La voce delle donne in un mondo attraversato dalla guerra

par Laura Tussi
martedì 9 settembre 2025

In un mondo attraversato da guerre e conflitti che lacerano intere popolazioni, la voce delle donne emerge come uno dei pochi punti fermi di resistenza morale e civile. Nei territori devastati dalla violenza armata, sono spesso loro a custodire la memoria, a mantenere viva la speranza e a trasformare il dolore in impegno per la pace.

di Laura Tussi su FARO DI ROMA

In Ucraina come in Palestina, in Siria come in Sudan, le donne non sono solo vittime delle devastazioni belliche, ma anche protagoniste di reti di solidarietà che garantiscono sopravvivenza, educazione e sostegno psicologico alle comunità ferite. Le madri ucraine che denunciano la perdita dei figli al fronte, le donne palestinesi che si organizzano per salvare i bambini sotto i bombardamenti, le attiviste afghane che continuano a reclamare diritti fondamentali anche sotto regimi oppressivi: tutte queste esperienze testimoniano la capacità femminile di resistere e di farsi portavoce di una visione diversa del mondo.

Un esempio emblematico è rappresentato dalle Donne in Nero, movimento internazionale nato a Gerusalemme negli anni Ottanta, che continua a manifestare silenziosamente contro la guerra e l’occupazione in varie città del pianeta. Allo stesso modo, le **Madri di Plaza de Mayo** in Argentina hanno mostrato come il dolore per la perdita dei propri figli possa trasformarsi in lotta politica e civile, contro la dittatura e per la verità.

Queste voci femminili, spesso ignorate dai media mainstream e dai tavoli diplomatici, hanno però un valore universale: mostrano che la pace non è una retorica astratta, ma un impegno quotidiano, costruito nel silenzio dei gesti di cura, nella difesa dei più fragili e nella capacità di opporsi a una logica di dominio che continua a produrre distruzione.

C’è dunque uno specifico ruolo delle donne nella cultura intesa come espressione e processo del pensiero, come presa di coscienza attraverso le esperienze e le manifestazioni del riflettere, dell’agire, del comunicare? In una cultura intesa come rielaborazione teorica dell’esperienza, ma anche insieme di pensieri ed atteggiamenti dominanti, tradotti in comportamenti individuali e collettivi?

Per capirlo è necessario domandarsi quale sia stato – e quale sia oggi – il contributo delle donne alla formazione delle linee culturali che prevalgono e caratterizzano il nostro vivere associato.

Di fatto (anche se ci sono donne di potere che preferiscono parlare di se stesse al maschile, come Giorgia Meloni, e guerrafondaie come Ursula von der Leyen) il ruolo delle donne emerge con forza come custode e generatrice di cultura di pace. Non solo protagoniste nelle lotte quotidiane per i diritti civili, sociali e politici, ma anche portatrici di un pensiero alternativo, capace di coniugare giustizia e cura, solidarietà e resistenza nonviolenta.

La cultura che nasce dalle donne, infatti, non si esprime soltanto nelle aule accademiche o nelle istituzioni, ma si radica nelle pratiche di vita, nei movimenti popolari, nelle reti di cooperazione che, in tante aree del pianeta, resistono alla logica distruttiva dei conflitti. È una cultura che si oppone all’indifferenza e alla sopraffazione, proponendo invece **un modello relazionale e comunitario**, indispensabile per immaginare un futuro diverso.

In un tempo in cui la guerra sembra imporsi come linguaggio dominante, il contributo delle donne è un richiamo alla responsabilità collettiva: la pace non è solo assenza di conflitto, ma costruzione quotidiana di giustizia sociale, di dignità condivisa, di riconoscimento reciproco. Ed è su questo terreno che la cultura, intesa come processo vivo e critico, trova oggi la sua massima urgenza e necessità.

Riconoscere la soggettività della donna corrisponde a riconoscere anche la differenza: la pari dignità non viene stabilita sulla base di una omogeneizzazione dei due sessi, ma sulla identificazione della differenza come valore. Non si vuole qui fare l’elogio del pensiero della differenza sessuale (che è comunque un momento alto della partecipazione femminile all’elaborazione culturale) ma sottolineare ancora una volta che la rilevazione della differenza sessuale come positività dà diritto di cittadinanza culturale a tutte le altre differenze (etnica, culturale appunto, ma anche di età, di salute, di stato sociale ecc.). Ciò sembra importante soprattutto in un momento in cui le differenze etniche-culturali stanno spaccando nazioni, anche da lungo tempo costruite sull’unione di etnie diverse, in tanti piccoli satelliti.
Significato di cultura e di pace
Quando si parla di cultura e di pace il legame che immediatamente opera nell’immaginario delle donne comuni è con il sostantivo “insegnante”. Il termine “Cultura”, per la maggior parte delle donne è messo in rapporto con i paludamenti accademici. Non ci si rende conto di “fare cultura” anche nella quotidianità della vita. Quindi “cultura” recepita genericamente sembrerebbe tutt’altro che insensibile alla differenza come valore. Ma le donne devono cambiare atteggiamento smettere il senso di inferiorità che ancora coglie le più semplici (che quindi si ritengono al di fuori).

