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Legge elettorale, preferenze e parità di genere: quando la rappresentanza politica cede il passo alla rappresentanza delle categorie

Legge elettorale, preferenze e parità di genere: quando la rappresentanza politica cede il passo alla rappresentanza delle categorie

par Gerardo Lisco
giovedì 16 luglio 2026

Il Governo è andato sotto di un voto durante l'esame della nuova legge elettorale, nello specifico sull'emendamento relativo all'introduzione delle preferenze. Il disegno di legge nel suo complesso non rappresenta certamente il migliore dei sistemi possibili, ma il dibattito sviluppatosi nelle ultime ore ripropone un copione che si ripete ormai da oltre trent'anni.

Dagli anni Novanta il ceto politico, di destra, di sinistra e di centro, tenta sistematicamente di risolvere i problemi della democrazia italiana modificando la legge elettorale. Ogni riforma viene presentata come la soluzione definitiva in nome della governabilità e della stabilità istituzionale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ogni nuova legge elettorale si è rivelata, nei fatti, peggiore della precedente.

Tra le critiche rivolte alla proposta del Governo Meloni vi è persino quella di chi ha richiamato la Legge Acerbo del 1923, fortemente voluta da Mussolini. Il semplice confronto tra i due sistemi dimostra quanto questo parallelo sia improprio. La proposta oggi in discussione può essere criticata sotto molti aspetti, ma non presenta alcuna analogia sostanziale con la legge che aprì la strada alla dittatura fascista.

Molte delle osservazioni formulate anche da autorevoli costituzionalisti sembrano inoltre trascurare un elemento decisivo: la riduzione del numero dei parlamentari. Una riforma approvata sull'onda dell'antipolitica che considero, nella sostanza, una riduzione della qualità della rappresentanza democratica. Così come la revisione del Titolo V della Costituzione, anche la diminuzione del numero dei parlamentari avrebbe richiesto una revisione complessiva dell'assetto costituzionale, salvaguardando naturalmente i Principi fondamentali.

Nel frattempo, però, anche quei principi sono stati progressivamente reinterpretati. L'evoluzione della legislazione ordinaria, della giurisprudenza costituzionale e soprattutto il peso assunto dai Trattati dell'Unione europea hanno modificato quella che i costituzionalisti definiscono la Costituzione materiale. Da tempo l'interpretazione della Carta si sviluppa entro una cornice profondamente influenzata dall'impostazione neoliberale e dai vincoli esterni derivanti dall'integrazione europea.

Venendo all'emendamento respinto, la proposta prevedeva una scheda con il capolista della coalizione e candidato premier, affiancato da sei candidati tra i quali l'elettore avrebbe potuto esprimere fino a tre preferenze. Qualora fossero state espresse due o tre preferenze, sarebbe entrato in funzione il meccanismo già previsto per le elezioni europee, imponendo l'alternanza di genere. Lo stesso candidato avrebbe inoltre potuto presentarsi in non più di cinque collegi plurinominali.

Ciò che mi ha colpito maggiormente non è stato tanto il contenuto tecnico dell'emendamento, quanto la reazione trasversale di numerose parlamentari, che già nei giorni precedenti avevano denunciato l'insufficiente tutela della parità di genere. Emblematico è stato l'intervento dell'onorevole Luana Zanella, che ha individuato nella mancata rappresentatività il principale limite della proposta.

È difficile non rilevare come quella convergenza abbia contribuito in modo decisivo alla bocciatura dell'emendamento. Si è assistito ad una mobilitazione parlamentare costruita non tanto attorno ad una diversa idea di sistema elettorale, quanto alla difesa di una specifica modalità di rappresentanza.

Ed è proprio qui che, a mio avviso, emerge il nodo politico più interessante.

