Le inaccettabili condizioni di lavoro dei professionisti dello spettacolo
par Pressenza - International Press Agency
venerdì 14 agosto 2026
La condizione di lavoro nel cinema e nello spettacolo dal vivo si caratterizza per la discontinuità, per le difficoltà nell’accesso al welfare, per la difficoltà di programmare gli impegni futuri, per i tempi non riconosciuti per la preparazione, lo studio e l’autopromozione, per i ritmi frenetici e gli orari lunghi nei periodi di lavoro, per le condizioni di salute e sicurezza, per le molestie, le retribuzioni, la difficoltà nel far rispettare i contratti nazionali, per il ricatto di una domanda di lavoro spesso sottopagata o in nero e per l’impatto e i rischi dell’Intelligenza Artificiale sul settore.
(Foto di Fondazione Di Vittorio)
E’ quanto certifica una ricerca del Sindacato lavoratori della comunicazione–SLC Cgil e della Fondazione Di Vittorio, dal titolo “Scena e Schermo. Indagine sulle condizioni di lavoro nel mondo del live e del cineaudiovisivo”, realizzata sulla base di 2.300 questionari. Il principale dato che emerge è la continuità e la presenza di elementi trasversali al Cinema quanto al Live, settori a volte attraversati dalle stesse professionalità, diversi per alcuni aspetti, dal tipo di lavoro alla committenza, ma con importanti tratti comuni su tutto ciò che riguarda la condizione di lavoro e la strutturale discontinuità. A eccezione di chi lavora in pianta stabile nelle Fondazioni e nei Teatri nazionali (sono una minoranza del campione, l’11,5% e non tutti con contratto a tempo indeterminato), la condizione di lavoro è per tutti e tutte discontinua, fatta di tanti lavori e spesso tanti committenti (il 75% ha più commesse, il 70% più committenti), dove il contratto a tempo indeterminato è quasi una anomalia e anche tra chi lavora da tempo si susseguono periodi di lavoro frenetico a periodi di inattività (il 73% del campione dichiara di aver avuto periodi di non lavoro negli ultimi 12 mesi, per la metà di questi anche oltre i 4 mesi).
Sono lavoratori e lavoratrici continuamente alla prova con l’incertezza (solo il 15% del campione ha certezza dei propri programmi quando finirà l’attuale impegno lavorativo), alle prese con programmi e impegni che frequentemente saltano (62%), ritardano (69%) o si sovrappongono (76%). Più o meno sempre impegnati nell’attività non retribuita di autopromozione (riguarda il 90% delle professioni interpretative, per le quali nel 73% dei casi occupa “tanto” tempo) e formazione continua (il 73% dell’intero campione svolge formazione, circa un terzo fa formazione mentre lavora, un altro terzo nei periodi di non lavoro e, pressoché tutti, 85%, a proprio carico), con una buona parte di lavoro informale di preparazione perlopiù non pagato (condizione che riguarda l’80% del campione e nel 58% dei casi non è retribuita).
“È un mondo discontinuo, quindi, ma al tempo stesso frenetico nei periodi di attività, si legge nella ricerca. Molti degli intervistati dichiarano infatti ritmi di lavoro alti (73%, soprattutto nel Cinema) e orari ben oltre le 40 ore a settimana (il 50% del campione lavora oltre le 40 ore, di questi circa il 60% senza che le ore extra vengano retribuite). Un mondo in cui è difficile assentarsi anche quando si sta male (solo il 12% è stato in malattia negli ultimi 2 anni e il 50% dice che è alta la probabilità di lavorare anche quando dovrebbe essere in malattia) e in cui, non meno che in molte altre professioni, la fatica fisica e lo stress mentale logorano i corpi (il 70% dichiara di soffrire di disturbi muscolo-scheletrici e di stress, con percentuali molto alte, a seconda della professione, di disturbi specifici, alla vista, all’udito, alla voce etc). Per non parlare della tossicità delle relazioni e degli ambienti di lavoro, soprattutto per le donne (il 50% delle donne dichiara di aver subito recentemente o in passato molestie sul lavoro. È un dato molto negativo, trasversale a tutte le professioni, non soltanto quelle interpretative e ben superiore all’ultimo dato Istat disponibile: 13%, indagine del 2022).
È un mondo, inoltre, in cui c’è poca remora a offrire proposte di lavoro sottopagate (indipendentemente dal fatto che abbiano accettato o meno, al 77% sono capitate negli ultimi due anni offerte di lavoro pagato poco), non pagate (51%) o in nero (45%). Una condizione di costante ricatto che è spesso l’unica alternativa per i più giovani che vogliono accedere alla professione, ma che comunque continua a essere proposta in larga parte a tutti, rendendo così più debole anche la condizione di chi è arrivato a un punto tale della propria carriera da potersi permettere di rifiutare.
E il futuro è reso ancora più incerto dal rischio delle nuove tecnologie digitali, percepite da tutti, anche dai più giovani, come rischiose, non soltanto per la possibile perdita di posti di lavoro (il 35% percepisce un rischio alto), ma soprattutto per la svalorizzazione delle professionalità (58%), la riduzione dei salari (42,5%), la violazione del copyright (57%) e dai dati sensibili (56%), ma soprattutto la peggiore qualità del prodotto realizzato (58%). I più preoccupati lavorano nel doppiaggio (preoccupazione alta 85%), ma percentuali molto alte si registrano anche per fotografi, figuranti, trucco e acconciatura (sopra il 60%), casting (56%), post produzione (50%). Molto preoccupati anche sceneggiatori, attori e cantanti.