Lampedusa? Il problema è altrove: nei pregiudizi di molti italiani

par Daniel di Schuler
giovedì 31 marzo 2011

"Si può trovare di tutto nei dibattiti sulla presenza d’extracomunitari in italia, razzismo e pregiudizio, ignoranza e provincialismo, ma d’intelligenza solo poche e sporadiche tracce. E di sincerità ancora meno".

Che tristezza veder Bersani, nell’ultima puntata di Ballarò, proclamare con orgoglio il proprio non essere buonista; l’aver addirittura dimostrato, dati alla mano, che la sua parte, quando ha governato, è stata più dura della destra in termini d’immigrazione.

Non resta proprio nessuno, dunque, nella nostra politica che, su un tema tanto importante, cerchi d’essere non buonista o cattivista, ma solo intelligente.

Perché si può trovare di tutto nei dibattiti sulla presenza d’extracomunitari in Italia, razzismo e pregiudizio, ignoranza e provincialismo, ma d’intelligenza solo poche e sporadiche tracce. E di sincerità ancora meno.

Nessuno, per iniziare, dice la cosa più ovvia, che è sotto gli occhi di chiunque giri per le nostre città, dimostrata da qualunque statistica sull’argomento: per quanto si voglia esser duri, gli extracomunitari in Italia entrano ad ogni modo. Entrano e spesso ci restano: a gennaio, secondo l’ISTAT, abitavano nel nostro paese 4.563.000 stranieri con regolare permesso di soggiorno a cui andavano aggiunti i clandestini: un numero qualunque tra i 650.000 e il milione, secondo la fonte cui si vuol dar credito.

Sempre secondo l’Istat, nel corso del 2010, con tutti gli sforzi fatti per contrastare l’arrivo di clandestini via mare, dopo aver firmato i vergognosi accordi con la Libia, il numero di stranieri residenti in Italia è aumentato di 328.000 unità.

Dovrebbero bastare quelle cifre per far intendere come a Lampedusa non stia avvenendo alcun esodo biblico e che, per converso, spendere denari per riportare indietro quelle poche migliaia di persone non ha il minimo senso pratico; non cambia di un millimetro la composizione della nostra società né allontana di un sol giorno la creazione, di fatto già avvenuta, di un’Italia multietnica. Di più ancora: basta guardare le statistiche per capire che è tutta la politica dell’immigrazione che non funziona; si trasforma quella che potrebbe essere, e di fatto è, una risorsa in una spesa per il bilancio dello stato (il mantenimento dell’inutile apparato di repressione) senza ottenere, se l’obiettivo è fermare l’arrivo degli immigrati, alcun risultato significativo.

Restando all’argomento costi: il fatto che si sia arrivati a celebrare come un successo gli accordi con Gheddafi che alla modica spesa di 5 miliardi di euro ci avrebbero permesso di fermare 20 mila migranti l’anno sulle coste libiche - in realtà indirizzandoli su altre rotte - è stato, poi, uno dei momenti in cui il quoziente intellettivo nazionale ha raggiunto i suoi punti più bassi.

Supponete un rendimento dei nostri titoli di stato del 5%, nei prossimi anni. Per fermare quei 20.000, ogni anno dovremmo sborsare 250 milioni di puri interessi; 12.500 euro per ogni potenziale immigrato: se avete ancora voglia d’applaudire, evidentemente, non siete tra quelli che pagano le tasse e quegli euro devono cavarsi di saccoccia.

Ma c’è una questione più fondamentale che va affrontata; nel ‘46 il nostro governo “vendette” 50.000 lavoratori italiani al Belgio al modico prezzo di 2 tonnellate e mezzo di carbone cadauno. Per i paesi del nord Europa, più in generale, i nostri emigranti sono stati uno dei motori del loro sviluppo economico: se li venivano a prendere.

A sentire invece i nostri politicanti, ovviamente di destra e ora pure di sinistra, pare che l’immigrazione in Italia sia un problema.

C’è qualcuno che mi sa spiegare, usando le statistiche, il perché?

Voglio vedere le cifre di questo enorme disagio che l’arrivo degli immigrati ha causato agli italiani; una simile tragedia, per certo, deve avere lasciato una traccia statistica.

In linea trovate tutti i numeri che vi servono per ragionare.