Lo specifico femminile nella costruzione della pace

Uno dei motivi per cui la donna è anche penalizzata, è che ancora attualmente “cultura” sembra far paio unicamente con razionalità. Nella scuola il progetto formativo dovrebbe tendere a formare la persona, cioè un’entità complessa. In realtà ancora oggi tendiamo a formare unicamente delle teste, dimenticandoci del cuore, cioè dell’importanza dei sentimenti pure accanto ai ragionamenti. La diversità femminile dovrebbe contribuire pesantemente a fare recuperare l’unità, non soltanto allora nell’immagine, ma soprattutto nella formazione. La donna deve esprimere la sua diversità, non annullarsi, a vantaggio anche dell’uomo dello stesso pensiero.

Gli obiettivi e le conquiste nel postsessantotto

Dopo gli anni ’60 la cultura ed il costume cambiano in favore della donna, e la donna affronta con più serenità il confronto con le differenze anche in campo sessuale. Era l’epoca in cui si deponeva per sempre il grembiule nero ed il colletto bianco per indossare anche nei posti di lavoro, pratici pantaloni.
Le donne partecipano agli avvenimenti del ’68 ma sono dedite per la maggiore alle vettovaglie ed ai ciclostili; venivano chiamate “angeli dei ciclostili”, ma le rivoluzioni politi-che erano gestite dagli uomini.
Esce nel 1963 l’enciclica “Pacem in terris” di Papa Giovanni XXIII° che sottolinea “l’ingresso della donna nella vita pubblica” come uno dei “segni dei tempi” insieme alla questione giovanile ed alla questione operaia. E’ una prima; importante indicazione della sollecitudine della Chiesa per le novità della storia ed in essa della storia femminile.

Sempre nel 1963 la legislazione italiana emana importanti provvedimenti a favore delle donne: il primo, datato 9 gennaio 1963, a portata storica e la legge che impone divieto di licenziare le lavoratrici per cause di matrimonio; è una svolta del costume. Il lavoro professionale è messo sullo stesso piano, anziché sul piano inferiore della famiglia. Il 9 febbraio un altro provvedimento storico: le donne sono ammesse per legge a tutti i pubblici uffici ed a tutte le professioni con l’abrogazione della legge di memoria fascista che impediva alle donne di insegnare lettere e filosofia nei licei.

Gli anni 70 segnano uno spartiacque nella vita delle donne. Continua la strategia della tensione; sul fronte femminile sono anni di grande risveglio e vedono il nascere dei primi gruppi di autogestione caratterizzati da un rigido separatismo degli uomini.
Nel 1975 vanno al varo le leggi di tutela della famiglia e del lavoro nonché quelle in materia di divorzio ed aborto. Tina Anselmi, deputata veneta e promotrice della legge 903 diventa ministro del lavoro ed è la prima donna che si occupa della parità tra uomini e donne in materia di lavoro. E’ voglia di carriera, non più segretaria del capo. Con l’emancipazione concessa dal voto, il riconoscimento della parità è da considerarsi conquistato a tutti gli effetti.

Le donne dopo il Concilio Vaticano II

Parte un ponte fra il femminismo di matrice laico-marxista e la novità del Concilio e ci si pone una domanda: il vangelo, il cristianesimo, non hanno nulla da dire a proposito del movimento delle donne?
La Chiesa è davvero la nemica numero due delle donne?

Il rapporto Chiesa-donne in quegli anni è molto importante. La Santa sede istituisce una commissione di studio circa la funzione della donna nella società e nella Chiesa. Paolo VI fa un’esortazione apostolica: “marialis cultus”, con riferimenti significativi a Maria in rapporto alla condizione della donna in contesti e culture diverse.

san Giovanni Paolo II aveva dedicato particolare attenzione alla questione femminile, in particolare con la Mulieris Dignitatem (1988) e con la Lettera alle donne (1995). In quei testi sottolineava la dignità e la vocazione delle donne, invitando la Chiesa e la società a riconoscere il loro contributo insostituibile, pur rimanendo ancora in un quadro tradizionale che non metteva in discussione i limiti posti all’accesso ai ministeri ordinati. Tuttavia, quel magistero costituì un primo passo per aprire un discorso più ampio sulla presenza femminile nella vita ecclesiale.

