modo lineare; anzi, messi insieme, mostrano quanto il processo resti fragile e quanto la parola «ritiro» venga usata con significati diversi da Beirut e da Tel Aviv.

Zawtar al Gharbiya, primo banco di prova sul terreno

L’esercito libanese è entrato per la prima volta a Zawtar al Gharbiya, rimasta chiusa ai suoi abitanti per mesi sotto la pressione militare israeliana; un ingresso concordato con il gruppo di coordinamento militare a guida statunitense (MCG4L), diverso per natura da quanto avviene a Fron e Sreifa, dove i militari libanesi già operavano tramite posti di blocco e pattugliamenti. Le squadre del genio hanno subito avviato la bonifica da ordigni inesplosi, passaggio necessario prima di qualunque rientro della popolazione, in una città in gran parte distrutta. Il primo giorno di attuazione, però, non è filato liscio: unità libanesi hanno subito il fuoco delle forze israeliane durante lo spiegamento, episodio che il comando dell’esercito ha definito capace di ostacolare l’intero processo nelle zone pilota, mentre l’emittente israeliana Kan ha parlato di soldati libanesi che avrebbero attraversato con una ruspa un’area concordata. Nella notte, forze israeliane hanno inoltre condotto operazioni di demolizione nei villaggi di Bara’shit e Hadatha.

Il vertice Aoun Trump: cordialità eccessivamente manifesta, nessun impegno concreto

A Washington, nel frattempo, Aoun ha ribadito l’urgenza di un ritiro israeliano completo dai territori libanesi, condizione che considera essenziale per consolidare la stabilità e restituire allo stato il monopolio della forza; Trump, dal canto suo, ha parlato di relazioni «buone» con il Libano, sottolineando che il presidente libanese «gode di grande rispetto». Dietro la cordialità delle immagini, però, restano diversi segnali problematici: l’aiuto americano promesso resta legato al disarmo di Hezbollah, il presidente statunitense ha evocato un possibile ruolo della Siria nel confronto con il partito, e nel suo linguaggio pubblico il termine «ritiro» è scomparso a favore di un più vago «ridispiegamento» delle forze israeliane.

La strategia israeliana di guadagnare tempo

È proprio su questo scarto tra retorica e fatti che si concentra l’analisi più critica del vertice: l’escalation militare israeliana, proseguita prima e durante l’incontro tra raid, demolizioni e la minaccia di far saltare le gallerie di Shaqif Arnoun con possibili conseguenze geologiche estese, suggerisce che Tel Aviv non sia realmente interessata agli esiti della diplomazia. L’approccio israeliano punterebbe a rovesciare l’ordine delle priorità, trasformando lo spiegamento dell’esercito libanese in un lungo test di sicurezza che precede qualsiasi ritiro, così da mantenersi ampio margine per restare o intervenire quando lo ritenga necessario. Anche l’elogio pubblico di Trump al presidente della Camera Nabih Berri, letto da più parti come un tentativo di dividere l’ambiente sciita separando Berri da Hezbollah, e il riferimento agli accordi di Abramo mentre l’occupazione israeliana continua, rafforzano il sospetto che Washington guardi al Libano come a un tassello di un progetto regionale più ampio, più che come a un dossier da risolvere nei suoi termini propri.


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