Scoprirete, per esempio, che l’Italia è in generale uno dei paesi più sicuri d’Europa, che la criminalità è in calo da perlomeno un ventennio, che gli immigrati rappresentano ormai oltre il 10% del PIL nazionale, che hanno tassi di disoccupazione, per i maschi, simili o più bassi a quelli degli italiani, che la loro propensione a delinquere, a pari fascia d’età e sesso è, sostanzialmente la stessa degli italiani. Di più; che i tassi di criminalità - cambiano a volte i crimini - sono gli stessi tra europei, africani, e sudamericani, con buona pace per chi vorrebbe selezionare gli immigrati in base alla provenienza, e che, in generale gli stranieri che lavorano da noi evadono le tasse meno degli italiani.

L’immigrazione, dunque, è sì un problema, ma un problema di razzismo e xenofobia da parte di tanti nostri connazionali, non altro.

Una politica “intelligente” dovrebbe prendere in considerazione la realtà, cercare di governarla, e cercare d’evitare all’Italia gli errori commessi da altri paesi nei confronti degli immigrati.

Prima di tutto bisognerebbe avere il coraggio di dire che è perfettamente inutile tentare di bloccare gli immigrati alla frontiera; che non ci riusciamo noi e non ci riesce nessuno stato di dimensioni comparabili al nostro o maggiori. Molto meglio dare un visto a chiunque si presenti alle nostre frontiere con un biglietto di ritorno pre-pagato e una somma in denaro, da stabilirsi, che garantisca all’immigrato la possibilità di vivere del suo, nel nostro paese, fino alla scadenza del visto. Se entro quella data  avrà trovato lavoro, o dimostrerà d’aver ricevuto altro denaro, potrà restare, altrimenti, con grande dispiacere da parte nostra, dovrà prendere quel volo di ritorno per cui ha già il biglietto. Non è una norma buonista (leggi simili sull’immigrazione sono in vigore in molti paesi) e neppure provocherebbe l’arrivo di un solo immigrato in più: in Italia potrebbero venire, dati i costi, solo gli stessi che ci possono venire ora, solo che il denaro, anziché consegnarlo alle mafie che gli garantiscono il passaggio, potrebbero utilizzarlo per superare i primi difficili mesi nel nostro paese.

Dove la politica davvero può fare molto è nel favorire l’integrazione dei nuovi arrivati nella nostra comunità. Non si dovrà permettere, innanzitutto, la creazione di quartieri di soli immigrati e, peggio ancora, d’immigrati tutti provenienti da questo o quel paese: il problema dei ghetti si risolve, semplicemente, impedendo che nascano. La scuola pubblica deve restare il perno del sistema educativo italiano e diventare il motore dell’integrazione: è già cosi e le cose stanno andando molto meglio di quanto nessuno abbia il coraggio di dire. Tutti gli insegnanti di scuole superiori che conosco, non molti, ma tutti al lavoro in grandi città del nord con una forte presenza di stranieri, sono concordi nell’affermare che gli stranieri sono i loro migliori allievi; che studiano di più, con la voglia di rivincita tipica degli immigrati di seconda generazione, e sono in genere più disciplinati dei loro compagni di classe italiani.

Resta che non potremo governare in modo efficace l’immigrazione se prima non ci libereremo di quei porci neri che sono la vera piaga del nostro paese; che ne fanno qualcosa di meno della potenza europea che potrebbe essere. Sto parlando, ovviamente, del lavoro nero e dell’economia nera. E’ facendo lavori in nero che gli immigrati irregolari possono sopravvivere; è quell’economia che del lavoro nero, e degli immigrati irregolari, ha bisogno.

La lotta all’evasione fiscale e contributiva dovrebbe essere la priorità dell’azione del governo e il primo punto dei programmi dell’opposizione: questa è la verità.

Finche gli italiani non pagheranno, tutti, le tasse, non si può neppure pensare d’iniziare a costruire un paese moderno; l’Italia non sarà abitata da veri cittadini, ma da una plebe che, per il modesto sconto di qualche euro di tasse, è prontissima a svendere i propri diritti.

E’ a quest’italia plebea che si rivolge la peggior politica; è questa l’Italia plebea che è vittima di ogni populismo.

Sulla pelle di chi sta a Lampedusa, abitanti dell’isola e esuli, questo è quel che si sta facendo: populismo del più vomitevole.

 Anche di questo, un giorno, ci vergogneremo.


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