Da molti anni la democrazia rappresentativa sta progressivamente cedendo il passo ad una rappresentanza di tipo identitario e corporativo. Non si rappresentano più i cittadini in quanto appartenenti ad una comunità politica nazionale, ma gruppi sociali definiti dal genere, dall'età, dall'origine etnica, dall'orientamento sessuale o da altre appartenenze particolari. La cittadinanza tende così a dissolversi in una somma di categorie, ciascuna delle quali rivendica una propria quota di rappresentanza.

È un cambiamento profondo della cultura politica occidentale.

La tradizione costituzionale liberale e democratica si fondava sull'idea che il parlamentare rappresentasse l'intera Nazione. L'articolo 67 della Costituzione italiana afferma infatti che ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le proprie funzioni senza vincolo di mandato. Oggi, invece, la rappresentanza tende sempre più ad essere concepita come rappresentanza di interessi particolari, di categorie e di identità specifiche.

Personalmente ho sempre guardato con una certa diffidenza all'introduzione delle preferenze. Ritengo infatti che il parlamentare debba rappresentare innanzitutto l'interesse nazionale. Anche quando tutela le esigenze del territorio nel quale è stato eletto, la sua azione non può mai perdere di vista una visione unitaria del Paese.

Il problema, tuttavia, è ancora più profondo.

L'attuale Parlamento è composto in larga misura da parlamentari scelti dalle segreterie dei partiti. Le candidature sono il risultato di decisioni verticistiche, spesso riconducibili agli apparati o, in alcuni casi, alla volontà del leader. Molte delle forze politiche contemporanee hanno assunto la forma di cartelli elettorali costruiti attorno alla figura del capo politico e sostenuti da precisi interessi economici e finanziari.

In un simile contesto, discutere esclusivamente di quote di genere significa affrontare un problema secondario ignorando quello principale. La questione decisiva non è il sesso dei candidati, ma il modo in cui vengono selezionati.

Una democrazia non migliora automaticamente perché aumenta la presenza femminile nelle istituzioni, così come non peggiora perché aumenta quella maschile. Migliora quando gli eletti sono liberi, competenti, autonomi e realmente responsabili nei confronti degli elettori.

L'Europa offre, da questo punto di vista, un esempio significativo. Le principali istituzioni europee sono oggi guidate da donne: Ursula von der Leyen alla Commissione europea, Roberta Metsola al Parlamento europeo, Kaja Kallas quale Alto rappresentante per la politica estera e Christine Lagarde alla Banca centrale europea. La loro presenza dimostra che l'accesso delle donne ai massimi livelli delle istituzioni è ormai una realtà consolidata. Ciò non significa, però, che le politiche adottate siano automaticamente più attente alla pace, alla riduzione delle disuguaglianze sociali, alla difesa del welfare o al contrasto della povertà. Le scelte politiche dipendono dalle culture politiche, dagli interessi rappresentati e dagli assetti di potere, non dal genere di chi ricopre una determinata carica.

Per questa ragione considero discutibile qualsiasi meccanismo che imponga all'elettore di distribuire obbligatoriamente le proprie preferenze in funzione del genere dei candidati. Da cittadino vorrei poter votare liberamente la persona che considero più preparata, più autorevole e più capace, indipendentemente dal fatto che sia un uomo o una donna. Allo stesso modo vorrei poter esprimere tre preferenze tutte a favore di candidate donne, qualora le ritenessi le migliori.

La rappresentanza democratica dovrebbe fondarsi esclusivamente sul consenso libero dell'elettore e sul merito dei candidati.

Comprendo, pertanto, il riferimento di Giorgia Meloni alla "palude", pur senza condividere integralmente la proposta di riforma del Governo. Le quote di genere finiscono infatti per rappresentare una risposta di carattere prevalentemente corporativo ad un problema che è, prima di tutto, politico e democratico.

Il rischio è che la politica continui ad essere interpretata come amministrazione di interessi organizzati e che il corpo elettorale venga ridotto ad un semplice mercato di consenso da segmentare attraverso quote, appartenenze e categorie. È la stessa logica che trasforma il cittadino in consumatore e la politica in marketing elettorale.