Con papa Francesco questo cammino ha avuto un’accelerazione concreta. Il pontefice argentino ha ribadito più volte che la Chiesa non può fare a meno delle donne nei processi decisionali e nei ruoli di responsabilità. Per questo ha promosso nomine di rilievo: nel 2016 ha creato la Commissione di studio sul diaconato femminile; nel 2020 ha aperto alle donne l’accesso ai ministeri istituiti di lettorato e accolitato; nel 2021 ha nominato suor Nathalie Becquart sottosegretaria del Sinodo dei vescovi, con diritto di voto, un gesto senza precedenti.

Sempre sotto il pontificato di Francesco, numerose donne laiche e consacrate sono entrate in posizioni di governo della Curia romana: da Francesca Di Giovanni alla Segreteria di Stato, a suor Alessandra Smerilli alla guida del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, fino a Linda Ghisoni e Gabriella Gambino al Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Queste scelte hanno voluto segnare un cambio di passo: non solo riconoscere la ricchezza dei carismi femminili, ma anche inserirli in strutture di potere e discernimento ecclesiale.

Oggi la Chiesa cattolica si trova dunque davanti a una sfida cruciale: tradurre in prassi quotidiana la consapevolezza che la voce delle donne non è accessoria, ma parte essenziale del corpo ecclesiale. Le aperture di Francesco non esauriscono il dibattito, ma mostrano un orientamento che supera l’idea di una Chiesa solo al maschile e che guarda a una corresponsabilità reale, segno di un tempo in cui la testimonianza delle donne diventa imprescindibile per il futuro del Vangelo.

Le donne e il terrorismo

Il 1975 è pure l’anno internazionale della donna decretata dall’Onu.
Si apre ufficialmente a Città del Messico il decennio dedicato alla donna, una delegazione vaticana ufficialmente ne prende parte.
Ma il terrorismo imperversa viene ucciso Aldo Moro. Nelle file delle Brigate Rosse militano anche donne e le donne sono vittime anche indirette come Giorgiana Masi della lotta armata.
Le donne negli anni 80 sono cambiate, profondi cambiamenti emergono nella condizione della donna. Basta con gli slogan. “le streghe son tornate” del primo femminismo che minacciava gli uomini. Pare che il neofemminismo sia destinato al tramonto, ma non è così: un fuoco nuovo cova sotto la cenere, alcune donne in carriera vestono abiti del divino Armani e frequentano sempre più facoltà di economia e commercio. Nel 1985 a Nairobi si tiene la chiusura della conferenze mondiale del decennio dedicato alla donna.

Proposte di riflessione e impegno: i percorsi della cultura e della pace al femminile

Bisogna tradurre nel linguaggio vitale dell’esperienza quotidiana la coscienza che ciascuno, uomo o donna che sia, è un “valore”. Una coscienza che deve cominciare da se: senza autostima non è possibile stimare g1i altri.
Rapporti interpersonali soddisfacenti non si costruiscono dal nulla, vanno “voluti”, se desideriamo evitare la negatività del conflitto. La mancanza di coscienza di se e di autostima non permettono di volere questi rapporti.
Occorre che noi donne codifichiamo la nostra identità. Per le donne che non hanno ancora una propria identità storica, ossia una genealogia femminile, che è tutta ancora da scoprire, la semplice contrapposizione, inevitabilmente conflittuale tra maschile e femminile, piuttosto che creativa appare paralizzante perché sproporzionalmente asimmetrica. Come uscirne? Una soluzione atipica è, ancora una volta assolutamente non prevista dalla storia della filosofia tradizionale, è quella che dà Luisa Muraro nel “recupero del senso di appartenenza alla propria genealogia e nella riconquista della gratitudine esistenziale verso chi ci ha dato la vita: la madre. La presa di coscienza di se si gioca, così nel riconoscimento e nell’amore”.

Occorre anche tenere a portata di mano uno strumento delicato potente: l’ironia nella forma soprattutto dell’autoironia. L’ironia come forma indiretta ed obliqua di comunicazione e di parziale soluzione creativa del conflitto; l’autoironia non come resa apparente, come apparente accettazione parziale del dominio dell’altro, ma in realtà come risposta libera e riaffermazione della padronanza di sé. L’ironia come esperienza ludica, soluzione gioiosa del conflitto.
Un lungo cammino ci attende, uomini e donne finalmente insieme in novità di vita: ed a giudicarlo è la speranza.

Laura Tussi

 


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