Lavoro dignitoso. Pensioni dimenticate: il diritto che il Primo Maggio ignora.

par Gregorio Scribano
lunedì 4 maggio 2026

“Lavoro dignitoso” è lo slogan scelto da CGIL, CISL e UIL per il Primo Maggio. Uno slogan condivisibile, necessario, perfino urgente in un Paese dove precarietà, bassi salari e insicurezza continuano a segnare la vita quotidiana di milioni di persone.

Eppure, in questo coro unitario, colpisce un’assenza: quella delle pensioni. Come se la dignità del lavoro si esaurisse nel presente, senza interrogarsi sul suo naturale approdo: la pensione!

E invece la pensione è parte integrante del lavoro dignitoso. È il suo completamento. È il riconoscimento di una vita spesa tra fabbriche, uffici, cantieri, campi, scuole, ospedali. Ignorare questo passaggio significa accettare implicitamente l’idea che si possa lavorare sempre più a lungo per ricevere sempre meno.

Dal palco di Porto Marghera, Maurizio Landini ha richiamato con forza i temi della giustizia sociale, dei salari e dei diritti. Ha parlato di precarietà, di sicurezza, di fiscal drag, di sanità pubblica. Ha denunciato un sistema che penalizza lavoratori e pensionati sul piano fiscale, mentre favorisce rendite e profitti. Parole nette, condivisibili, che fotografano un disagio reale.

Ma proprio per questo, l’assenza di un riferimento strutturato al tema previdenziale pesa ancora di più.

Perché il nodo è evidente: si continua a ripetere che il sistema “non regge” se non si allunga l’età lavorativa. Ma allora chi deve reggere davvero? I conti pubblici o le persone? È accettabile chiedere a lavoratori già provati da carriere discontinue, stipendi bassi e contributi frammentati di restare attivi fino a 70 anni – o oltre – per poi ricevere pensioni insufficienti?

Il rischio è quello di un cortocircuito sociale. Da un lato si invoca lavoro dignitoso, dall’altro si accetta una prospettiva di vecchiaia segnata dall’incertezza economica. Si difendono i salari, ma si tace sulla loro traduzione futura in assegni pensionistici adeguati. Si denuncia la pressione fiscale su lavoratori e pensionati, ma non si costruisce una visione complessiva che tenga insieme lavoro, contribuzione e diritti nel lungo periodo.

In questo silenzio sulle pensioni non c’è solo responsabilità politica. C’è anche una responsabilità culturale e sindacale. Perché se è vero che “chi tace acconsente”, allora il rischio è che passi l’idea che allungare indefinitamente la vita lavorativa sia inevitabile, quasi naturale. Ma non è così! Non lo è perchè è una scelta politica. E come tale dovrebbe essere discussa, contestata, negoziata.

Il lavoro dignitoso non può essere solo una parola d’ordine. Deve essere una promessa mantenuta lungo tutto l’arco della vita: dall’ingresso nel mercato del lavoro fino al diritto ad una pensione che garantisca autonomia e rispetto. Senza questa continuità, lo slogan resta incompleto. E la dignità... sospesa!

E allora la domanda resta aperta: quando avremo davvero una “Pensione Dignitosa”? Forse quando smetteremo di considerarla un costo da contenere e inizieremo a trattarla come parte integrante della dignità del lavoro.

Perché non basta lavorare con dignità. Bisogna anche poter smettere con dignità.

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