La vera questione, dunque, non è la parità di genere, ma la crisi della rappresentanza politica. Se il Parlamento continua ad essere composto da nominati, se la selezione della classe dirigente rimane nelle mani delle oligarchie partitiche e se la rappresentanza viene progressivamente sostituita dalla rappresentanza delle categorie, nessuna legge elettorale riuscirà a restituire ai cittadini la sovranità che la Costituzione attribuisce loro.

Il mio auspicio è che il Parlamento non produca l'ennesima legge elettorale costruita per risolvere gli equilibri tra le forze politiche e, in prospettiva, per favorire nuove stagioni di governi tecnici. Il rischio è che anche il dibattito sulla parità di genere, così come molte altre questioni, venga utilizzato come elemento di una strategia più ampia che, da tempo, tende a comprimere gli spazi della democrazia rappresentativa e della sovranità popolare.

Vi è, tuttavia, un ulteriore aspetto sul quale vale la pena soffermarsi. La progressiva affermazione delle quote, non solo di genere ma anche di altre forme di rappresentanza identitaria, è il sintomo di una trasformazione molto più profonda della democrazia occidentale.

Nella tradizione dello Stato moderno il Parlamento non è mai stato concepito come il luogo nel quale vengono riprodotte in modo proporzionale tutte le categorie sociali esistenti. Il parlamentare, una volta eletto, rappresenta l'intera Nazione e non il gruppo sociale, economico o culturale dal quale proviene. È questo il significato profondo dell'articolo 67 della Costituzione, che esclude espressamente il vincolo di mandato.

Negli ultimi decenni questa concezione è stata progressivamente sostituita da un'altra idea di rappresentanza. Il cittadino non viene più considerato come parte di una comunità politica unitaria, ma come appartenente ad una molteplicità di gruppi: uomini e donne, giovani e anziani, lavoratori dipendenti e autonomi, minoranze linguistiche, etniche, religiose o sessuali. La politica non è più chiamata a comporre tali differenze in un interesse generale, ma a garantire ad ogni gruppo una propria quota di potere.

È una trasformazione culturale prima ancora che istituzionale. La società viene interpretata come un insieme di interessi particolari in competizione tra loro e la funzione della politica si riduce progressivamente alla loro mediazione. L'interesse nazionale tende così a dissolversi in una sommatoria di rivendicazioni settoriali.

Da questo punto di vista le quote rappresentano il punto di approdo di una concezione della democrazia che sostituisce il principio della cittadinanza con quello dell'appartenenza. Non conta più ciò che un individuo pensa, propone o realizza, ma la categoria alla quale appartiene. Il rischio è quello di passare dalla rappresentanza politica alla rappresentanza sociologica, nella quale il valore del rappresentante non viene più misurato sulla qualità delle sue idee o sulla capacità di perseguire il bene comune, bensì sulla sua appartenenza ad una determinata identità.

Non è questa, a mio avviso, la strada indicata dalla Costituzione repubblicana. L'eguaglianza non consiste nell'attribuire quote predeterminate di potere ai diversi gruppi sociali, ma nel garantire a ciascun cittadino le stesse opportunità di partecipazione politica, lasciando poi che siano gli elettori, attraverso il voto libero, a scegliere chi ritengono più competente e più autorevole.

La democrazia rappresentativa vive di libertà di scelta, non di vincoli imposti all'elettore. Ogni limitazione preventiva della libertà di voto, anche quando nasce da finalità condivisibili, rischia di alterare quel rapporto diretto tra cittadino e rappresentante che costituisce il fondamento stesso della sovranità popolare.

Il vero obiettivo dovrebbe essere un altro: ricostruire partiti democratici, trasparenti e aperti, capaci di selezionare la classe dirigente sulla base del merito, della competenza e della credibilità. Se la selezione continua invece ad avvenire attraverso cooptazioni, fedeltà personali o appartenenze organizzate, nessuna quota, di genere o di qualsiasi altra natura, potrà restituire qualità alla nostra democrazia.

 


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